Pietro Calogero, morto a 86 anni il magistrato che annientò Potere Operaio
Se ne va a 86 anni l’ex pm Pietro Calogero uno dei padri in toga insieme ai politici dell’infinita emergenza italiana. Diciamo così perché rappresentò l’accusa nel processo simbolo della madre di tutte le emergenze, il caso 7 aprile.
Calogero, siculo di nascita ma da giovane trapiantato in Veneto muore il 6 aprile alla viglia dell’anniversario grande blitz contro Autonomia Operaia. 22 ordini di cattura con la sua firma, per Toni Negri, Oreste Scalzone e altri “per aver organizzato e diretto una associazione denominata Brigate Rosse”. Tutto falso come risulterà poi all’esito dei processi, dopo lunghi anni di carcerazione preventiva e anche di gogna mediatica con i titoli cubitali che campeggiavano recitando: “Scoperti e arrestati gli assassini di Moro”. I grandi giornali avevano le macchine da scrivere sui tavoli delle Procure, fatta eccezione per il “manifesto”, soprattutto Rossana Rossanda e Giorgio Bocca di Repubblica.
Eppure Calogero preparava i testimoni nei locali della federazione padovana del PCI. Tra questi un funzionario che sosteneva di aver riconosciuto la voce di Toni Negri tra i telefonisti del caso Moro. Tutto assolutamente inventato ma il soggetto non fu mai indagato per falsa testimonianza. Insomma aveva agito a fin di bene “per salvare la democrazia”. Interi passaggi della motivazione degli arresti erano stati copia da articoli di “Rinascita”, la rivista teorica del Pci. Poi il telegramma di congratulazioni del presidente Pertini al capo della procura di Padova. Berlinguer che parlava di “untorelli”. Un giudice peraltro di destra costretto a farsi da parte “per aver anticipato il giudizio parlando di inchiesta su quattro giornaletti”.
Il 7 aprile fu un processo in cui accusa e difesa parlavano di politica. “Mi scusi professor Negri mi spieghi meglio la sua idea”. E l’avvocato Francesco Piscopo, dopo aver dato calci sotto il tavolo a Negri per indurlo a tacere, interveniva bruscamente: “Senta dottore, per far questo tolga le manette e andiamo al ristorante”. Si tratta di una storia non facile da capire oggi in un’altra Italia e un altro mondo, anche se l’emergenza non è finita per niente. E ancora tutto o quasi tutto diventa penale.
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