Quando i pesci sega nuotavano nel Mare Nostrum

Aprile 3, 2026 - 15:30
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Quando i pesci sega nuotavano nel Mare Nostrum

Per secoli, i pesci sega sono stati tra gli abitanti più straordinari delle acque costiere. Con il loro lungo rostro dentato, un po’ arma e un po’ organo sensoriale, hanno alimentato miti, timori e meraviglia. Oggi sono tra i pesci più minacciati al mondo. In molte regioni sono scomparsi prima ancora che la scienza potesse studiarli a fondo.

Sono pesci cartilaginei con abilità peculiari che permettono loro di vivere in acque a diversa salinità, grazie a adattamenti che coinvolgono il sistema circolatorio. Sono creature che utilizzano il lungo rostro a forma di sega per rilevare attraverso elettrosensori la presenza di altri animali. Sono capaci di colpire banchi di pesci, oscillando il rostro da un lato all’altro per trafiggere e stordire le prede. Purtroppo, come la maggior parte dei pesci cartilaginei, squali e razze, si riproducono lentamente, rendendo più difficile il recupero delle popolazioni, e rendendoli fortemente minacciati.

Un nuovo studio pubblicato sul Zoological Journal of the Linnean Society e coordinato dal prof. Fausto Tinti, dell’Università di Bologna, mostra che le collezioni museali possono ancora custodire le chiavi per capire cosa abbiamo perso, e dove.

I pesci sega si sono estinti nel Mar Mediterraneo. Intorno alla prima metà del XX secolo erano già praticamente scomparsi dalle sue coste, portati all’estinzione locale dalla pesca intensiva, dalla distruzione degli habitat e dall’antropizzazione delle coste. Eppure, le testimonianze storiche dei reperti custoditi nei musei di storia naturale raccontano di un passato più ricco. Quali specie vivevano nel Mediterraneo? Erano visitatori occasionali o popolazioni stabili?

Fino a poco tempo fa si pensava che in Mediterraneo fossero vissute due specie di pesci sega, il pesce sega maggiore (Pristis pristis) e il pesce sega minore (Pristis pectinata). Le prove erano tuttavia incerte, basate su esemplari di dubbia origine. A fare chiarezza, un team di zoologi ha condotto un'accurata ricerca e messo a punto analisi molecolari su materiale prelevato da musei europei.

I musei di storia naturale conservano centinaia di rostri di pesce sega. Queste strutture ossee essiccate, un tempo molto commerciate come curiosità o trofei. Spesso questi rostri sono ciò che rimane di animali catturati decenni o secoli, fa. Ma c’è un problema: molti non riportano informazioni precise sul luogo o sulla data di cattura. Alcune etichette sono vaghe. Altre sono semplicemente errate.

Nello studio sono stati analizzati oltre duecento rostri conservati in trentatré musei e quattro collezioni private europee. Ventotto erano etichettati come provenienti dal Mediterraneo. A prima vista potrebbe sembrare una prova solida. In realtà, molte etichette riportavano soltanto un nome di località scritto a mano, talvolta aggiunto molto tempo dopo l’ingresso del reperto in collezione.

Invece di accettare questi dati senza verifica, i ricercatori hanno applicato un sistema rigoroso di valutazione dell’affidabilità delle informazioni. Solo pochi esemplari potevano essere considerati ben documentati. Molti ricadevano in una zona grigia di incertezza, e alcuni sono stati esclusi dalle ricostruzioni storiche.

Per identificare la specie di ciascun rostro, il team ha utilizzato un approccio integrato, combinando tre metodologie di indagine. La morfometria lineare analizza le proporzioni di misure lineari dei rostri (ad esempio larghezza e distanza tra i denti). La morfometria geometrica, che rileva differenze di forma invisibili a occhio nudo. E, l’analisi del DNA antico estratto direttamente dai rostri. Questo DNA ha potuto validare, confermare o confutare, le identificazioni e l’origine dei reperti.

I risultati sono stati sorprendenti. I rostri appartenevano a quattro specie viventi di pesce sega, non soltanto alle due precedentemente ipotizzate per il Mediterraneo (Pristis zijsron pesce sega verde e Anoxypristis cuspidata, pesce sega stretto, oltre le due già ipotizzate).

Molti esemplari erano stati identificati in modo errato. Quasi uno su cinque riportava un nome di specie sbagliato, e quasi la metà non era mai stata determinata a livello di specie. Gli errori erano particolarmente frequenti tra Pristis zijsron e Pristis pectinata, i cui rostri possono apparire molto simili.

Tra i 28 esemplari etichettati come mediterranei erano rappresentate tutte e quattro le specie. Tuttavia, dopo aver valutato l’affidabilità delle informazioni di provenienza, solo una parte limitata poteva essere utilizzata con sicurezza per ricostruire la distribuzione storica. Questo non smentisce le precedenti evidenze della presenza dei pesci sega nel Mediterraneo, ma dimostra quanto siano delicate queste ricostruzioni quando si basano su dati incompleti.

A prima vista, correggere vecchi inventari museali può sembrare un mero esercizio curatoriale. In realtà, ha implicazioni cruciali per la conservazione.

I pesci sega sono classificati come in pericolo critico di estinzione a livello globale. Per proteggerli, dobbiamo sapere non solo dove vivono oggi, ma anche dove vivevano prima che le attività umane trasformassero radicalmente gli ecosistemi marini. Le ricostruzioni storiche sono fondamentali: definiscono cosa significhi davvero “recupero” per una specie.

Questo studio dimostra che le collezioni di storia naturale non sono archivi superflui, ma risorse scientifiche garanti dell’affidabilità del dato. Con gli strumenti moderni anche esemplari mal documentati possono fornire informazioni attendibili.

Il Mar Mediterraneo di oggi è solo un’ombra della sua complessità ecologica passata. I grandi predatori sono rari, e interi ruoli funzionali sono scomparsi. I pesci sega, un tempo presenti nelle baie e negli estuari costieri, sopravvivono ormai solo nei racconti e nei reperti museali.

Restituendo voce a questi reperti, la ricerca scientifica ci riconnette con quel mondo perduto. Ci ricorda che l’estinzione è spesso silenziosa e graduale e che comprendere il passato è essenziale se vogliamo costruire un futuro migliore per i nostri mari. A volte, le risposte che cerchiamo sono già lì, nei nostri musei, in attesa di essere riscoperte.

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Redazione Eventi e News Redazione Eventi e News in Italia