Investimenti esteri? Sono sempre meno e solo in Paesi amici

Si chiama “Tuscany day” ed è l’appuntamento che la Regione Toscana dedica ormai da quattro anni al tema degli investimenti esteri in Toscana, su spinta del dipartimento della Presidenza “Attrazione degli investimenti” guidato da Filippo Giabbani, che ha introdotto il convegno di quest’anno. Incontro supportato da un consistente studio di European House Ambrosetti (il Rapporto 2026) che fa il punto sullo stato degli investimenti esteri a scala globale e della situazione toscana.
Estremamente interessante la relazione introduttiva, svolta del dr Massimo Meloni (Chief of the Policy Research Section, Division on Investment and Enterprise, UNCTAD) che ha prima di tutto fatto il punto sul rapido cambiamento dell’assetto globale degli investimenti esteri in questi ultimi anni. Un cambiamento di cui in non addetto ai lavori possono intuire le dinamiche, ma che l’analista ha descritto in modo puntuale e per molti aspetti sorprendente.
Prima di tutto gli investimenti esteri (quelli che le aziende di un paese fanno in altri paesi) non godono negli ultimi tre anni di buona salute. A livello mondiale dopo due anni di crisi (2023/24) nel 2024 c’è stata una leggera ripresa, ma ormai gli investimenti esteri non trainano più la crescita del Pil globale.
Gli investimenti quindi sono sempre meno integrati nella catena del valore globale, si consolida l’export di prodotto, usando meno la leva della delocalizzazione produttiva.
Ma oltre a ridursi gli investimenti esteri si concentrano: in alcuni Paesi e in alcune filiere. Sempre di più e in modo rapido. Fenomeno chiaro e per molti aspetti preoccupante. Il 50% degli investimenti esteri globali oggi va in 6 Paesi: USA, Cina, Hong Kong, Canada, oltre a Lussemburgo e Singapore (ma questi due sono paesi che attraggono quasi esclusivamente investimenti finanziari). Solo pochi anni fa questi 6 Paesi accoglievano il 16% degli investimenti esteri totali. Il dato preoccupante è che questo trend di concentrazione esclude progressivamente i paesi in via di sviluppo, generando quindi ritardo nella attuazione dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Il Gap globale è raddoppiato dal 2015. Gli investimenti esteri nei Paesi in via di sviluppo cono concentrati per il 75% nelle mani di soli 10 Paesi. Cresce la diseguaglianza globale, mentre cresce la diseguaglianza sociale all’interno dei Paesi ricchi.
Ma la concentrazione è anche di prodotto. Gli investimenti esteri sono concentrati su 5 settori strategici; digitale, intelligenza artificiale, microchip, materie prime critiche assorbono il 44% degli investimenti. Le due cose messe insieme indicano una concentrazione delle leve di sviluppo principali in pochi Paesi, con un aumento esponenziale dei differenziali di capitale tecnologico fra paesi ricchi e paesi poveri.
Molti sono i motivi si questo rapido cambiamento. Il rapporto ne indica tre, integrati fra loro.
Primo: le motivazioni geopolitiche. Molti Paesi si sono accordi che la globalizzazione li ha resi “vulnerabili”, il nuovo ordine mondiale non funziona più, le tensioni geopolitiche si moltiplicano e i Governi spingono per investimenti “friend shoring” (verso Paesi amici e affidabili), Near-shoring (verso Paesi vicini e limitrofi), Re-shoring (incentivato il rientro di impianti prodottivi nel proprio Paese). Si punta ad investire in paesi amici e affidabili più che in aree a basso prezzo e alti margini.
Secondo: la spinta alla resilienza delle catene del valore. Sia gli stati che le imprese traducono le instabilità geopolitiche in necessità di controllare meglio le catene del valore, materie prime, materiali critici, semiconduttori, componentistica strategica, stoccaggio dati, energia. Per questo si investe di più nel “riportare a casa “pezzi delle catene del valore, per troppo tempo affidate ad altri Paesi, ritenuti critici.
Terzo: il ritorno delle politiche industriali nazionali forti basate su un ritorno massiccio agli incentivi. Un fenomeno evidente negli ultimi anni come la tabella presentata dimostra.
Negli ultimi anni si è registrato un vero e proprio cambio di paradigma delle politiche globali, passando da logiche in buona parte di mercato a schemi di politica industriale guidati da policy maker, e orientamento da strategie politiche e governative. Una tendenza che ha guidato sia i Paesi OCSE che la stessa Cina. Se nel 2020 le scelte nascevano da una reazione alla Pandemia, dopo il trend si è consolidato per scelte politiche precise. Ma non tutti gli incentivi hanno la stessa efficacia. Alcuni incentivi da soli non funzionano. Servono infrastrutture, semplificazione, buona qualità delle amministrazioni.
Le politiche industriali non si sono limitate agli incentivi e alla protezione dei propri assest. Sono aumentate rapidamente le politiche di difesa e di protezione. Molti Governi hanno introdotto meccanismi di screening per controllate investimenti esteri mel proprio paese, applicando norme restrittive e blocchi. Fenomeno che non ha riguardato solo acquisizioni e fusione, ma tutte le penetrazioni di attori “stranieri”. Ultimamente si sono rafforzati anche gli screening sugli l'investimenti in uscita, controllando l’export di know how verso Paesi critici. Lo hanno fatto gli USA ma lo sta facendo anche l’Unione Europea nei settori strategici.
Un'altra preoccupazione legata a questa dinamica, molto chiara, riguarda l’indebolimento degli investimenti esteri nei settori industriali “maturi” e non più ritenuti strategici. Settori che pur essendo maturi, come la metalmeccanica, la chimica, la farmaceutica, la nautica, l’agroalimentare, la moda, non per questo non solo ancora importantissimi nelle economie moderne. Una scarsità di attenzioni che rischia di renderli marginali.
È a questo punto che le analisi iniziano a riguardare la Toscana, terra di export ma anche attrazione di investimenti esteri. Non basta essere aperti agli investimenti ma dobbiamo essere attrattivi per catene del valore specifico. Se da un lato dobbiamo proteggere e rafforzare settori industriali maturi (farmaceutico, cartario, tessile, nautica, chimica) potenziandone le capacità innovative di rigenerarsi e stare sui mercati internazionali, dobbiamo sempre di più essere capaci di attrarre investimento nei settori strategici. Come farlo? La ricetta è sempre la stessa: la Toscana è un territorio accogliente, con una rete di piccole e medie imprese di alta qualità, un capitale umano e una tradizione formativa solida, infrastrutture abbastanza evolute, una macchina istituzionale attiva e moderna. Ma non basta più. Serve una offerta energetica migliore basta sulle fonti rinnovabili, servizi ambientali di qualità, infrastrutture più efficaci (a partire dalla connettività), una macchina amministrativa più efficiente.
Un dato allarma. Dal 1995 al 2022 il numero degli addetti in toscana a salario alto in settori ad alto valore si è ridotto del 10%. Al tempo stesso è aumentato del 10% il lavoro povero. Questo il gap da recuperare, in fretta.
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