Ecco perché un detenuto dovrebbe votare No al referendum sulla giustizia
Non poteva mancare, nei miei giri per le carceri e negli scambi con i detenuti, la domanda del momento: “che dobbiamo fare co’ ‘sto referendum? È buono per noi?” E certo, se non se lo chiedono loro, che in galera ci vanno, di cosa stiamo parlando? Un’occhiuta circolare dell’amministrazione penitenziaria di molti anni fa prescrive che le autorità in visita possano ascoltare ma mai parlare di vicende giudiziarie, e che debbano evitare di rispondere alle osservazioni dei detenuti esprimendo giudizi sull’operato dell’amministrazione e sull’universo mondo. Non dirò quindi se ho risposto a quel ragazzo aggrappato alle sbarre della sua cella, come vuole la controriforma in atto del penitenziario, ma se gli avessi risposto gli avrei detto più o meno quel che segue.
Sono sempre stato a favore della separazione delle carriere, ed anzi ne avrei voluta una in più, quella della magistratura della difesa, in modo da rafforzare le garanzie per i meno abbienti, che riempiono le patrie galere in misura inversamente proporzionale alla loro considerazione pubblica: una difesa legale qualificata, indipendentemente dalla sorte nella assegnazione del difensore di fiducia o dallo spirito di sacrificio del legale di fiducia in gratuito patrocinio. Né mi ha mai convinto fino in fondo quel discorso sulla comune cultura della giurisdizione tra giudicanti e inquirenti: certo che ci dovrebbe essere, ma le possibilità che essa si manifesti, ai piani bassi della giurisdizione, sono tal quali a quelle che si manifesti una contraria comune cultura dell’inquisizione, fondata sul pregiudizio di colpevolezza nei confronti di quei malandati di strada. Avrei buone ragioni, quindi, per stare dalla parte dei miei amici delle camere penali.
Ma una riforma costituzionale non è solo una bandiera: è anche disposizioni, norme, pesi nell’equilibrio dei poteri. E non mi sta bene che il governo l’abbia imposta al Parlamento e alla sua stessa maggioranza, impedendogli un esame di merito e finanche la correzione delle storture più evidenti, come il sorteggio dei componenti del consiglio superiore sdoppiato, l’alta corte disciplinare che giudica su se stessa, magari in composizione sbilanciata tra laici e togati. Tecnicamente mi basterebbe questo per dire che il gioco non vale la candela, che la separazione delle carriere non vale i rischi dello smembramento dell’organo di autogoverno della magistratura, dello svilimento del principio democratico nella rappresentanza, del rischio di un disciplinamento politico della magistratura. Ma che gliele dico a fare, queste cose, al mio interlocutore aggrappato alle sbarre di una cella: con tutto il rispetto, se si trova dove si trova sarà per lo meno per una decisione (quasi) conforme di giudice e pm, ed è facile dire che è colpa loro, o della mancata indipendenza dell’uno dall’altro.
Ma altrettanto chiaro, a me come ai detenuti, è che la loro condizione è di gran lunga peggiorata in questi anni di governo di destra: reati e innalzamenti di pena per ogni dove, barriere legali e materiali all’accesso alle alternative, il carcere rinchiuso in se stesso e chiuso al suo interno. Siamo di fronte a un processo di ipercriminalizzazione dei soliti noti, inadatti alle alternative sin dal momento del giudizio e che lì restano fino alla fine, in carcere. E se si muovono indisciplinatamente, collezionano ulteriori anni di pena che ne rinviano di anno in anno l’uscita. Questo è il carcere oggi in Italia: una istituzione disciplinare che seleziona i suoi clienti tra i meno abbienti e gli fa sperimentare la durezza della pena ben oltre il necessario, per mostrarne lo scalpo a una pubblica opinione che non sa come altro acquietarsi.
Se il 22 e il 23 di marzo dovesse vincere il sì al referendum, la politica della giustizia del governo, e con essa la sua politica criminale (criminale in senso tecnico così come in senso metaforico) sarebbero confermate dal voto popolare, e questo no, i detenuti, le vittime della discriminazione punitiva del governo non se lo possono permettere. Che ce ne facciamo della separazione delle carriere se consentirà il perdurare, e anzi rinvigorirà questa politica criminale? Che ce ne facciamo del giudice terzo se serve a chiudere in carcere ogni forma di irregolarità sociale? Sarà per un’altra volta, quando se ne potrà discutere in un quadro di garanzie che qui non si sono viste. Intanto è no: no alla prepotenza del governo, no allo stravolgimento degli equilibri istituzionali, no ai rischi per l’indipendenza della magistratura, ma soprattutto – converrà il mio interlocutore di là dalle sbarre – no alle politiche penali e penitenziarie di questo governo.
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