Libia: Tripoli contro la tassa sulle importazioni, scontro con Tobruk sulla spesa parallela
Il Governo di unità nazionale (Gun) di Tripoli ha annunciato il “rifiuto categorico” dell’imposizione di una tassa sulle merci importate e ha indicato nella spesa parallela fuori bilancio la causa principale della crisi del tasso di cambio del dollaro. In una nota ufficiale, l’esecutivo guidato da Abdulhamid Dabaiba ha criticato le “misure unilaterali” avviate dalla presidenza della Camera dei rappresentanti di Tobruk, accusandola di avere intrapreso passi che incidono sulla politica finanziaria e monetaria dello Stato senza coordinamento con l’autorità esecutiva competente né una decisione del Consiglio dei ministri.
In particolare, il governo ha contestato l’avvio di procedure volte a imporre una tassa sulle merci importate attraverso la loro inclusione nelle operazioni di vendita di valuta estera o nei crediti documentari. Secondo il Gun, l’adozione di misure con impatto diretto sul tasso di cambio e sui livelli dei prezzi al di fuori delle competenze dell’esecutivo rappresenta “una violazione del principio di separazione dei poteri” e rischia di generare ulteriore instabilità e incertezza economica.
L’esecutivo ha ribadito che “l’essenza della crisi del tasso di cambio del dollaro è legata principalmente alla spesa parallela fuori dal bilancio approvato”, che avrebbe superato di diverse volte la capacità di assorbimento dell’economia nazionale. Tale dinamica, secondo il governo, ha determinato un’espansione della massa monetaria priva di adeguata copertura produttiva o di riserve valutarie sufficienti, generando una domanda eccessiva di valuta estera e crescenti pressioni sul dinaro. “Imporre ulteriori oneri sulle merci importate non affronta la radice del problema, ma si rifletterà direttamente sui prezzi e aumenterà il peso sui cittadini”, ha sottolineato l’esecutivo.
Il Gun ha infine indicato come soluzione il rigoroso rispetto del Programma di sviluppo unificato, presentato come quadro di riferimento per la regolamentazione della spesa pubblica in tutte le regioni della Libia, attraverso le istituzioni esecutive competenti e nel rispetto di un tetto finanziario coerente con la capacità dell’economia nazionale e con l’obiettivo di preservare la stabilità monetaria.
Attraverso un post su Facebook, anche il primo ministro Abdulhamid Dabaiba ha attribuito l’impennata del dollaro alla spesa parallela, affermando che nel 2025 sarebbero stati effettuati circa 70 miliardi di dinari (oltre 11 miliardi di dollari al cambio ufficiale di 6,32 dinari per dollaro) di esborsi fuori dal bilancio approvato. Secondo il premier, tale dinamica avrebbe generato una domanda aggiuntiva di oltre 10 miliardi di dollari, contribuendo alla pressione sul tasso di cambio. Dabaiba aveva inoltre chiesto al governatore della Banca centrale della Libia (Bcl), Naji Issa, di sospendere qualsiasi misura che possa aumentare l’onere sui cittadini fino a quando non sarà affrontata “la causa reale del problema”.
La controversia si inserisce nel più ampio quadro della divisione istituzionale tra l’esecutivo di Tripoli, riconosciuto dalle Nazioni Unite, e l’amministrazione parallela sostenuta dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk e guidata da Osama Hammad. Negli ultimi anni, l’esistenza di due centri di spesa e di programmazione economica ha alimentato accuse reciproche sulla gestione delle finanze pubbliche, sul debito e sull’uso delle risorse statali. Lo scontro sulla tassa alle importazioni e sulla spesa fuori bilancio rappresenta l’ultima manifestazione di una competizione che incide direttamente sulla stabilità monetaria, in un contesto in cui il dollaro sul mercato parallelo ha superato quota 10 dinari a fronte di un cambio ufficiale di 6,32.
Sul piano operativo, la gestione della spesa pubblica resta condizionata dall’assenza di un bilancio generale unificato approvato dal Parlamento. In mancanza di una legge di bilancio condivisa, i pagamenti vengono effettuati secondo il meccanismo del “1/12”, ossia su base mensile in proporzione a un dodicesimo degli stanziamenti dell’ultimo bilancio formalmente riconosciuto, meccanismo concepito per garantire la continuità amministrativa in assenza di una nuova legge finanziaria. Tuttavia, la mancanza di chiarezza su quale sia il riferimento normativo pienamente valido e la presenza di due centri esecutivi contrapposti rendono l’applicazione di tale criterio oggetto di contestazioni politiche e interpretazioni divergenti.
Particolarmente delicato è il capitolo tre del bilancio, relativo alla spesa per lo sviluppo, su cui si concentra una disputa istituzionale tra Tripoli e l’est circa la competenza nella programmazione e autorizzazione dei progetti. Il riferimento è all’Accordo sul Programma di sviluppo unificato, firmato il 18 novembre 2025 da rappresentanti della Camera dei rappresentanti e dell’Alto Consiglio di Stato con l’obiettivo di creare un quadro comune per la pianificazione della spesa di sviluppo in tutte le regioni del Paese. Tuttavia, l’intesa non risulta ancora pienamente attuata e la sua applicazione operativa resta oggetto di interpretazioni divergenti. L’assenza di un meccanismo condiviso di attuazione ha così alimentato la prosecuzione di spese parallele e tensioni sulla titolarità delle competenze finanziarie.
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