La guerra mette in crisi anche lo sportswear. Spaventa l’impennata del petrolio
La guerra in Iran mette in crisi anche lo sportswear. Un comparto che, più di altri, vive una dipendenza strutturale dal petrolio e che oggi si trova esposto su più fronti, tra costi, supply chain e pricing.
Necessario, dunque, prendere decisioni strategiche su come adattarsi a uno scenario così critico e incerto, spaziando da cambiamenti nelle catene di approvvigionamento all’impieghi di nuovi materiali. Al centro, il tema dei costi: inevitabile per le aziende chiedersi se assorbirli direttamente o, invece, trasferirli sul consumatore finale.
Come riporta Business of Fashion, l’amministratore delegato di Nike, Elliott Hill, si era mostrato cautamente fiducioso sul futuro durante l’ultima conference call sugli utili della società, la scorsa settimana. Tuttavia, ha ammesso l’esistenza di un fattore che continua a rappresentare un’incognita: l’impatto della guerra in Iran sul business del marchio.
“Stiamo controllando ciò che possiamo controllare”, ha affermato Hill. I contraccolpi del conflitto stanno impattando su tutti i settori del fashion – e non solo, naturalmente – ma i brand dello sport sono particolarmente esposti per via della loro alta dipendenza dal petrolio e affini.
“Le domande da porsi riguardano il costo di approvvigionamento, il costo di spedizione e, infine, l’impatto dell’incertezza sulla domanda”, ha ribadito Simeon Siegel, senior managing director e senior analyst di Guggenheim. “E poi, fino a che punto tutta questa incertezza porterà le persone a smettere di acquistare magliette e scarpe?”
Nike non è l’unica azienda alla ricerca di una via d’uscita. Per alcuni, come l’amministratore delegato di Adidas, Bjorn Gulden, si tratta di essere sufficientemente flessibili per affrontare questa tempesta e riconoscere che le soluzioni non arriveranno rapidamente, adattandosi intanto al contesto. “Agilità, velocità e capacità di reagire alla realtà sono più importanti di un piano di cui parlare”, ha dichiarato l’amministratore delegato del player tedesco a Reuters negli scorsi giorni.
Alcuni si stanno già preparando ad aumentare i prezzi per compensare i costi. Il presidente di Asics, Mitsuyuki Tominaga, ha recentemente dichiarato alla Borsa di Tokyo che, se la guerra dovesse continuare, l’azienda “dovrà naturalmente prendere in considerazione un aumento dei prezzi”.
Se i prezzi elevati del petrolio dovessero persistere, potrebbero essere prese in considerazione persino misure più drastiche, fino al ripensamento dell’intera supply chain dell’abbigliamento sportivo, con deviazioni e dirottamenti strategici. Ad esempio, un marchio come Nike potrebbe considerare di affidarsi ai suoi hub regionali in Messico per la produzione, invece di continuare a dipendere fortemente dalle sue operazioni in Asia, per evitare interruzioni nello Stretto di Hormuz.
“L’abbigliamento sportivo, in particolare quello per i capi d’abbigliamento, è fondamentalmente petrolio da indossare”, ha proseguito Seb Beasant, consulente nel settore dell’abbigliamento sportivo. La maggior parte dei tessuti utilizzati per la produzione di articoli sportivi deriva infatti dal cosiddetto ‘oro nero’, dai capi più semplici come i leggings e le magliette traspiranti pensate per gli allenamenti in palestra fino alle attrezzature innovative ad alte prestazioni destinate a sport di nicchia e atleti d’élite: tutti sono realizzati con materiali come poliestere, nylon e spandex. Anche le scarpe sportive contengono con ogni probabilità gomma sintetica e plastica, anch’esse derivate dal petrolio.
E il costo di questi materiali aumenta pericolosamente: il prezzo del polietilene è salito del 28% dall’inizio della guerra, secondo Trading Economics, mentre quello della gomma sintetica è lievitato del 33 per cento.
In genere, i marchi non apportano modifiche sostanziali alle loro catene di approvvigionamento in seguito a interruzioni a breve termine. Ma se la guerra dovesse protrarsi per mesi – o la crisi dovesse aggravarsi ulteriormente – alcuni ripensamenti strutturali diventeranno inevitabili.
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