Il limite geopolitico dell’Unione europea è un mercato unico rimasto a metà

Gen 17, 2026 - 14:00
 0
Il limite geopolitico dell’Unione europea è un mercato unico rimasto a metà

L’Unione europea si interroga su come difendere la Groenlandia dalle attenzioni di Donald Trump, rinnovando il rituale dell’autocommiserazione: l’Europa è un nano politico in un mondo di superpotenze. Vero, ma per diventare giganti bisogna potenziare il bazooka economico che potrebbe far volare gli investimenti nella difesa: il miglioramento della sua economia interna. Negli ultimi giorni diversi quotidiani economici hanno ripreso e discusso un’analisi pubblicata dalla Banca centrale europea, firmata da un gruppo di suoi economisti (di cui quattro italiani), sulle barriere che ostacolano la crescita del mercato unico europeo e costano all’Unione più dei dazi imposti da Trump. È una conclusione scomoda che gli analisti ripetono da mesi e che torna ciclicamente nel dibattito pubblico. L’ha formulata in chiave politica Enrico Letta nel suo rapporto sul mercato unico e l’ha inserita in una cornice strategica più ampia Mario Draghi nella sua analisi sulla competitività europea. Documenti su cui siam costernati, indignati, impegnati, gettando poi la spugna con gran dignità.

Il problema è che il mercato unico non sta raggiungendo la sua piena maturità: esiste formalmente dal 1993, coinvolge circa 450 milioni di persone e 26 milioni di imprese, ed è spesso celebrato come uno dei pilastri dell’integrazione europea. In effetti ha funzionato. Tra il 1993 e il 2014 ha aumentato il Pil reale pro capite degli Stati membri fondatori tra il 12 e il 22 per cento, generando guadagni di benessere stimati in circa 840 euro all’anno per cittadino. Ma non basta perché è sbilanciato solo sul commercio intra europeo di beni. Vale oltre il 40 per cento del Pil dell’Unione e comprende prodotti manifatturieri fortemente integrati come automobili, componenti meccanici, macchinari industriali, prodotti chimici ed elettronica, che circolano lungo catene del valore transfrontaliere costruite negli ultimi trent’anni.

I Ventisette si scambiano benissimo questi beni, ma non riescono a fare lo stesso per il mercato dei servizi che vale solo il 16 per cento. Parliamo di aspetti concreti nella vita di tutti i giorni: costruire una casa, aprire un negozio, gestire un servizio di trasporto locale, esercitare una professione come avvocato o architetto, lavorare nella sanità o nell’assistenza alla persona. Sono settori che incidono direttamente sulla vita quotidiana dei cittadini e che nonostante il mercato unico continuano a essere regolati e forniti quasi esclusivamente su base nazionale.

Le cause sono conosciute e gli addetti ai lavori li ripetono da anni. Regole nazionali diverse, burocrazia complessa, interpretazioni non uniformi delle norme europee, tutele implicite dei mercati interni, requisiti professionali e linguistici e sistemi fiscali frammentati. Tutti elementi che rendono il commercio tra Paesi europei più costoso di quanto farebbe un vero dazio. Nei servizi questi ostacoli pesano ancora di più, anche perché la direttiva del 2006 ha lasciato fuori settori cruciali come energia, finanza, trasporti e telecomunicazioni. Il risultato è che in ambiti come edilizia, commercio al dettaglio e professioni regolamentate il mercato europeo esiste soprattutto sulla carta.

Per quantificare l’impatto di questa frammentazione, gli analisti della Bce hanno tradotto gli ostacoli interni al mercato unico in un costo equivalente a un dazio. I numeri che emergono sono difficili da ignorare. In media, scambiare beni tra Paesi dell’Unione costa come se esistesse una tassa del 67 per cento. Per i servizi il costo è ancora più elevato, intorno al 95 per cento, e in alcuni settori supera questa soglia. Certo, le stime includono anche elementi difficili da eliminare per decisione politica, come la naturale preferenza per i fornitori nazionali, ed è giusto che sia così in buona parte, ma cosa si può fare per migliorare la situazione? 

