Un pezzo della magistratura vuole chiudere Unità e Riformista: sindacato ed editori restano in silenzio?

Aprile 10, 2026 - 00:00
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Un pezzo della magistratura vuole chiudere Unità e Riformista: sindacato ed editori restano in silenzio?

Nei giorni scorsi, come sapete, sono stato condannato per diffamazione, insieme al mio editore, per alcuni articoli pubblicati sul Riformista, che all’epoca dirigevo, nei quali si parlava del famoso dossier mafia-appalti e della sua archiviazione, nell’estate del 1992, subito dopo la morte di Giovanni Falcone, che lo aveva ispirato, e pochi giorni prima dell’uccisione di Paolo Borsellino, che aveva chiesto di poterlo seguire.

La diffamazione – per la quale il Pm ha addirittura chiesto 3 anni e mezzo di prigione (cioè una pena superiore al limite massimo previsto dal codice penale) – consisteva nell’avere posto con insistenza (“recidiva” hanno sostenuto i giudici) agli ex magistrati palermitani Scarpinato (oggi senatore 5 stelle) e Lo Forte una semplice domanda: “perché chiedeste quella archiviazione?”. Perché la chiesero io ancora non lo ho capito. Ho capito però che la giudice, pur non accogliendo la richiesta un po’ scombiccherata del Pm, ci ha condannato a una multa di 4mila euro, più a un risarcimento di centomila euro ai due magistrati querelanti, più svariate spese legali, il tutto, alla fine, per circa 140 mila euro. È una cifra molto alta. Assai più alta di quelle che di solito vengono decise per analoghi casi di diffamazione (talvolta persino giustificati) nei confronti di semplici cittadini. Le statistiche dicono che quando il presunto diffamato è un magistrato si applica una specie di moltiplicatore che aumenta considerevolmente il “compenso” per il querelante. Il problema è che il gruppo editoriale per il quale lavoro (“Romeo Editore”) è diventato ormai il bersaglio preferito dei magistrati.  Che querelano ogni volta che sono citati con toni critici dai giornali di Romeo (Riformista e Unità). Ci fu persino una magistrata che ci querelò perché in un articolo si era scritto che lei apparteneva alla corrente dell’Anm che faceva capo all’onorevole Ferri. Informazione peraltro risultata assolutamente veritiera, e certamente non offensiva.

Nei giorni scorsi Alfredo Romeo ha reso pubbliche le cifre della campagna delle querele (lista pubblicata integralmente giorni fa dal Riformista). Sommando tutte le querele per diffamazione verso membri della magistratura si sfiorano i due milioni di euro. Una cifra pazzesca, in grado di affondare qualsiasi giornale, specialmente giornali piccoli come i nostri. Oltretutto i tribunali che emettono la sentenza di primo grado hanno l’abitudine di dichiarare la sentenza immediatamente operativa. Cioè bisogna aprire subito il portafoglio, senza, peraltro, avere la certezza di una restituzione in caso di vittoria in appello. Ora voi capite che ci troviamo di fronte a un problema molto serio che riguarda non solo il gruppo Romeo, ma riguarda la libertà di informazione. Potrei riassumere così: è in atto una strategia che attraverso l’uso spregiudicato delle querele, e il favore dei tribunali, e l’irrogazione di pene gonfiate, punta a creare un danno economico così grande a un gruppo editoriale da costringerlo a chiudere i giornali.

Non è una esagerazione. Né una forma di complottismo. Il complottismo si realizza quando una teoria politica è sostenuta da illazioni. Qui non c’è nessuna illazione, ci sono decine di processi in corso o già conclusi, e uno sbilancio di due milioni. Voi direte: ma quante cose false avete scritto sui magistrati? La risposta è semplice: nessuna. Non siamo mai stati querelati o condannati per avere fornito informazioni non vere. Siamo stati condannati per i toni. Cioè i tribunali hanno stabilito che i nostri giornali non sono mai stati troppo rispettosi nei confronti dei signori loro colleghi. E su questa linea giudiziaria hanno aperto le porte alla guerriglia contro di noi dichiarata da un settore ben organizzato dei loro colleghi. Perché? Per la semplice ragione che non c’è nulla di più fondamentalista di quei settori della magistratura. Non c’entrano niente le cosiddette toghe rosse, che raramente querelano e in genere vengono subissate di insulti. Qui siamo in presenza di toghe senza colore che interpretano il loro lavoro come una missione ordinata da Dio, pensano di essere superiori a tutto e a tutti, e non sopportano nessun tipo di critica. E siccome, nel giornalismo giudiziario italiano, non sono molte le voci critiche verso la magistratura, queste toghe prendono di mira i pochi giornali garantisti e puntano ad ottenere in qualche modo il loro silenzio. O con la resa dei giornalisti o con la chiusura dei giornali.

Non mi pare che nessuno possa immaginare che le querele dei magistrati non abbiano un contenuto intimidatorio. Il magistrato che ti querela scrive sulla querela, con l’inchiostro simpatico, una didascalia: “attento, perché io sono potente, ti farò spendere un sacco di soldi e alla fine ti costringerò a pagare cifre astronomiche. Sicuro che ti conviene continuare a scrivere?”. La forza dell’intimidazione è infinitamente superiore a quella dei politici. Che non hanno amici nei tribunali e infatti spessissimo, se querelano, perdono. Questa è la ragione per la quale querelano poco. Penso alle querele sporte da Matteo Renzi contro un giornale che abitualmente lo chiama “il bullo di Rignano” e fa grande uso di questa definizione in titoli in prima pagina. Renzi ha perso in tribunale, perché i giudici hanno pensato che chiamare un presidente o ex presidente del Consiglio “bullo” sia una forma ragionevole di critica. Io non mi sono neanche sognato di definire Scarpinato bullo, né niente di simile. Eppure…

Eppure succede che per esempio il sindacato dei giornalisti è sempre pronto a intervenire a favore di giornalisti e giornali o testate televisive finiti sotto il tiro dei politici. Ma mai e poi mai si muove per difendere le vere vittime delle querele, che sono i giornalisti e i giornali invisi alla magistratura. Recentemente la presidente della Fnsi (il sindacato unitario dei giornalisti) ha rilasciato una dichiarazione di moderata solidarietà al Foglio che era stato minacciato in modo molto pesante dal Procuratore Gratteri, ma nella sua solidarietà c’erano parole di grande apprezzamento per Gratteri, usate per ammorbidire la critica obbligatoria. La Fnsi non ha denunciato Gratteri per minacce. E comunque noi giornalisti non siamo stati chiamati in piazza contro le minacce di Gratteri, né tantomeno, ovviamente, contro le minacce del Pm del caso Scarpinato. Mai ci è stato proposto di scendere in lotta contro le aggressioni delle Procure.

Il sindacato dei giornalisti, come del resto anche la Fieg (la federazione degli editori) subisce in modo del tutto evidente l’influenza e i dettati dell’Anm. A volte sembrano quasi esserne una appendice. Più che influenza bisognerebbe parlare di obbedienza. E questo lascia del tutto scoperto il fronte della difesa della libertà di stampa. Secondo voi, noi cosa dobbiamo fare? Aspettare che i magistrati contrari alla libertà di stampa (e alla Costituzione) vincano la loro battaglia e chiudano i nostri giornali? O possiamo aspettarci che almeno la politica si muova? Che senta il dovere di difendere davvero la Costituzione? Che prenda provvedimenti per impedire vessazioni e soprusi?

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