Putin ha una nuova leva per manipolare Trump, è il Board of Peace

La Russia ci può essere e il suo miliardo di dollari potrebbe anche arrivare presto. Basta che gli Stati Uniti procedano con lo sblocco dei beni russi. È il giochetto-ricatto di Vladimir Putin sul Board of Peace per Gaza che il presidente statunitense Donald Trump ha lanciato ieri al World Economic Forum di Davos, in Svizzera.
«Non è ancora chiaro come il contributo verrà formalizzato legalmente; tutto questo deve essere discusso», ha dichiarato Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, in un briefing con i giornalisti ieri mattina. «Quindi, è necessario sblocco della situazione e questo, ovviamente, richiederà determinate azioni da parte degli Stati Uniti». Il giorno prima, durante un briefing con i rappresentanti permanenti del Consiglio di sicurezza russo, il leader Putin aveva dichiarato che Mosca potrebbe trasferire il contributo richiesto al Board of Peace utilizzando i beni congelati negli Stati Uniti durante la precedente amministrazione, quella di Joe Biden, come risposta all’invasione dell’Ucraina.
Putin sa di giocare con qualcosa a cui Trump tiene particolarmente. Perché il Board of Peace è affar suo: il logo mette l’America al centro nonostante nasca per risolvere la situazione a Gaza, confermando i sospetti che almeno nelle intenzioni dovrebbe essere una struttura alternativa alle Nazioni Unite; il presidente è Trump, non il presidente degli Stati Uniti, ed è una sorta di padre-padrone della struttura. Per aderire gli Stati possono accettare l’invito, con durata di mandato triennale. Ma la scadenza non si applica agli Stati membri che versano più di 1 miliardo di dollari in fondi in contanti al Board of Peace entro il primo anno dall’entrata in vigore dello statuto. Ed è qui che si inserisce Putin, che non sembra aver dimenticato le competenze di manipolazione imparate ai tempi del Kgb. Potrebbe aver trovato la leva giusta per ottenere ciò che considera una priorità: lo scongelamento dei beni russi.
All’inaugurazione di ieri il Board of Peace contava su 19 membri oltre agli Stati Uniti: Arabia Saudita, Argentina, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Bulgaria, Emirati Arabi Uniti, Giordania, Indonesia, Kazakhstan, Kosovo, Marocco, Mongolia, Pakistan, Paraguay, Qatar, Turchia, Ungheria e Uzbekistan. Non c’era il Belgio, a differenza di quanto comunicato inizialmente dalla Casa Bianca e poi smentito dal ministero degli Esteri di Bruxelles. Dunque, gli unici Paesi membri dell’Unione europea a partecipare al progetto trumpiano sono l’Ungheria di Viktor Orbán e la Bulgaria. Che è anche membro della Nato, così come la Turchia. Altri seguiranno, ha assicurato Trump, anche se i no di Francia, Germania, Italia e Regno Unito, seppur pronunciati con toni e spiegazioni diverse, pesano.
Ma a pesare più di tutto sul Board of Peace è la situazione a Gaza. Il presidente ha affermato che «sta davvero per finire» e che i piccoli focolai ancora presenti sono sotto controllo, ricordando la distribuzione record di aiuti umanitari e la liberazione di centinaia di ostaggi, in collaborazione con i Paesi coinvolti nella pace in Medio Oriente. Il consigliere della Casa Bianca e genero di Trump, Jared Kushner, ha illustrato la visione americana per Gaza che comprende un porto e un aeroporto, affermando che «non esiste un piano B». Il piano di ricostruzione inizierà da Rafah, poi si sposterà gradualmente verso nord fino a Gaza City, ha affermato. Kushner ha detto che la Casa Bianca vuole portare a Gaza i «principi dell’economia di libero mercato». Durante l’illustrazione del piano, Kushner ha detto che la fase successiva è «collaborare con Hamas sulla smilitarizzazione».
Il problema è che il Board, nelle intenzioni di Trump pensato per affrontare anche altre crisi internazionali come il Venezuela e l’Ucraina, rischia di avere problemi già sulla sua missione primaria, ovvero Gaza. Da Israele sono arrivate critiche pesanti per la presenza di Turchia e Qatar tra i membri fondatori: entrambi i Paesi sono considerati da Tel Aviv troppo vicini ad Hamas e poco affidabili come mediatori neutrali. La Turchia di Erdoğan ha più volte espresso sostegno alla causa palestinese e criticato duramente le operazioni israeliane, mentre il Qatar ospita parte della leadership di Hamas sul suo territorio. Hamas, dal canto suo, ha respinto il piano definendolo un tentativo di imporre una soluzione che non tiene conto delle richieste palestinesi e ha denunciato l’assenza di garanzie sulla fine dell’occupazione israeliana. La credibilità del Board of Peace, insomma, appare compromessa prima ancora di iniziare a operare concretamente.
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