La scuola non è più il feudo della sinistra

Diciamolo subito: non c’è più la scuola di sinistra di una volta. Fino a poco fa si denunciava l’oppressione dell’egemonia puntando l’indice sulla scuola pubblica, la grande startup del progetto gramsciano. Fortilizio ideologico, baluardo sindacale, perimetro inviolabile delle coscienze democratiche e antifasciste: la scuola pubblica! Quello era il vero fronte. Quanti libri, articoli, interventi, pamphlet contro ogni tentativo di «aziendalizzazione», contro ogni «alternanza scuola-lavoro», celebrando i maestri di provincia, gli insegnanti solitari che combattono l’abbandono scolastico con la sola forza della passione, in un paesino di montagna, con la neve, la tormenta, le scarpe rotte.
La scuola fucina della critica antiborghese. C’è stato un tempo in cui «in tutti i licei di tutte le scuole d’Italia», ricordava Beniamino Placido, gli studenti sapevano che infilando una citazione di Adorno «gravida di fiero disdegno verso l’industria culturale» avrebbero reso felice il professore e garantito a sé stessi un bel voto. Disprezzare la cultura di massa era sintomo di intelligenza raffinata e acuta. A volte la citazione era proprio quella tratta da Minima Moralia, una condanna sprezzante, senza appello: «Da ogni spettacolo cinematografico mi accorgo di tornare, per quanto mi sorvegli, più stupido e più cattivo». Bene, bravo, ottimo! La netta separazione tra cultura alta e pop rendeva tutto più semplice. Se invece oggi domando a ChatGPT quali riferimenti mi consiglia per fare bella figura nel tema d’attualità, mi risponde: «Pennac, Starnone, Carofiglio, D’Avenia, Cognetti, le poesie di Vecchioni, le conferenze di Barbero, i testi di Brunori Sas e Ariete».
Devo prima di tutto confessare una cosa: e cioè che i discorsi sulla scuola, i dibattiti, le analisi, i saggi, i reality, romanzi e film italiani sulla scuola con Silvio Orlando o Claudio Bisio professori simpatici, insomma tutto – tranne i libri di Claudio Giunta sulla scuola – è per me di una noia spettacolare. Non capisco l’ansia collettiva per le tracce della maturità. Non capisco come le si possa raccontare ogni volta come una faccenda decisiva per il paese (patologia di cui non ho ricordi come studente). Ecco il Grande Scrittore che il giorno della prova di italiano commenta su «Repubblica» le tracce della maturità, poi rievoca il suo esame su Pirandello, Verga, Quasimodo, poi l’irripetibile vacanza estiva che ne seguì, grande metafora della libertà di quegli anni. Se però all’Istruzione c’è un ministro di destra, ecco una coda più lunga: il Grande Scrittore dirà che i temi usciti sono non solo vecchi e retorici ma una vera e propria «arma ideologica», una prova di forza del governo per cementare la sua oscura visione di scuola e società. La fatidica maturità (non l’università) conta qui su un grumo di attese, ansie, aspirazioni, prestigio, come in nessun’altra parte del mondo. Diventare «traccia della maturità» è il nostro Pulitzer. Non serve neanche più morire o essere Umberto Eco: Tomaso Montanari è stato traccia della maturità, Marco Belpoliti è stato traccia della maturità, Vera Gheno è stata traccia della maturità. Al posto dei «venerati maestri» che non ci sono più, dopo «brillante promessa» e «solito stronzo» ecco aspiranti «tracce della maturità», in attesa di essere sorteggiati dal ministero.
Ma adesso siamo in un’altra era. Dentro altre sfide. Le nuove generazioni si allenano al «critical thinking». Basta insegnare il «critical thinking» e avremo studenti che ragionano, che sanno distinguere il vero dal falso, che non si fanno infinocchiare dalle fake news e dai populisti cattivi: basta insegnare la «salute» per non ammalarsi più. Nella scuola c’è ormai di tutto. Sì, certo, la radicalizzazione dello scontro di questi ultimi due anni ha ritirato fuori le grandi figure di un tempo: la maestra con la tessera di Potere al Popolo, la kefiah e la classe di quarta elementare in prima fila al corteo ProPal. Ma ormai non si escludono anche professoresse ultraliberiste, folgorate da basette e occhio azzurro di Milei, con studenti che infilano nei temi citazioni da von Mises, Hayek, Rothbard, un elogio del mercato o dell’ultimo Vargas Llosa marxista pentito, convertito al liberismo, ultrà di Margaret Thatcher.
