Perché adoro guardare le ricette del New York Times (anche se non ne ho mai cucinata una)

Quando ho iniziato a fare questo lavoro, l’allora direttore (che non avrebbe mai e poi mai voluta essere definita direttrice, ma credo che questo non c’entri con il nostro tema di oggi) della Cucina Italiana pretendeva che le immagini, tutte le immagini, presenti sul suo giornale fossero scattate in analogico. Banco ottico, flash, sala posa. Parliamo di venticinque anni fa, non di mille: riccanza vera, mica pizza e fichi. Un giorno, l’improvvida stylist che sceglieva tovaglioli e piatti (all’epoca non si faceva molto più di quello) mise un grappolo di pomodori ciliegini dotati di picciolo verde su un piatto di pasta, come vezzosa decorazione a un piatto altrimenti davvero povero e banale. Le ire dell’inferno si abbatterono su di lei, che per settimane ha subito le peggiori angherie per quell’avventatezza. Niente di non commestibile va nel piatto, meno che mai una cosa cruda su una cosa cotta. Vi vedo, state sorridendo pensando a tutto quel ciarpame che vi scorre davanti all’indice ogni giorno: lei non approva di sicuro. Ma quel gesto così sconsiderato era un segno di libertà creativa, una licenza poetica, un momento di sospensione della incredulità: un piccolo tentativo sbarazzino di essere come gli americani. Questo episodio mi viene sempre in mente quando, nella mia casella di posta, arriva una newsletter del New York Times.
Tutti quelli che scrivono, di qualunque argomento, hanno un unico, enorme, solidissimo riferimento: il New York Times. È come se fosse il giornale dei giornali, è il punto fermo dell’informazione mondiale, ma è anche il veicolo dei trend, oltre che delle notizie. Se quello che dici, fai, vendi, produci è scritto sul New York Times, ha un valore per il mondo. Non è un segreto: tre quarti delle redazioni dei giornali del mondo campano copiando (male) quello che scrivono in quella redazione, e gli altri prendono spunto per costruire i propri pezzi. È il giornale che detta l’agenda, e quello che più di tutti trasforma in tendenza quello che succede. Come racconta spesso su queste pagine anche Soncini, questo giornale ha la maggior parte dei suoi lettori abituali concentrati (e paganti) su due temi: i giochi, e la cucina.
Sui giochi e l’enigmistica non ho alcuna passione, ma sulla cucina non posso rimanere indifferente, anzi. Aspetto con ansia di riceve la newsletter che mi racconta nuove ricette, e ogni volta, immancabilmente, rimango affascinata dall’estetica, dall’impiattamento, dai dettagli, dai colori, dalla nitidezza, dalla leggibilità delle immagini, che sono sempre e comunque appetitose e gustose. Le ricette, tutte, mi fanno salivare, mi procurano gioia immediata, e un desiderio irrefrenabile di provarle. Non vorrei solo gustarle, le vorrei proprio cucinare: perché sembrano elaborate ma a un occhio esperto appaiono subito facili, pratiche, dinamiche, piacevoli da realizzare. Guardandole sembra che il broccolo non puzzi mentre cuoce, che il salmone non schizzi tutto il piano cottura mentre rosola, che le verdure siano croccantissime e di colori vivaci anche in pieno inverno, e che nulla romperà l’incantesimo del mio immaginario di cucina perfetta se mi metterò all’opera per prepararle. Ci ho mai provato? Certo che no. Le leggo, le ammiro, cerco di capirne i passaggi, provo a sostituire mentalmente gli ingredienti che non troverei da questa parte dell’oceano ma alla fine desisto sempre. Ma non sono ricette da fare, sono ricette da ammirare.
E infatti, esteticamente non c’è paragone. Noi non sappiamo scattare foto così, forse non abbiamo più i soldi per farlo, forse non li abbiamo mai avuti, forse non è questione di soldi ma di attitudine, di storia, di contesto culturale, di avere Hollywood e non Cinecittà.
Ma credo che molto dipenda da un preciso contesto culturale. Loro non devono rispondere a nessun immaginario collettivo, perché li hanno interiorizzati tutti. Nessuno negli Stati Uniti si scandalizza della pasta posizionata accanto a un filetto di pesce, o della panna usata come intingolo, o delle spezie usate a caso, e altro che appropriazione culturale gastronomica. Nessuno fa una petizione alle Nazioni Unite per la pancetta nella carbonara, nessuno si sognerebbe mai di commentare se gli spaghetti non sono abbastanza cotti, o abbastanza arrotolati, o abbastanza. Vince l’estetica sull’etica. O forse, semplicemente, chi ha il pane non ha i denti, e viceversa. Le nostre ricette sono già buonissime, appetitose, mediamente facili da realizzare, con pochi ingredienti ben riconoscibili: perché dovremmo fare fatica a farle apparire addirittura belle?
L'articolo Perché adoro guardare le ricette del New York Times (anche se non ne ho mai cucinata una) proviene da Linkiesta.it.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0





