Il referendum tradito e la vittoria dello scontro politico sul testo della riforma

Mar 25, 2026 - 01:00
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Il referendum tradito e la vittoria dello scontro politico sul testo della riforma

Perché ha vinto il No e noi, assertori della separazione delle carriere fin dai tempi del processo Tortora, abbiamo aggiunto una nuova cicatrice al nostro sfortunato medagliere? Individuo i due motivi principali, a mio giudizio. Il primo: non si è votato sul testo della legge, ma sul cosiddetto contesto, a sinistra come a destra.

A sinistra, il partito dei magistrati – il più spregiudicato e vorace – e il campo largo Pd-M5S hanno chiesto ai propri elettori di sconfiggere il governo di destra. Hanno puntato sul progetto meloniano di stringere i nodi del sistema in chiave orbaniana, leggendo questa riforma come l’anticamera di altre, più pericolose: in particolare il premierato, considerato l’architrave dell’autocrazia futura.

Come qualcuno saprà, anch’io sono convinto che il premierato, se venisse introdotto, darebbe il colpo finale alla già scarsa autonomia del Parlamento, attribuendo al presidente del Consiglio poteri senza precedenti e senza reali contrappesi. Ma questa riforma dell’ordinamento giudiziario non era in alcun modo riconducibile a quel progetto – anzi, rafforzando insieme magistratura e avvocatura, ne sarebbe stata il contravveleno.

La magistratura militante e la sinistra non hanno fatto distinzioni. Hanno costruito la loro propaganda su un sistematico stravolgimento del testo in discussione, seminando ignoranza e falsità e, giocando spregiudicatamente da abili imprenditori della paura, hanno portato a casa il risultato.

Quali le conseguenze inintenzionali di una vittoria ottenuta con questi metodi? La magistratura militante ha sacrificato l’autorevolezza dell’intero sistema giudiziario; la sinistra ha dimostrato di non essere un’alternativa credibile – nemmeno lontanamente – in termini di serietà e capacità di governo.

Il secondo motivo riguarda la presidente del Consiglio. Giorgia Meloni ha giocato questa partita da underdog, non da aspirante statista. Invece di rivendicare il valore liberale di una riforma che ci avrebbe avvicinati alle culture prevalenti nell’Unione Europea e negli Stati liberaldemocratici, ha scelto di accentuare il carattere estremista della destra che guida. 

Una destra che non conosce o disconosce le regole dello Stato di diritto, che scende nell’agone dell’opinione pubblica brandendo spadoni antimagistrati e svolazzando da una sentenza sgradita all’altra – come i samurai di “I 47 Ronin”, ma con il Fantozzi di turno al posto di Keanu Reeves.

Tra le gaffe di Carlo Nordio, Giusi Bartolozzi, Carlo Fidanza e altri comprimari, il filo conduttore della campagna referendaria della presidente del Consiglio è stato sostanzialmente questo: se stai con gli immigrati, stai contro l’Italia. Giorgia Meloni ha fatto dell’accusa ai giudici di «rimettere in libertà» o non trattenere immigrati irregolari ritenuti pericolosi uno dei pilastri della sua propaganda. Ha legato esplicitamente quelle che ha definito «decisioni surreali» alla necessità di votare sì alla riforma, sostenendo che solo così si sarebbe aumentata la responsabilità dei magistrati e si sarebbero evitati rilasci di criminali. A tutto questo si aggiungano le polemiche scomposte sulla famiglia nel bosco e sulla famiglia del boss, esplose proprio alla vigilia del voto.

La riforma non conteneva alcuna possibilità di incidere sulla libertà di giudizio dei magistrati. Ma non c’è dubbio che questo appello indiretto all’anima giustizialista della destra abbia avuto effetti controproducenti su una parte dell’elettorato. Così facendo, Giorgia Meloni ha avvalorato la propaganda dell’opposizione e sprecato insieme una grande occasione di libertà e di maturazione politica.

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Redazione Redazione Eventi e News