La Bce ha preso come esempio uno Stato abbastanza integrato nel mercato unico come i Paesi Bassi, che godono da sempre di una posizione geografica favorevolissima. Se gli altri Stati membri riuscissero ad avvicinarsi a quel livello di apertura e coordinamento, le barriere interne potrebbero ridursi di circa otto punti percentuali per i beni e di nove per i servizi. Secondo le simulazioni, questo si tradurrebbe in un aumento degli scambi interni del 4,4 per cento per i beni e del 14,5 per cento per i servizi, con benefici complessivi in termini di benessere dell’1,3 e dell’1,8 per cento. In un’Europa alle prese con una crescita debole, sono numeri tutt’altro che trascurabili.

Neanche la Bce sa come fare tecnicamente, ma fa notare che nel prossimo e anno e mezzo i dazi trumpiani e l’incertezza commerciale potrebbero ridurre il Pil dell’area euro di circa 0,7 punti percentuali. Quel dato negativo può essere bilanciato riducendo di appena il 2 per cento le barriere interne ai beni e ai servizi. Insomma l’Unione ha una leva importante per sollevare il suo mondo, manca solo un Archimede che spieghi come. 

A dicembre 2025 la Commissione europea ha presentato un pacchetto legislativo per risolvere un problema concreto: le regole finanziarie europee esistono, ma vengono applicate in modo diverso da Paese a Paese, rendendo costoso e complicato operare davvero su scala continentale. Oggi una banca, un fondo o una piattaforma di scambio che voglia lavorare in più Stati deve spesso confrontarsi con autorizzazioni duplicate, richieste aggiuntive e interpretazioni nazionali divergenti. Il risultato è che il cosiddetto “passaporto europeo”, che sulla carta dovrebbe consentire di operare ovunque con una sola licenza, funziona male. Anzi malissimo. 

La Commissione propone di semplificare le autorizzazioni: chi ottiene un via libera in un Paese dovrebbe poter operare automaticamente anche negli altri, senza dover ripetere procedure o adattarsi a regole locali aggiuntive. Questo vale soprattutto per le sedi di negoziazione, le infrastrutture di regolamento dei titoli e i grandi operatori che lavorano su più mercati europei. L’obiettivo è chiaro: meno burocrazia, più certezza delle regole, costi più bassi per chi investe e raccoglie capitali in Europa.

Il secondo pilastro riguarda la vigilanza. Oggi i mercati finanziari europei sono sorvegliati soprattutto dalle autorità nazionali, mentre l’autorità europea dei mercati, l’Esma, ha un ruolo limitato di coordinamento. La Commissione propone di dare a Esma poteri diretti di controllo su alcune realtà davvero transfrontaliere, cioè quelle che operano su più Paesi e hanno un impatto sistemico. In pratica, invece di 27 approcci diversi, ci sarebbe un’unica supervisione europea per i casi più rilevanti, sul modello di quanto già avviene per le grandi banche sotto la Banca centrale europea. Questo dovrebbe ridurre arbitraggi, disparità e concorrenza regolatoria tra Stati.

Un altro obiettivo è far circolare meglio il risparmio europeo. Oggi le famiglie dell’Unione tengono circa 10 mila miliardi di euro fermi su conti correnti o strumenti poco produttivi, anche perché investire oltreconfine è complesso e rischioso dal punto di vista regolatorio. Ripetiamo: 10mila miliardi di euro, sessanta volte il budget dell’Unione di un anno. Infine, Bruxelles riconosce che molte barriere non sono solo finanziarie ma legali. Per questo annuncia nuovi passi verso la proposta di Enrico Letta di un “28esimo regime”, un insieme di regole europee comuni che le imprese potrebbero scegliere in alternativa ai diritti nazionali. 

Il piano è ambizioso, ma non ha creato un gran dibattito tra gli Stati, in altre faccende affaccendati, e qualche giorno fa il Consiglio (l’organo che riunisce i governi dei 27 Paesi membri) ha ammesso che le priorità nazionali restano divergenti e che l’attuazione concreta di questa lista dei sogni è la parte più difficile. Ridurre le differenze significa che gli Stati devono accettare di cedere margini di controllo. Ed è proprio su questo punto che finora il completamento del mercato unico si è sempre fermato.

L'articolo Il limite geopolitico dell’Unione europea è un mercato unico rimasto a metà proviene da Linkiesta.it.

Qual è la tua reazione?

Mi piace Mi piace 0
Antipatico Antipatico 0
Lo amo Lo amo 0
Comico Comico 0
Furioso Furioso 0
Triste Triste 0
Wow Wow 0
Redazione Redazione Eventi e News