I vertici militari israeliani sfidano Netanyahu e rompono l’equilibrio politico nazionale

Aprile 1, 2026 - 16:30
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I vertici militari israeliani sfidano Netanyahu e rompono l’equilibrio politico nazionale

L’imminente campagna elettorale in Israele vedrà, per la prima volta nella storia del paese, una contrapposizione dura e frontale tra i generali che sono ai vertici delle Forze Armate e i partiti al governo. Uno scontro epocale. Questo, nonostante questi vertici siano oggi occupati da generali nominati da questi partiti di governo per la loro fedeltà, a partire da Eyal Zamir, il comandante in capo, che è stato scelto da Bibi Netanyhau proprio per questa ragione, dopo che era stato il suo consigliere militare, cioè il raccordo tra la presidenza del Consiglio e le Idf, dal 2012 al 2015.

Ma negli ultimi mesi, per ben tre volte, su tre temi fondamentali di enorme rilevanza politica, Zamir, spalleggiato da tutto lo Stato Maggiore, si è contrapposto frontalmente alla politica del governo, su temi che saranno fondamentali nella campagna elettorale. La prima volta è stata nell’inverno scorso, quando invano i vertici militari si erano opposti all’operazione militare Gedeone II, sostenendo, a ragione, come si è constatato, che non era possibile materialmente eliminare totalmente i miliziani di Hamas dalla Striscia, arrivando ad avvertire: «Può essere un Vietnam!»

Non è stato così, solo perché fortunatamente Donald Trump è intervenuto e ha imposto la fragile tregua che è ancora in corso. Ma, durante quella operazione militare, che i generali hanno poi attuato, obbedendo agli ordini del potere politico per non creare una drammatica crisi istituzionale, Israele ha commesso errori drammatici, a partire dalla disumana e peraltro inefficace sospensione, per due mesi, degli arrivi degli aiuti alimentari alla popolazione. Errori che sono costati e costeranno enormemente al nome e all’onore stesso di Israele.

Ancora una volta, domenica scorsa, durante la riunione del Gabinetto di Guerra, il capo delle Forze Armate ha sfidato il governo e lo ha accusato letteralmente di «provocare il collasso dell’esercito» per avere scelto di non approvare la legge che obbliga tutti i cittadini israeliani a fare il servizio militare: «Vi comunico un segnale d’allarme al massimo livello. In questo momento le Idf hanno bisogno di una legge sulla coscrizione obbligatoria per tutti, di una legge sul servizio di riserva e di una legge per estendere il servizio militare obbligatorio. Tra poco, le Idf non saranno pronte per le loro missioni di routine e attingere, come stiamo facendo, alle riserve esistenti è un sistema che non durerà a lungo».

Questo allarme è stato lanciato nel pieno della guerra nel sud del Libano e di quella aerea contro l’Iran e colpisce frontalmente il cinismo opportunista di Netanyhau. Infatti, i provvedimenti di legge su questi temi sono pronti da più di un anno nella Knesset, avrebbero sicuramente una maggioranza, perché l’opposizione si è detta pronta ad approvarli, ma il premier non li mette in votazione perché questo lo obbligherebbe alla crisi di governo; infatti, non verrebbero votati dai partiti religiosi Shas e Utj, suoi fondamentali alleati nell’esecutivo, che intendono preservare il privilegio degli haredim, gli ebrei ultraortodossi, di non fare il servizio militare. Questo, in un paese in guerra da tre anni, che ha già avuto 1.152 militari morti in servizio. Sarà dunque proprio il tema dell’incredibile pretesa degli haredim di non servire il paese in armi, come fanno tutti gli israeliani, donne incluse, uno dei principali motivi di propaganda e di scontro prima del voto.

Non sarà solo questo il terreno su cui, durante questa campagna elettorale – si voterà a ottobre – Zamir si contrapporrà frontalmente, con i suoi generali, a Netanyhau. Lo scontro al calor bianco avverrà anche, e soprattutto, su un tema di importanza fondamentale per il premier: il suo testardo, assoluto rifiuto di assumere la minima responsabilità politica, morale ed esecutiva nel non avere impedito il pogrom del 7 ottobre e la sua dichiarata volontà di attribuirne le totali responsabilità solo e unicamente ai vertici militari.

