Il centrosinistra deve dirci ora da che parte sta, e dirlo chiaro

Mar 27, 2026 - 13:30
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Il centrosinistra deve dirci ora da che parte sta, e dirlo chiaro

Domanda di Simone Spetia, conduttore di Radio 24: «Se voi foste domani al governo, smettereste di inviare aiuti all’Ucraina?». Risposta di Stefano Patuanelli: «Aiuti militari, sì». Dopodiché, aggiunge: «Penso che riusciremo a trovare una quadra anche sulla politica estera con le altre forze della coalizione». Questo il passaggio più significativo dell’intervista data ieri dal vicepresidente del Movimento 5 stelle a 24 Mattino. Quale possa essere «la quadra» tra smettere di inviare aiuti militari e non smettere di inviare aiuti militari non è facile immaginarlo, ma sinceramente non ho nemmeno voglia di provarci.

L’esegesi dell’ipocrisia è un lavoro usurante, e chiunque, come me, segua da qualche anno la faticosa gestazione dell’alleanza tra Pd e M5s sa di cosa parlo. Qui però si tratta di una questione troppo seria per lasciarla al prossimo programma da trecento pagine di frasi fatte che il centrosinistra si prepara senza dubbio a sfornare, esattamente come fece nel 2006, con i risultati che tutti dovrebbero ricordare. E che andrebbero ricordati anche a Romano Prodi, che continua a portare quell’esperienza a esempio, come se il risultato fosse stato un modello di stabilità ed efficacia dell’arte di governo, e non il disastro che alimentò da un lato l’esplosione dell’antipolitica grillina (il Vaffa Day da cui nacque il Movimento 5 stelle arriva non a caso nel 2007, proprio come «la Casta», il bestseller di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo), dall’altro il successo dell’antipolitica renziana, tutta rivolta contro i gruppi dirigenti del Pd, con la parola d’ordine della rottamazione. Parola d’ordine lanciata nel 2010, ma incubata nello stesso senso di frustrazione e impotenza di quei due anni di governo appesi al voto dei senatori a vita, ai capricci di vecchi trotzkisti in pieno delirio di onnipotenza, ai bisticci tra Antonio Di Pietro e Clemente Mastella, all’inadeguatezza dei ministri dei Verdi e di Rifondazione comunista che al pomeriggio manifestavano in piazza contro i provvedimenti da loro stessi varati al mattino.

Nel momento stesso in cui il centrosinistra infierisce sul modo in cui Giorgia Meloni si è fatta trascinare nella polvere dalla sua subalternità a Donald Trump, dovrebbe capire che ha poco da sghignazzare, perché rischia di fare esattamente la stessa fine appena arrivato a Palazzo Chigi, o forse ancora prima, perché in tempo di guerra la collocazione internazionale del paese, le scelte dirimenti sul futuro dell’Europa e della Nato, la lotta contro l’imperialismo russo e i suoi alleati più o meno dichiarati non sono opzioni su cui si possa tergiversare, oscillando da un fronte all’altro, di volta in volta, secondo le convenienze.

Leggi anche l’articolo di Mario Lavia su questo tema.

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