Il ritorno dello Stato in Telecom smentisce trent’anni di privatizzazioni ideologiche

Il fatto che negli stessi giorni in cui l’Italia tornava a dividersi sulle riforme costituzionali e sul rapporto tra politica e giustizia, come se fossimo ancora ai tempi della Bicamerale D’Alema, le Poste annunciavano l’intenzione di ricomprarsi quel che rimane di Telecom, privatizzata ai tempi del primo governo Prodi, non dimostra solo che è sempre il giorno della Marmotta.
Dimostra anche e forse soprattutto quanti danni abbia fatto all’Italia e alla sinistra l’ideologia degli anni novanta, della Seconda Repubblica, di quello che chiamerei il riformismo a prescindere: dalle riforme istituzionali (vedi sotto) a quelle economiche e sociali.
E penso che il primo leader riformista capace di avviare una seria riflessione autocritica su quella stagione e sui suoi schematismi senza cadere nel populismo rossobruno e nel neoassistenzialismo paragrillino (in stile superbonus), lui sì, sarà il leader capace di accendere una nuova speranza, nella sinistra e nel paese. Chissà se riuscirò a vederlo prima di morire di vecchiaia.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
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