L'uomo non regge più i ritmi dell'AI (soprattutto al lavoro)
Uno studio dell'Harvard Business School ha denominato "brain fry" quella forma di affaticamento cognitivo che colpisce chi usa e soprattutto supervisiona il "lavoro" dell'intelligenza artificiale in ufficio. Perché sì, ormai l'AI occupa un posto di rilievo in moltissimi settori; non ultimo quello dell'informatica, in cui trova impiego come software/web developer.
La quantità di tempo che si risparmia con la scrittura autonoma del codice è rilevante, e questo è innegabile. Il problema è che l'AI non è davvero "autonoma" al 100% – almeno per ora –, dunque occorre supervisionare le sue attività e rivedere gli output soprattutto in caso di errori. Ma stare al passo è difficilissimo: gli agenti virtuali elaborano a velocità enormemente superiori dispetto agli impiegati umani, ed è proprio questo che rende il lavoro di manager e supervisori particolarmente stressante.
Per questi ultimi, il rischio burnout è dietro l'angolo. Lo testimonia – tra gli altri – l'ingegnere italiano Francesco Bonacci, fondatore di Cua AI, che a X affida questo sfogo:
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