La Nato non regge senza un coinvolgimento più profondo dell’Europa

C’è una frase chiave in un recente rapporto pubblicato da The Hague Centre for Strategic Studies che merita di essere presa sul serio: senza un coinvolgimento più profondo delll’Unione europea, la Nato non ha accesso agli strumenti finanziari, regolatori e industriali necessari a sviluppare le capacità militari europee. È un’affermazione che ribalta una narrativa consolidata: quella per cui la difesa europea si esaurirebbe nella dimensione militare dell’Alleanza. In realtà, suggerisce il paper, la guerra contemporanea si gioca anche, e sempre di più, sul terreno della produzione industriale, delle catene di approvvigionamento, della regolazione dei mercati. Tutti ambiti in cui è l’Unione europea, non la Nato, ad avere competenze decisive.
Il punto è ancora più chiaro se si legge insieme un altro passaggio del report: l’Unione europea non dispone di una vera struttura di comando militare permanente, e duplicare le capacità della Nato (per esempio mettendo le forze di reazione rapida sotto un comando europeo) sarebbe inefficiente. Piuttosto, questo squilibrio evidenzia la necessità di rivedere il Berlin Plus Agreement, cioè il quadro che regola la cooperazione tra le due organizzazioni.
Qui emerge il paradosso europeo. Da un lato, la Nato resta insostituibile come macchina militare: pianificazione, deterrenza, comando. Dall’altro, senza l’Unione europea quella macchina rischia di restare senza carburante. Perché è Bruxelles che può mobilitare fondi, coordinare l’industria della difesa, armonizzare standard e regole del mercato. In altre parole: la Nato sa combattere, ma l’Unione europea rende possibile prepararsi alla guerra. Questa interdipendenza, a lungo sottovalutata, diventa oggi centrale anche alla luce delle tensioni politiche transatlantiche. Le ultime dichiarazioni del presidente statunitense Donald Trump, che ha detto di star considerando un’uscita degli Stati Uniti dalla Nato dopo il rifiuto degli alleati di seguire Washington nel conflitto con l’Iran, segnano un ulteriore salto di qualità. Non si tratta più solo di pressioni per aumentare la spesa militare, ma di una messa in discussione esplicita del vincolo politico alla base dell’Alleanza.
Al di là della fattibilità giuridica di un ritiro, il danno è già politico. Se la garanzia americana diventa incerta o condizionata, il problema per gli europei non è semplicemente fare di più nella Nato. È ridefinire il rapporto tra Nato e Unione europea. Ed è qui che il ragionamento del paper acquista un valore strategico. Se gli Stati Uniti riducono il loro impegno – o lo rendono più transazionale – l’Europa non può limitarsi a rafforzare il pilastro militare dell’Alleanza. Deve rafforzare il proprio pilastro industriale, finanziario e regolatorio. Cioè, deve fare leva proprio sugli strumenti dell’Unione europea.
In questo senso, la revisione del Berlin Plus non è una questione tecnica, ma politica. Significa riconoscere che la sicurezza europea non può più essere organizzata secondo una divisione rigida: Nato per la guerra, Unione europea per l’economia. Le due dimensioni sono ormai fuse. Il punto, allora, non è scegliere tra Nato ed Europa della difesa. È accettare che, senza una vera integrazione tra le due, nessuna delle due funziona davvero. E che, paradossalmente, proprio le minacce di disimpegno americano rendono questa integrazione non più rinviabile.
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