Le voci delle donne tra Iran e Palestina: «Non esiste una gerarchia delle tragedie»
Da sinistra: Widad Tamimi, Agnese Pini e Pegah Moshir Pour all’incontro ‘Parole, donne, guerra’ alla StataleQuest’anno la Giornata Internazionale della Donna coincide con un momento particolarmente delicato, in cui il mondo assiste ad un’altra guerra che in meno di una settimana ha trascinato l’intero Medio Oriente nello scontro tra Stati Uniti, Israele e Repubblica Islamica dell’Iran. Sullo sfondo continua la drammatica situazione in Palestina, dove il precario cessate il fuoco dello scorso ottobre non arresta la spirale di violenza a Gaza e in Cisgiordania.
In entrambi i contesti sono le donne a pagare il prezzo più alto, mentre cercano con tutte le loro forze di resistere e provare a costruire una terra libera e in pace. Proprio sul loro coraggio e le loro voci si è svolto il 9 marzo all’Università degli Studi di Milano l’incontro “Le parole, le donne, la guerra”. Le principali oratrici sono state Pegah Moshir Pour, autrice e attivista iraniana per i diritti umani, e Widad Tamimi, autrice e operatrice umanitaria figlia di un profugo palestinese e di una madre di origine ebrea.
In apertura dell’incontro, moderato dalla giornalista Agnese Pini, entrambe le oratrici hanno raccontato attraverso i loro sguardi la situazione nei rispettivi Paesi. «Gli iraniani hanno sempre cercato la libertà negli ultimi 47 anni, provandoci in tutti i modi attraverso l’arte, la scrittura, il cinema e anche con i propri corpi. Ma il massacro commesso dal regime l’8-9 gennaio ha portato una profonda frattura e insofferenza dentro gli iraniani – ha spiegato Moshir Pour – A causa del blackout di internet nel paese non sappiamo tutto quello che sta succedendo e non lo sanno nemmeno gli stessi iraniani che non riescono nemmeno a sapere se i loro cari sono ancora vivi».
Tamimi: «Nel momento in cui i riflettori si spengono accadono le cose peggiori»
Quello che emerge è una lunga scia di sangue che perdura da anni, che unisce la repressione del regime fino agli eventi dell’ultima settimana, come la strage delle 168 studentesse nella scuola elementare di Minab durante un bombardamento o l’incendio degli impianti petroliferi di Teheran che ha reso irrespirabile e tossica l’aria della capitale. «Credo che sia fondamentale ricordare che non c’è una gerarchia delle tragedie, ma soltanto un’attenzione che vola da una parte all’altra del mondo a seconda che del fatto si dia più o meno attenzione. In realtà è proprio nel momento in cui i riflettori si spengono che succedono le cose peggiori», ha affermato Tamimi sottolineando che «quello che è successo a Gaza ha addirittura annebbiato quello che accadeva nella West Bank».

«A febbraio, mentre veniva annunciato e portato avanti il progetto del “Board of Peace”, sono state emanate leggi che porteranno in pratica all’inglobamento e alla confisca di terre private e statali della West Bank. A Gaza in questo momento il passaggio di Rafah è stato chiuso un’altra volta. Questo significa che i prezzi del cibo si alzano di nuovo perché oltre alle persone non entrano nella Striscia neanche i beni di prima necessità, mentre 20mila pazienti gravissimi segnalati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità non possono essere trasferiti».
Pour: «Dopo la rivoluzione non è nata una repubblica, ma una teocrazia a immagine e somiglianza di Khomeini»
Pur nella diversità dei due Paesi, le donne sono sempre state in prima linea per cercare di far valere i propri diritti nell’interesse di loro stesse e della propria comunità. Nel caso dell’Iran, Moshir Pour ha raccontato che già all’indomani della nascita della Repubblica Islamica le donne hanno protestato contro l’imposizione del velo. «Dopo la rivoluzione non è nata una repubblica, ma una teocrazia a immagine e somiglianza di Khomeini. Dopo la guerra con l’Iraq, Ali Khamenei l’ha invece resa ancora più corrotta aumentando il potere dei militari e soprattutto dei Pasdaran. Da quel momento in poi gli iraniani, dalle donne ai diversi professionisti della società civile, hanno cercato di riconquistare quanto avevano perso usando anche i loro corpi per affrontare il regime». Tuttavia, ha spiegato Moshir Pour, il loro coraggio non ha impedito al regime «di usare quegli stessi corpi come merce di scambio. Per restituire le salme delle persone uccise tra l’8-9 gennaio, alle famiglie veniva chiesto un riscatto fino a 5mila dollari. Nel caso delle donne, i corpi venivano torturati anche dopo la morte».
Per quanto riguarda la Palestina, la condizione femminile ha vissuto nel tempo un peggioramento. «Nella società palestinese la donna studiava, era molto più integrata socialmente e alla pari rispetto all’uomo. Tuttavia attraverso tutti questi anni di occupazione, e ancora di più a Gaza, ci sono stati dei passi indietro giganteschi: questo è diventato ancor più marcato dopo l’11 settembre quando i proclami sull’Occidente contro l’Islam hanno causato il ritorno ad una società ancora più tradizionale e patriarcale» ha raccontato Tamimi, specificando che le conseguenze non sono rimaste circoscritte.

«Tra il 2024 e il 2025 la violenza sulle donne in Israele è aumentata del 48%, in particolare nei femminicidi commessi con armi da fuoco. Siamo quindi di fronte a due società, quella occupante e quella occupata, dove la violenza sulla donna aumenta moltissimo. Ma la verità è che la violenza sul corpo avviene nell’ambito di un processo di deumanizzazione, prima fase di un genocidio che ricade sia sull’uomo che sulla donna».
La tragedia della guerra rende quasi impossibile immaginare un futuro per entrambi i Paesi. Qui sorge spontanea una domanda: da dove cominciare a gettare le basi per un domani di pace e libertà? «Un regime nato dal sangue difficilmente cade quando viene colpito perché è stato costruito apposta per resistere. L’Iran non è come il Venezuela: non si piegherà al nemico giurato e andrà avanti fino alla fine. Ormai siamo di fronte ad un regime irriformabile con il quale nessuno può dialogare, nemmeno Trump».
Come possibile via, Moshir Pour ha rivolto un appello all’Unione Europea affinché «parli con la diaspora iraniana e avvii un tavolo politico permanente dove ascoltare le sue voci. Da qui poi mobilitare l’opinione pubblica per garantire le richieste del popolo iraniano per la fine del regime degli Ayatollah e libere elezioni. E anche se questo regime dovesse rimanere, con altri nomi o quello di Mojtaba Khomeini, la popolazione non dimenticherà il suo obiettivo: arrivare alla libertà».
Secondo Tamimi «per quanto sia drammatica la situazione, io credo moltissimo nel diritto internazionale e nel fatto che gli esseri umani siano un po’ come dei bambini che camminano, inciampano e però imparano qualcosa in più. Io non penso che il mondo sia finito. Purtroppo passiamo attraverso dei periodi terribili dell’umanità per poter riprendere le forze e rimetterci in gioco. È estremamente importante che questa democrazia venga usata in tutti i suoi aspetti positivi che ancora devono crescere. E saranno le generazioni più giovani a farlo».
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