Il governo Meloni deve ancora mostrare il suo vero volto

Mettiamola così: il 2026 sarà l’anno in cui la Ragioneria generale dello Stato dovrà farsi da parte, l’Italia tornerà pienamente nelle mani di un governo di destra e dei suoi interessi elettorali, e molte cose cambieranno nel rapporto col Paese e nel rapporto con l’Europa.
Come si sa, noi abbiamo avuto dal 2022 a oggi una versione molto edulcorata del tanto atteso governo della “vera” destra. Sarà stato per calcolo, per imperizia o per obbligo, sarà stato per la raggiunta maturità della Presidente del Consiglio. Di fatto, dopo anni di opposizione tonante, la linea di Giorgia Meloni soprattutto in economia si è sviluppata in continuità con i precedenti governi, in particolare con quello di Mario Draghi. Le famose “compatibilità” – costate care in termini di consenso a tante maggioranze di centrosinistra – hanno dettato i contenuti delle manovre finanziarie, fino all’ultima. Massima prudenza nella spesa pubblica, razionalizzazione dell’uso dei fondi del Pnrr, limitate novità in materia fiscale. Un quadro non contraddetto dalle mancette elargite qua e là alle categorie amiche: davvero il minimo sindacale, per quanto fastidioso e squalificante.
Con questa chiave Giorgia Meloni ha aperto le porte di Bruxelles che per lei erano rimaste a lungo serrate. È il continuismo di politica economica, insieme all’allineamento sull’Ucraina, che giustifica il credito del quale il governo italiano gode nell’establishment europeo. Meloni ha pagato anche il prezzo della rottura di molte relazioni coi partiti sovranisti perseguendo un solo obiettivo: farsi accettare, rimanere vicina a Ursula von der Leyen, accompagnare lo scivolamento a destra degli equilibri europei facendo la parte della moderata.
Tanto continuismo andava bilanciato. Meloni doveva pur “dire qualcosa di destra”. E a parole, in questi anni, un po’ di “cose di destra” sono state dette. Fatte: poche, o nessuna.
Qualche editto tradizionalista del Ministro dell’Istruzione. Il cattivismo carcerario del Sottosegretario preposto. I sobbalzi autoritari contro le manifestazioni. La farsa dei centri per gli immigrati in Albania. I siparietti del ministro delegato in difesa dell’enogastronomia autoctona. Le vendette dei Ministri della Cultura contro artisti e cineasti ostili. Tante chiacchiere, bandiere sventolate e qualche articolo di legge per lo più inapplicabile.
Il culmine dell’inconsistenza s’è raggiunto con le tre riforme istituzionali che dovevano apporre sul sistema il marchio della destra. Sappiamo che cosa ne è rimasto, dopo anni di scritture e riscritture, rinunce, risse parlamentari, sgambetti fra alleati, sentenze della Corte Costituzionale, sotto il presidio silenzioso ma arcigno del Quirinale. Una sghemba ipotesi di riforma elettorale per mimare sulle schede la scelta del premier. Un elenco di nuove competenze regionali non attribuite né finanziate. Unica riforma andata in porto: una separazione delle carriere dei magistrati tanto leggera e ormai superflua, quanto rischiosa nel suo passaggio referendario: nel migliore dei casi, una bandiera che solo Forza Italia potrà e vorrà piantare.
Il pacchetto di riforme e l’insofferenza verso tutti i poteri terzi – dai singoli giudici alle autorità indipendenti, dalla Corte dei Conti fin su alla Presidenza della Repubblica – disegnano un progetto che potremmo definire orbaniano, comunque tipicamente di destra autocratica. Ecco, fin qui la maggioranza Meloni non ha dimostrato né la forza né la convinzione necessarie a portarlo avanti: capiremo già nei prossimi mesi se nel 2027 sarà questo, il mandato che chiederanno agli elettori. In vista di quella scadenza, nonostante i sondaggi siano incoraggianti, c’è dunque una domanda da porsi: il centrodestra può ripresentarsi agli italiani con un rendiconto così povero?
A oggi, sembra una scommessa al buio: sperare che i sondaggi sulla popolarità della premier siano veritieri, che lei compia in campagna elettorale exploit retorici risolutivi, e infine soprattutto che la coalizione avversaria non produca nulla di meglio di quanto fatto fin qui. Ma ci si può affidare a questi fattori, che neanche dipendono tutti dal governo?
Chiaro che bisogna fare di più. Diciamo che, per la maggioranza Meloni, questo 2026 dovrà essere un anno veramente di destra. Un anno di decisioni irrevocabili, gesti eclatanti, storiche conquiste. O comunque di qualcosa che metta un punto esclamativo a una legislatura sonnacchiosa.
Meloni sa di dover motivare e mobilitare un elettorato tradizionalmente pigro, in un contesto di elevato astensionismo che può penalizzare imprevedibilmente uno schieramento o l’altro. Certo, questo sarà soprattutto il lavoro da fare negli ultimissimi mesi prima del voto. Ma le basi vanno gettate prima. Sicché il varo della legge di bilancio per il 2026 dev’essere l’ultimo atto della stagione della responsabilità, e poi via per un lungo finale coi botti.
Cadranno le deboli resistenze verso forme di condoni fiscali ed edilizi. La base dei lavoratori autonomi ha già avuto molto, ma la Lega ha bisogno di più. Ci saranno le corporazioni amiche da stringere a sé – Coldiretti, balneari, tassisti – e qui potranno arrivare solo sussidi o ulteriori rinvii delle aborrite liberalizzazioni. Poi bisogna dare più forti segnali ideologici contro la transizione green e sulla sicurezza. Naturalmente la competizione è più difficile su lavoratori dipendenti e pensionati, dove i margini di manovra sono stretti e dove i grossi sforzi finanziari si sono già dimostrati elettoralmente inefficaci: per platee vaste, la dispersione dei benefici li rende inavvertibili.
La verità è che l’attuazione del programma non decide la sorte di nessun governo. Altrimenti non si spiegherebbe la micidiale statistica per la quale dal 1994 a oggi, in tutto l’arco della Seconda Repubblica, nessuna maggioranza di governo è uscita confermata dalle elezioni politiche. Anche per questo a Giorgia Meloni conviene che il voto sia uno scontro di personalità. E di identità. Nel quale lei dovrà scegliere se ascoltare il richiamo della foresta e far prevalere il profilo forte della leader nazionalista o quello più rassicurante di donna delle istituzioni. Col rischio nel primo caso di perdere le sponde internazionali, entrare in rotta di collisione con Sergio Mattarella (come si è già intravisto), eccitare la mobilitazione degli avversari. E, nel secondo caso, di snaturare sé stessa, perdendo l’aggressività da militante che scalda le piazze.
Sceglierà probabilmente la prima strada, accentuando anche la carica di vittimismo che è tipica di ogni postura populista, ma nel suo caso si traduce ormai in un tic infantile di ricerca di scuse, colpevoli, giustificazioni, un sistematico scarico di responsabilità.
Anche per questo si può dire che, certo, il 2026 ci farà capire quale Giorgia Meloni si presenterà agli italiani nel 2027. Intanto però si può già fare un bilancio del suo contributo alle fortune del Paese e alla qualità della sua democrazia. E non è un granché, purtroppo.
Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, ordinabile qui.
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