I tecnomiliardari odiano lo Stato-nazione ma poi fanno affari con la Casa Bianca

Già dai suoi giorni a Stanford, Peter Thiel si oppone strenuamente alle politiche di inclusione di donne, minoranze di genere e razziali, etichettandole come derive pericolose del fantomatico politicamente corretto, ideologia fantasma con cui le sinistre starebbero plasmando la coscienza globale.
Nel 1995, insieme a Sacks, anche lui studente a Stanford e membro della redazione del giornale, scrive e poi pubblica un libro, The Diversity Myth, il cui obiettivo è denunciare il clima totalitario e intollerante che gli studenti subiscono nelle università per effetto del «multiculturalismo». Quest’ultimo, sostengono gli autori, è un’ideologia che spinge i grandi istituti statunitensi a intraprendere iniziative più che discutibili, come quella di non inserire nei loro curricula grandi autori classici del calibro di Geoffrey Chaucer e William Shakespeare, o di rinominare o sostituire interi corsi, com’è stato nel caso di Western Civilization. Tutto questo per mettere in discussione la centralità della cultura occidentale, che per Thiel e Sacks è sacrosanta.
Anche se scritto e pubblicato negli anni Novanta, il libro ha diversi punti in comune con i dibattiti odierni. In un articolo per «The New Criterion» del giugno 2023, infatti, Thiel ne attualizza, in parte, il contenuto:
Quando ripenso a The Diversity Myth, quasi tre decenni dopo, penso ancora che quasi tutti i punti che abbiamo sollevato fossero giusti. C’è ben poco di sbagliato, il che è gratificante e deprimente allo stesso tempo. […] All’epoca, «multiculturalismo» era il termine di riferimento per questa ideologia mostruosa e insaccata; oggi, si definisce «woke» e si batte per la «diversità, l’equità e l’inclusione».
Il pezzo prosegue con una serie di riflessioni che chiamano in causa Nietzsche, la cultura giudaico-cristiana, la figura di Cristo in sé, il problema abitativo, Caino e Abele (Peter Thiel si definisce cristiano, nonostante alcune sue critiche piuttosto aspre alle gerarchie ecclesiastiche e, in particolare, a papa Francesco). Per giungere, infine, all’argomentazione centrale, cioè che il politicamente corretto è un costrutto culturale di derivazione comunista:
Torniamo agli anni Cinquanta ed eliminiamo tutte le connotazioni che si sono accumulate nel tempo: se si era una persona «politicamente corretta» nel 1950, significava che si seguivano le indicazioni di Mosca come membro tesserato del Partito comunista. L’impulso totalitario, con le sue straordinarie richieste alla coscienza individuale, è insito nella nozione stessa di correttezza politica. […] Chiunque abbia a cuore la libertà – conservatori, libertari, liberali classici e tutti gli altri – non deve mai perdere di vista la battaglia cosmica contro il comunismo ateo.
L’articolo si conclude con un appello a non sottovalutare la pericolosità delle iniziative di diversità e inclusione, in quanto sarebbero una porta che condurrebbe al comunismo di stampo cinese.
L’analisi del sostrato culturale di Thiel ci è utile non solo per mettere in evidenza le sue origini, ma anche per comprendere le sue attuali alleanze politiche. Un ulteriore esempio riguarda i diritti delle donne e delle minoranze (vale a questo punto la pena ricordare che Thiel è dichiaratamente omosessuale, oltre che conservatore). In The Education of a Libertarian ha scritto che «Dal 1920, la forte crescita dei beneficiari dell’assistenza sociale e l’estensione del diritto di voto alle donne – due segmenti della popolazione notoriamente difficili da gestire per i libertari – hanno reso il concetto di “democrazia capitalista” un ossimoro». Thiel non argomenta oltre questo punto. Il suo continuo supporto a governi e politici che hanno mosso guerra ai diritti riproduttivi, all’autodeterminazione femminile, a quella che definiscono l’«ideologia gender», così come alle politiche di welfare e all’immigrazione, si rivela, in questo caso, più eloquente delle parole.
Do ut des: non solo ideologia
L’analisi ideologica sembra riportare sempre a un punto: il disprezzo per lo Stato-nazione e per il suo intervento diretto nelle questioni economiche e sociali. I legami di Thiel, così come di molti altri tecnomiliardari, con le amministrazioni statunitensi non sono però privi di contraddizioni: non disdegna, infatti, contratti federali milionari, specialmente nel comparto della difesa.
Prendiamo Palantir: è partner dell’esercito statunitense dal 2008 e nel 2024 ha firmato un accordo milionario per un sistema di analisi basato sull’intelligenza artificiale, che sfrutta «algoritmi e capacità di memoria per la scansione e l’identificazione dei sistemi nemici». Di recente, alcune inchieste di media specializzati hanno messo in luce una possibile connessione tra Palantir e la famigerata ICE (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia statunitense responsabile del rimpatrio delle persone che emigrano irregolarmente, nota per le sue tecniche violente e non sempre in linea con i diritti umani. Secondo l’American Civil Liberties Union (ACLU), negli ultimi anni l’organismo ha trattenuto e deportato un numero record di persone dagli Stati Uniti. Molte delle tattiche di allontanamento dell’ICE privano le persone del diritto a una giusta udienza in tribunale, dal momento che il governo preme affinché ci si affretti a emettere sentenze che ignorano del tutto le circostanze individuali.
Secondo le inchieste giornalistiche che per prime hanno indagato sui fatti, Palantir avrebbe ricevuto milioni di dollari dall’ICE per lavorare a un enorme database contenente i dati personali di alcuni segmenti di popolazione, in particolare persone migranti, con fini di sorveglianza. I documenti raccolti dimostrerebbero che Palantir sta lavorando attivamente all’infrastruttura tecnica alla base delle iniziative di deportazione di massa dell’amministrazione Trump.
Nonostante i suoi proclami ideologici, Thiel mantiene da molti anni, come imprenditore, un fruttuoso scambio con le entità statali. Le sue attività di lobbying e il suo sostegno ai repubblicani si inseriscono in una chiara logica di do ut des, di appoggio politico in cambio di ingenti benefici economici, che, nonostante il suo plateale disprezzo per gli Stati-nazione, continua ad accettare volentieri.
Tratto da “Onnipotenti. Chi sono, cosa vogliono e in che modo i tecnofascisti stanno plasmando il nostro futuro”, di Irene Doda, Fuoriscena, pp. 176, 16,90 euro
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