La scuola «feudo della sinistra» è un cliché con dentro un po’ di verità, come ogni cliché, ma alla prova dei fatti non tiene più come prima. Anche prima, a dire il vero, era poco credibile. Presuppone una regia occulta, una ferrea organizzazione, una rigida selezione dei docenti in funzione del brainwashing cattocomunista, come una versione Cobas della psicopolizia di Orwell. Tutte cose anche volendo irrealizzabili nella scuola pubblica.
Nei discorsi sull’egemonia a scuola si sopravvalutano i docenti e si sottovaluta la resistenza passiva, l’impermeabilità degli studenti a temi, idee, valori, qualsiasi cosa veicolata dai programmi scolastici. Non è certo la scuola che promuove valori veltroniani, semmai è Veltroni che si è modellato su quelli della scuola. Quanto all’appartenenza politica dei docenti, siamo dentro un flusso incontrollabile. Un bacino elettorale fluido e isterico. Sempre in cerca di protezione, come ogni corporazione. Alle ultime elezioni, per dire, Fratelli d’Italia è stato il partito più votato dagli insegnanti. Si sono stupiti in molti, per primi ai piani alti del partito, ma non si capisce perché. Lo statalismo in Italia è una religione trasversale e – questa sì – veramente inclusiva. Si può votare per Giorgia Meloni, magari punendo il vecchio governo che non ha mantenuto le promesse o perché si odia la preside del PD, e promuovere in classe il multiculturalismo, l’accoglienza ai migranti, l’antifascismo militante, le fiabe di Gianni Rodari, perché così dice la Costituzione più bella del mondo. Un conto sono le idee, un altro gli scatti stipendiali.
Non c’è più la professoressa democratica di una volta
La nostra vecchia professoressa di italiano e storia con «la Repubblica» sottobraccio e la «docente-attivista» di oggi (di giorno supplente, di sera nei collettivi) sono ormai un segmento qualunque nel magma di docenti tiktoker, influencer, blogger, YouTuber, podcaster, all’occorrenza onlyfanser per arrotondare.
Oggi la professoressa democratica è una content creator con migliaia di follower. Il registro di classe è un reel su Instagram, hashtag #vitadaprof, in cui spiega Leopardi con gli Incel (vedi supra, Adolescence), l’analisi metrica coi testi di Fedez, fa le versioni di latino e greco con gli stitch, sforna pillole quotidiane e motivational speech a raffica: «Oggi a scuola mi sono arrabbiata molto, vi spiego perché…». Nel mondo dei maestri tiktoker c’è il docente che si punta lo smartphone addosso mentre striglia la classe. C’è quello che corregge i compiti con le emoticon. C’è l’influencer delle elementari che di fronte alle critiche puntualizza: «Io per creare i miei contenuti attingo alla letteratura classica degli anni Settanta e Ottanta sull’insegnamento, leggo Tullio De Mauro, non improvviso certo» (fa i tutorial per le tabelline). Sarà il De Mauro sperimentale che voleva abolire i manuali, smetterla con la nozionistica, superare «lo studio egoistico finalizzato al successo nella società borghese». Tutte cose perfette per TikTok.
Instagram è una risposta concreta al tracollo sociale della figura del docente, agli stipendi miseri, un’ottima alternativa ai sindacati. I docenti possono sfogarsi, recitare le loro poesie «live», promuovere romanzi in self-publishing, fare campagne contro il bullismo sognando un’ospitata da Fazio. Il racconto è sempre lo stesso: «Un giorno un mio alunno mi ha detto: “Prof, perché non carica il video della sua lezione su YouTube?” Non sapevo neanche si potesse fare. Da lì è cambiato tutto». Il fenomeno è sfuggito di mano durante il Covid. Costretti a casa, i docenti hanno familiarizzato coi software di editing, si sono letti Instagram Rules di Jodie Cook, «the essential guide to building brands, business and community», hanno chiesto a figli e nipotini consigli per ottimizzare le performance su TikTok. Il resto l’ha fatto Alessandro Barbero.
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