Una scelta politica che sfida la logica, perché sono evidenti, palpabili, note e dichiarate le sue valutazioni sulla non pericolosità di Hamas per la sicurezza nazionale; sono agli atti le sue autorizzazioni a fare arrivare a Gaza finanziamenti qatarioti per decine e decine di milioni di dollari; è stata sotto gli occhi dell’intera nazione la totale incapacità sua personale e del suo fondamentale alleato Itamar ben Gvir, ministro della Sicurezza Nazionale, non solo a prevenire, ma anche a contrastare il pogrom quando si è verificato.

Zamir, in campagna elettorale, sarà dunque nettissimo nel contrastare la versione sulle responsabilità per il pogrom che il governo vuole imporre. Tema che sarà centrale in tutto il periodo e nei dibattiti preelettorali. Si opporrà dunque frontalmente, anche con uno stillicidio di documenti e rivelazioni ad hoc, a un Netanyhau che vuole scaricare tutta sugli alti gradi militari la responsabilità del disastro e assolvere completamente i ministri, a partire da sé stesso. Il tutto promuovendo una specifica commissione d’inchiesta di iniziativa governativa, non neutrale, non tecnica, ma con commissari nominati dall’esecutivo, con una rappresentanza minoritaria di commissari vicini all’opposizione. Un tentativo palese di tutto il governo, a iniziare da Netanyhau, di scaricare da sé ogni responsabilità.

Responsabilità che, invece, i vertici militari di allora si sono tutti assunti, con le dimissioni date non solo dal ministro della Difesa di allora, Yoav Gallant, ma anche dal comandante in capo, Herzi Halevi, dall’ex capo dei servizi segreti militari, Aharon Haliva, dal capo della Direzione Operazioni, Oded Basyuk, dal comandante della Unità dei servizi segreti 8200, Yossi Sariel, e dal capo del Comando meridionale, Yaron Finkelmann.

Tutto il vertice delle Forze Armate è stretto attorno al comandante Zamir su un punto tutto politico, che lui ha chiaramente enunciato, in apertissima polemica col governo: «Il fallimento del 7 ottobre è stato sistemico e di lunga data (…) Le Idf si sono assunte le responsabilità e hanno avviato un’indagine autonoma, ma l’evento non è di esclusiva competenza dell’esercito e sarebbe sbagliato puntare l’attenzione esclusivamente sulle Idf».

Zamir è andato ben oltre la difesa delle responsabilità dei militari: ha infatti apertamente accusato le grandi responsabilità personali dello stesso Netanyhau prima del 7 ottobre, sostenendo addirittura che lui, per primo, abbia contribuito a rafforzare Hamas, puntando a contenere i miliziani con i denari del Qatar, ma con questo ha finito per renderli più forti. Dunque, una durissima critica non solo al governo, ma al premier in prima persona, in profondità, perché ha ricordato che le azioni di contrasto ad Hamas, a partire dal 2008 e poi dall’Operazione Margine Protettivo del 2014, sono state «condotte secondo gli obiettivi definiti dal livello politico e su raccomandazione del livello militare, e miravano a indebolire il nemico e ripristinare la deterrenza, non a sconfiggerlo». Dunque, dietro gli errori israeliani, tragici, emersi il 7 ottobre, c’è stata, secondo Idf, una strategia errata più che decennale, decisa e definita dal governo Netanyhau.

Una strategia decisa e condotta personalmente dal premier, che Zamir, sulla base dei risultati della Commissione Turgeman, che ha indagato per conto di Idf sulla catastrofe, ha così stigmatizzato: «L’idea era di tenere Hamas sotto controllo e indebolito, di corromperlo con il denaro. Questo concetto di elusione ha permesso a Hamas di attuare un massiccio rafforzamento militare».

Coerentemente, qui il dato politico dirompente: il generale Zamir, a nome delle Idf, si è di fatto affiancato all’opposizione parlamentare e ha chiesto «l’istituzione di una commissione d’inchiesta esterna, obiettiva, sui fallimenti del 7 ottobre, cioè indipendente dal governo, come fu fatto nel 1973». Commissione che il governo decisamente rifiuta. Sarà una campagna elettorale drammatica come non mai.

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