La storia di Airalo, l’unicorno delle sim digitali. E di un fondatore che ha “un grosso problema con il capitalismo”
Contenuto tratto dal numero di marzo 2026 di Forbes Italia. Abbonati!
Una decina di anni fa Ahmet Bahadir Ozdemir gestiva un’azienda chiamata Wossco. La definisce “un Uber Eats per le navi: riforniva gli equipaggi di cibo. Solo che tutti i comandanti, prima o poi, mi dicevano la stessa cosa: ‘Grazie per i pomodori e le patate, ma non potresti farci avere anche delle Sim?’. Così mi venne l’idea di produrre Sim globali, anche se non sapevo niente di telecomunicazioni. Fondai un’altra azienda, che chiamai Sim4crew. C’erano 1,7 milioni di marinai nel mondo, ed erano 1,7 milioni di potenziali clienti”. Quell’attività funzionò per un paio d’anni. “Poi la Apple consegnò i primi telefoni compatibili con le eSim, le Sim digitali. Ricordo ancora la data: era il 28 settembre 2018. Decisi subito di buttarmi in quel campo. Per prima cosa iniziai a comprare domini internet che avessero più o meno a che fare con le eSim, anche se non sapevo ancora bene che cosa avrei fatto”.
È nata così Airalo, il primo unicorno delle eSim, cioè la prima startup del settore a raggiungere il miliardo di dollari di valutazione. È successo a luglio, quando ha raccolto 220 milioni in un round di finanziamento guidato da Cvc Capital Partners. Oggi dichiara oltre 20 milioni di clienti — cifra più che raddoppiata nell’ultimo anno — e offre pacchetti eSim per oltre 200 destinazioni.
“La connettività è un problema per chi viaggia”, dice Ozdemir. “C’è chi spende cifre altissime per il roaming, cioè per appoggiarsi alla rete di un operatore locale. Alcuni decidono di limitarsi a usare il wi-fi, ma così rimangono scoperti quando sono per strada. Altri comprano Sim fisiche in ciascun paese appena atterrano, sempre che i punti vendita in aeroporto siano aperti. L’idea di fondo della nostra attività è semplificare la vita ai viaggiatori, fare in modo che non debbano preoccuparsi della connettività e che possano averla a un costo ragionevole”.
Un imprenditore seriale
Ozdemir, fondatore e amministratore delegato di Airalo, è originario di Sakarya, 150 km a est di Istanbul. Ha 40 anni ed è all’ennesima iniziativa di una carriera da imprenditore cominciata quando ne aveva 19. In un’intervista del 2021 pubblicata sul sito di Antler, l’incubatore di startup dove Airalo si è sviluppata, ha raccontato che da adolescente lo colpì come il padre, molto istruito, fosse costretto agli straordinari per far quadrare i conti. Nel frattempo, parenti “che non avevano finito le scuole” sembravano “avere tutti i soldi del mondo, guidavano belle macchine, vivevano in belle case, facevano vacanze costose”. Una considerazione “semplicistica e ingenua”, ha ammesso, ma che lo spinse a fare l’imprenditore.
Fondò la prima azienda mentre era all’università, quando vinse una gara per idee di startup da 50mila dollari. “La mia si chiamava Autocam ed era una scatola nera per auto, analoga a quella degli aerei”, spiega a Forbes Italia. “In caso di incidente, la polizia avrebbe potuto accedere alla registrazione degli ultimi 10 o 15 secondi prima dell’impatto per ricostruire la dinamica e attribuire le responsabilità”. Incassati i 50mila dollari, lasciò l’università. “La successiva riunione di famiglia”, ha ricordato nel 2021, “fu la prima in cui vidi rispetto negli occhi dei miei parenti. Oggi tutto questo suona molto stupido, ma a quell’età era una sensazione impagabile”.
Dalla Turchia a Singapore
Ad Autocam seguirono altre iniziative. Ozdemir ne ricorda una che si chiamava The Tv Network. “Creai una rete di migliaia di televisori nei bar di tutta la Turchia. L’idea era gestirli in modo centralizzato e vendere la pubblicità da mandare in onda su quelle tv”. Poi “tante altre aziende, perlopiù nel mondo lifestyle. Tutte fallite”.
Dopo qualche anno Ozdemir decise di lasciare il paese, per via dell’aumento delle divisioni politiche, e volò a Londra con la donna che all’epoca era sua moglie. “Ma sono una persona da tropici e non riuscii a sopportare il clima”, ha raccontato. “Dopo tre settimane in albergo a Londra, aprimmo la mappa e trovammo tre posti in cui saremmo potuti andare senza bisogno di un visto: Singapore, le Filippine e Hong Kong. Scegliemmo Singapore e prenotammo i biglietti. Non avevamo programmi”.
La nascita di Airalo
Si trovava ancora lì quando cominciò a occuparsi di forniture per i marinai, poi di Sim e di eSim. “Nel marzo del 2019 Airalo è entrata in Antler”, ricorda. “Dopo due mesi il comitato di investimento ha promosso il progetto e ho ottenuto i primi 60mila dollari”. Sempre nel 2019 ha raccolto 1,5 milioni da Sequoia in un round seed, per trasformare l’idea in una vera azienda. A inizio 2020, appena prima del Covid, sono arrivati altri 5,4 milioni. “Se la raccolta fondi fosse partita due mesi dopo, probabilmente Airalo non esisterebbe. Nessuno avrebbe investito in un’attività legata ai viaggi durante i lockdown. Avremmo potuto distribuire eSim gratis e nessuno avrebbe saputo che cosa farsene”.
