I sette problemi della cultura contemporanea (clicca qui, il quarto ti sconvolgerà)

Questo non è un articolo. Questa è una di quelle cose che hanno rovinato i giornali. Gli americani, che non hanno mai avuto i film in vhs allegati ai quotidiani, invece di prendersela con Veltroni se la prendono con Buzzfeed: dicono che il giornalismo l’hanno rovinato le liste, i pezzi a punti, le cose numerate per il pubblico idiota. Non crederai mai alla tre, clicca qui, puntesclamativo.
Il che ovviamente significa che il giornalismo – così come tutto il resto, dalla letteratura agli aeroporti – l’ha rovinato il pubblico, sempre più stupido e pigro epperciò portato a premiare roba sempre più di basso livello. Ma significa anche che quasi nessuno ha avuto la forza di non compiacerlo, il pubblico.
Siccome non sarò certo io quell’eroina che vuole dare sofisticata letteratura a un pubblico che vuole la lista a punti numerati, eccovi qui la vostra brava lista a punti numerati. Sette problemi che ho capito del mondo andando a vedere la mostra di Tracey Emin alla Tate Modern. Clicca qui, il numero quattro ti sconvolgerà.
(Naturalmente dire Tate al femminile è una scemenza, perché la puoi chiamare gallery finché ti pare, quella mica è una galleria, è un museo; quando l’arte non era il modo in cui gli ignoranti si percepivano colti ma una cosa cui s’interessavano quelli che qualcosina ne capivano, la differenza era chiara; ora che siamo tutti analfabeti io invece di dire il Tate dico la Tate: ci tengo a primeggiare in analfabetismo).
Il primo problema è l’economia dell’elemosina. Ci ho messo quaranta minuti a fare il biglietto, mentre ancora ero a casa, perché puoi aggiungere due sterline di donazione, e io due sterline di donazione non le voglio aggiungere, ne pago venti di biglietto per la mostra, mi pare una donazione sufficiente. Ma alla fine me le ritrovavo comunque nel conto. Al dodicesimo tentativo con chiusure e riaperture di finestre di browser, l’ho spuntata. Sulle cose serie mollo subito, ma su due sterline riesco a impuntarmi come un’assatanata.
Poi arrivo lì e come prima cosa, appena entrata, c’è un gigantesco bidone in cui far cadere la tua elemosina. Sopra c’è scritto da un lato «Tate is a charity», la Tate è un ente benefico, e dall’altra dacci dieci sterline. Ma ve ne ho date venti, siete insaziabili. E sul biglietto c’è pure la sponsorizzazione di Gucci. Sembrate i ricchi di seconda generazione che scialano il patrimonio dei padri.
Il secondo problema è che siamo troppi. Siamo troppi al mondo, il pianeta non era fatto per otto miliardi di persone, il turismo culturale non era fatto per tutta questa gente che non legge un libro o un giornale da anni ma pensa che se quand’è in vacanza va nei musei allora apparterrà per diritto al ceto medio riflessivo.
I musei l’hanno capito e se ne approfittano: vuoi la tessera annuale sostenitore con cui potrai entrare alle mostre quando vuoi anche se all’ora che ti fa comodo la capienza è teoricamente esaurita? E quindi c’è sempre comunque la fila ovunque. Fai la fila al vento gelido del Tamigi per i controlli di sicurezza nonostante tu abbia già fatto il biglietto o sia un pirla con la tessera.
Il terzo problema è che una volta che entri sei sfiancato dalla fila e vuoi solo sederti, non te ne frega niente che princìpi il culturale, non te ne importa niente delle opere (di quelle non t’importava ovviamente neanche prima: dovevi solo mettere il bollino culturale sulla gita fuori porta), e quindi l’unica cosa che funziona, nelle mostre, sono i video. Pensate sia perché ormai siamo rincoglioniti da TikTok, ma no: è che nelle sale in cui su una parete proiettano qualcosa ci sono i posti per sedersi (se non ci sono è uguale: sono stata seduta per terra mezz’ora con davanti gli stessi tre minuti di Tracey Emin che ballava nel 1995, pur di non alzarmi avrei visto anche l’intervallo con le pecore).
Il quarto problema so che me lo sto creando da sola, perché uno degli articoli per i quali ho ricevuto più insulti è quello in cui mi chiedevo come vi venisse in mente di portare i bambini a vedere Rothko, come potete essere così complessati, va bene che io non do due sterline di beneficenza alla Tate ma voi duecento in una tata dovreste investirle.
