Rappellino: «Formazione alla sinodalità, occorre il coraggio di non rimanere immobili»

Mar 11, 2026 - 01:00
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Rappellino: «Formazione alla sinodalità, occorre il coraggio di non rimanere immobili»
sessione plenaria consigli diocesani 2026Un momento della Sessione (foto Andrea Cherchi)

«Il lavoro che è stato chiesto a Miriam Giovanzana e a me, come membri dell’Équipe sinodale e comunicatori, era quello di offrire una restituzione narrativa, in stile sinodale, non avendo la preoccupazione della sistematicità: un lavoro che, poi, invece si farà analizzando tutti i documenti.  Il giornalista Paolo Rappellino che ha seguito e reso conto dei 9 gruppi che hanno lavorato sul tema della formazione alla sinodalità, racconta la sua esperienza (felice) nel partecipare ai lavori dell’importante giornata svoltasi presso il Collegio dei Padri oblati di Rho.  

Quale è il tema emerso da questi gruppi ed esiste un filo rosso che ha legato eventuali richieste e osservazioni in riferimento al percorso sinodale della Diocesi e ai suoi sviluppi futuri?
Ci si è concentrati su come prepararci, come Chiesa e come singoli, all’essere sinodali. Ciò che mi ha colpito sono le parole-chiave, emerse in collegamento al tema della franchezza, della parresia, del non avere paura a dire ciò che si pensa. Il clima è stato familiare, collaborativo e devo dire che è anche andato oltre il classico schema presbitero/laico, pur registrando una netta maggioranza di sacerdoti in ragione della natura del Consiglio presbiterale, ma anche della composizione del Pastorale diocesano. Nonostante questo, il confronto ha avuto un carattere paritario.

Spesso si dice che le nostre comunità sono statiche, che mancano i giovani. Invece si è detto che la Chiesa sinodale “corre”…
Sì, e questo è qualcosa di davvero interessante, nel senso che tra le tante parole-chiave che ho utilizzato per stendere la mia sintesi, ve ne sono state volutamente alcune che richiamano proprio la necessità di non rimanere immobili e, anzi, il coraggio di osare. Lo stesso tema dell’accoglienza, di essere una Chiesa accogliente è legata all’osare, perché accogliere significa portare dentro di noi lo sconosciuto, magari anche l’indesiderato e l’indesiderabile, quello che comunque rompe gli schemi. Ciò ha a che fare naturalmente con la fiducia, che è base della sinodalità. È un circolo virtuoso in cui tutto si tiene.

Paolo Rappellino
Paolo Rappellino (foto Andrea Cherchi)

Nelle due comunicazioni di sintesi – la sua, ma anche quella di Giovanzana – si è sottolineato il dato fondamentale del battesimo, che permette di riconoscerci fratelli capaci di costruire un dialogo oltre le diversità e i ruoli nella Chiesa…
Senza dubbio. Il battesimo è il dato di partenza che tutti ci unifica. Ma in realtà si è andati anche oltre il perimetro battesimale nel definire la Chiesa che accoglie. Se, però, ci limitiamo ai nostri organismi di partecipazione, mi pare significativo ricordare che qualcuno ha chiesto che il Consiglio presbiterale inizi a riunirsi regolarmente, laddove è possibile, in seduta congiunta con il Consiglio pastorale diocesano, perché un cammino sinodale – secondo chi ha avanzato questa proposta – richiede un’abitudine a lavorare, insieme che probabilmente ancora oggi non è molto diffusa.

Come immaginare concretamente un primo passo perché la giornata vissuta in modo unitario non resti un momento bellissimo, ma isolato? Come, insomma, riprendere il cammino o, meglio, la corsa, per usare un termine risuonato tante volte?    
I gruppi di cui mi sono occupato avevano come compito di riflettere sul tema della formazione alla sinodalità e posso dire che, in tal senso, sono state avanzate richieste molto chiare. Ossia che venga garantita, da qui in avanti, una formazione centralizzata con proposte diocesane, ma anche decentrata nelle diverse realtà territoriali. Certamente, vi è in tutti la consapevolezza che una Diocesi grande e importante come la nostra è in grado, a livello centrale, di garantire percorsi di grande eccellenza, ma che proprio per questa sua forza, può favorire anche una formazione decentralizzata, attenta al locale e alle diverse condizioni, anche geografiche, della Chiesa ambrosiana. E che questo sia ben presente si è visto nella suddivisione dei gruppi per categorie di provenienza territoriale. Occorre, quindi, una formazione che tenga conto sia delle potenzialità del centro, sia della voce delle periferie. Inoltre, un altro tema che è emerso è quello che tutto questo sia portato avanti autorevolmente e, in questo senso, mi pare che la risposta dell’Arcivescovo, nel suo intervento finale all’assise, sia stata immediata e molto incoraggiante.

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