Alla sopravvivenza di Airalo, secondo Ozdemir, ha contribuito anche il rigore nella gestione dei capitali. “Non ho mai capito le startup che cominciano a bruciare soldi prima ancora di sapere dove vogliono arrivare. Per una persona della mia estrazione, una cosa del genere è impensabile. Abbiamo sempre avuto l’ambizione di diventare un unicorno, ma con la disciplina finanziaria di un negozio a conduzione familiare”.
Un unicorno senza uffici
La sede di Airalo è ancora a Singapore, anche se Ozdemir vive a Dubai e l’azienda ha adottato un modello di lavoro 100% remoto: i suoi quasi 400 collaboratori sono distribuiti in più di 50 paesi. “Forse, da amministratore delegato, non dovrei dirlo, ma gli uffici non mi sono mai piaciuti. Se ne avessimo uno, sarei il primo a cercare di non andarci. Mi piace lavorare da casa, ma anche nei bar, o in qualsiasi altro posto in cui ci sia vita intorno”. Non è solo questione di preferenze personali, comunque. “Lavorare da remoto dà un enorme vantaggio ad aziende come la nostra, perché avere persone in tutto il mondo permette di avere il polso di ciò che succede ovunque. È come avere orecchie in 55 paesi. È un vantaggio intangibile e non quantificabile, ma che considero fondamentale”.
Da Spider-Man a Venom
Airalo — nome che “viene dalla combinazione di ‘air’ e ‘alo’, come formula universale di saluto” — si muove in un settore che, secondo gli analisti, dovrebbe espandersi molto nei prossimi anni. “Oggi il mercato delle eSim per i viaggiatori vale una cifra tra 1,8 e 2 miliardi di dollari”, dice Ozdemir. “Tra il 2028 e il 2030 dovrebbe arrivare a valerne 7 o 8. Secondo alcune ricerche, il 15% della connettività globale avviene tramite eSim e solo il 10% delle persone conosce questa tecnologia. Il margine di crescita è enorme”. È però un mercato sempre più affollato: “Ormai ci sono più di 100 aziende, anche se per la maggior parte piccole”.
Quanto al futuro, Ozdemir spiega che “finora Airalo ha avuto una forma molto chiara e visibile: un’app, un sito web. Ora vorrei che diventasse più liquida, più fluida. Ai miei collaboratori dico che abbiamo cominciato come Spider-Man, ora dobbiamo diventare più come Venom, il suo nemico che sopravvive fondendosi con altri corpi”. In sostanza, “spero che entro il 2027 le persone potranno ricevere connettività da Airalo non solo tramite l’app o il sito, ma anche attraverso una compagnia aerea, un’app fintech, un’app di messaggistica, un negozio familiare in un centro commerciale”.
“Ho un grosso problema con il capitalismo”
Tra gli obiettivi, invece, non c’è quello di dominare mercati sempre più vasti. “Non saremo mai come certi imprenditori della tecnologia — i cosiddetti ‘tech bros’ — che vogliono mangiarsi il mondo intero. A che scopo? Per me la finalità di quello che facciamo non è così profonda: abbiamo un po’ di tempo a disposizione e cerchiamo di trascorrerlo nel modo più piacevole possibile finché ce ne rimane”.
È un pensiero che sfocia in una critica più ampia: “Ho un grosso problema con il capitalismo, con il modo in cui non vede persone, ma indicatori di performance, ritorni sugli investimenti, numeri. C’è una distanza enorme tra quello che le aziende predicano e quello che fanno. Nell’albergo in cui vivo lavora un uomo che viene da un altro paese e ha perso da poco la moglie. Non è potuto tornare a casa, stare con i figli, funzionare come un essere umano normale. Eppure posso garantire che, se avesse staccato dal lavoro per sei mesi, il mondo non si sarebbe fermato e la catena di alberghi non sarebbe fallita”.
L’antidoto, secondo Ozdemir, è “una cultura aziendale fondata sull’empatia, sulla sicurezza psicologica e sull’ascolto, in cui ci si ricordi che le imprese sono fatte di persone, ognuna con la sua storia. Parlo per esperienza: so che cosa significa vedere la propria dignità calpestata, essere umiliati davanti agli altri. Voglio un ambiente in cui non ci si dimentichi dell’umanità di ognuno in nome di un bene superiore o di una statistica”. L’empatia, sostiene, porta anche vantaggi pratici. “Permette a un imprenditore di evitare quella cosa che a volte chiamano ‘founder mode’, ma che in realtà è solo un eufemismo per ‘micromanagement’. Sono convinto che le persone, quando si trovano in un bell’ambiente, dicano a se stesse: ‘Faccio parte di qualcosa di bello, perciò non devo rovinarlo’”.
L’articolo La storia di Airalo, l’unicorno delle sim digitali. E di un fondatore che ha “un grosso problema con il capitalismo” è tratto da Forbes Italia.
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