Ecco, i mocciosi da Rothko erano niente in confronto ai due bambini biondi, avranno avuto sette, otto anni, cui erano stati forniti sgabellini pieghevoli perché i bambini mica possono stare in piedi (anche in metropolitana li fanno sempre sedere, ma perché? Sono piccoli, non hanno fatto in tempo a maturare il mal di schiena).
Ed essendo piccoli, si andavano a sedere dove vedevano seduta altra gente, dove vedevano seduti gli adulti, cioè nella seconda sala video, quella col filmato più lungo. Bambini biondi con lo sgabellino davanti a Tracey Emin che nel 1996 racconta d’una giornata d’estate in cui camminava per strada, ha sentito qualcosa di bagnato tra le gambe, ed era il feto che stava abortendo che le colava giù per le cosce.
La generazione più scema della storia della genitorialità, cioè la mia, è la generazione che pensa di salvare i figli dai traumi consumando tutto con loro, sapendo cosa guardano alla tele, mettendogli i divieti sul tablet, ascoltando le canzoni orrende che ascoltano loro. Però poi, quando si principia il culturale, si pensa che lì dentro – in un museo, diamine – non possa succedere niente di male: è cultura, mica lo traumatizzerà.
La generazione più scema della storia dell’uomo non ha capito che lo scopo precipuo della cultura è traumatizzarti. Il quarto problema decidete voi se sia che dovete smetterla di percepirvi colti senza neanche essere abbastanza istruiti da capire cosa significhi la parola, o che dovete smetterla di percepire i vostri figli come la comitiva di amici da portarvi dietro ovunque.
Il quinto problema è la soglia di allarme. A me non fa impressione niente e sarei non solo per non vietare niente ma per neanche avvertire nessuno che qualcosa non fa per gli impressionabili. Però hai questa descrizione che più vivida non potrebbe essere di feti morti, e poi il trigger warning lo metti di fianco alle pagine in cui l’artista scrive che da piccola le dicevano che era figlia di un nigger? Me lo vedo, il comitato che decide cosa sì e cosa no, e stabilisce che nigger è inaccettabile ma l’aborto bisogna normalizzarlo (“normalizzare” fissa tra le cinque parole più fesse del secolo).
Il sesto problema è che andiamo tutti alle mostre ormai solo per quello che quando facevamo francese alle medie chiamavamo spaccio di souvenir, e adesso chiamiamo gift shop. Certo che ti do trenta sterline per la tazza col disegno di Tracey Emin, diamine, come potrei non darteli per avere l’eterno ricordo che dura finché arrivo a casa e apro la valigia e scopro che la tazza è ormai un mucchietto di cocci prima ancora che l’abbia usata per la prima volta. Ah, se ero socia costava 25? Fammi fare la tessera annuale da 90 sterline con le quali ne risparmierò 5, andavo fortissimo in economia domestica.
L’ultimo problema è ultimo solo perché l’ho rilevato venendo via dalla Tate, ma è il primo per importanza ed è la radice di tutti gli altri. Dalla Tate Modern parte il Millennium Bridge, che come sa chiunque abbia mai preso un RyanAir per Londra è un ponte pedonale di metallo. La parte che si calpesta è zigrinata, immagino per evitare che diventi scivolosa quando piove.
Sto attraversando il ponte e ci voltiamo tutti, ma tutti, perché il rumore che si sente è quello che nei film apocalittici c’è quando la crosta terrestre si sta aprendo e il mondo sta finendo. Ma il mondo non sta finendo. C’è solo un tizio che, dovendo attraversare il ponte con un trolley minuscolo, pensa di non sollevarlo, ma di trascinarlo su tutte le sconnessioni del metallo, facendo rimbombare le due sponde del fiume a ogni centimetro che avanza.
È una cosa che dura alcuni minuti, perché alcuni minuti ci vogliono per andare da una riva all’altra del Tamigi, che dà fastidio a tutti, perché è un rumore fortissimo e prolungato, e di cui il tizio non ha occasione di prendere atto. Perché lui, l’uomo che col suo rumore sta infastidendo centinaia di sconosciuti, ha le cuffie isolanti: le avrà comprate con l’intento di dare fastidio a tutti tranne che a sé stesso, o pensando che rumorosi son sempre gli altri?
Mi ha ricordato una mia amica che, una volta che avevo preso la carrozza silenzio del Frecciarossa e mi ero lamentata che tutti stessero al telefono come avessero prenotato in un vagone normale, mi ha risposto che anche lei, l’unica volta che l’aveva presa, stava al telefono: pensava la dicitura silenzio le promettesse «staranno tutti zitti tranne te».
L’ultimo problema non è tanto che aveva ragione Pascal sugli uomini che non sanno starsene tranquilli alla casa: l’ultimo problema, che poi è il primo, è che la mia amica incarna lo spirito del tempo.
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