Tomo tomo, cacchio cacchio, Papa Leone è la spina nel fianco di Trump

Mar 26, 2026 - 07:00
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Tomo tomo, cacchio cacchio, Papa Leone è la spina nel fianco di Trump

Non sapremo mai con certezza se i 115 cardinali che hanno scelto papa Leone XIV volessero mettersi in casa un antagonista, silenzioso ma risoluto, alla deriva autarchica di Donald Trump. Coscienti o meno gli alti prelati, adesso a guidare il Vaticano c’è proprio un figlio di quell’America che poco o nulla ha in comune col suo presidente. 

In generale, quando l’8 maggio dell’anno scorso Robert Francis Prevost si affacciò al balcone della Basilica di San Pietro come successore di Francesco, pochissimi sapevano già chi fosse. Alzi la mano chi non corse a compulsare Google in cerca di informazioni. «A tutte le persone, ovunque si trovino, a tutti i popoli, a tutta la Terra, la pace sia con voi» furono le prime parole del nuovo Papa che ha attraversato i primi mesi del suo pontificato sotto traccia, come se avesse bisogno di prenderci la mano o come se volesse distanziarsi dall’interventismo, dalla scossa data ai cattolici da Bergoglio, anche al costo di apparire inconsistente al suo confronto.

Il mondo da quell’8 maggio, però, sembra essersi messo a correre e anche Leone XIV comincia a mostrarsi per quel che è davvero. Una riprova si è avuta nei giorni scorsi con la comparsa a Roma di Peter Thiel, l’anima nera dell’America tecnocratica e Maga, e con l’intransigenza con cui il Papa ha negato alle sue conferenze le sedi in qualche modo riconducibili alla chiesa cattolica. A ben vedere, una reazione quasi obbligata alla vera e propria sfida lanciata da Thiel: presentarsi nel cuore del cattolicesimo a parlare di Anticristo e individuare nello stesso Papa che parla di «tecnocrazia escludente», uno degli ostacoli agli sviluppi dell’intelligenza artificiale. 

I cardinali riuniti nella Cappella Sistina puntavano senz’altro una figura di mediazione, qualcuno che riportasse tranquillità nella Chiesa dopo anni turbolenti. Di più, complicati. «Credo che i cardinali cercassero tre cose – ha detto Alistair Dutton, lo scozzese segretario generale della Caritas Internationalis -. Desideravano continuità con papa Francesco, cercavano qualcuno che avesse uno spirito unificante, ma desideravano anche un Papa forte, capace di confrontarsi alla pari con i grandi del pianeta, tra cui la nuova amministrazione americana, ma non solo». Insomma, conoscevano Prevost molto meglio di quanto potesse sembrare e in questo erano stati istradati da Bergoglio che, in soli due anni, lo aveva portato da vescovo della poco nota Chiclayo alle più alte sfere. Volevano un fine diplomatico e sembra l’abbiano trovato. 

La presa d’atto definitiva del suo problema principale (Trump) si potrebbe far risalire all’incontro con il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede per gli auguri di inizio anno. Il Papa che aveva esordito con quel «la pace sia con voi», ora sentenziava «la guerra è tornata di moda», ma sempre con la flemma che stiamo imparando a conoscere. Per poi pronunciare il più politico dei suoi discorsi. Almeno finora. «Cessate il fuoco subito in Ucraina. A Gaza grave crisi umanitaria. In Venezuela si rispetti la volontà del popolo»: il sunto distillato dai titoli di giornale. Senza fare nomi, ma con un destinatario ben preciso, quella Casa Bianca che minacciava di annettere la Groenlandia, stringeva d’assedio il Venezuela e radunava già un’armata per scatenare la guerra contro l’Iran.

Adesso proprio il Wall Street Journal dedica un lungo approfondimento al ruolo di Leone come difensore dell’ordine internazionale e si chiede se «riuscirà il discreto pontefice di Chicago a fare la differenza in un’epoca di spietata politica di potere». Di certo, Prevost conosce la società e la politica americana meglio di qualsiasi Papa precedente e le sue critiche non possono essere liquidate con la stessa facilità con cui lo sarebbero quelle di un papa italiano, argentino o nigeriano. A complicare il suo compito c’è il fatto che milioni di cattolici americani hanno votato per Trump, ma al tempo stesso quegli stessi cattolici mostrano un crescente disappunto per le dure politiche sugli immigrati.

Leone procede con accortezza, non è l’anti-Trump, fa un altro mestiere: è il difensore dell’insegnamento cattolico, il custode della dottrina sociale a cui ha dato impulso Francesco e che non vuole, né può, rinnegare ma il contrasto di stile e di sostanza tra i due americani più in vista al mondo è troppo evidente per non essere notato. «Offrono immagini molto diverse dell’America. Ma entrambe sono rappresentazioni autentiche di ciò che siamo» spiega Elise Ann Allen, autrice di “Papa Leone XIV”, la biografia uscita di recente anche in Italia per Mondadori.

Il pontefice e il presidente americano non si sono ancora incontrati. Leone ha anche declinato l’invito a Washington che gli aveva rivolto il vicepresidente JD Vance in occasione della visita a Roma poco dopo l’incoronazione papale: non farà da testimonial all’imprevedibile Donald in coincidenza con le celebrazioni dei 250 anni dell’America e con le elezioni di midterm. Le divergenze attuali sono troppo forti, anche se Prevost non le pubblicizzerà mai. L’amministrazione Trump è andata in conflitto col Vaticano sulle politiche migratorie sin dal suo insediamento. La spaccatura si è ampliata in estate con i primi raid dell’Ice e lo sconcerto si è diffuso tra i latinos cattolici, che sono milioni e che hanno visto amici, vicini e parenti arrestati. «Per anni – spiega il Wall Street Journal -, la Conferenza episcopale statunitense si è distinta per le forti divisioni tra la sua maggioranza conservatrice e i progressisti allineati con papa Francesco. Sull’immigrazione, tuttavia, le azioni dell’amministrazione hanno portato a una rara unità. A novembre, una schiacciante maggioranza ha votato a favore di una dichiarazione che denunciava un “clima di paura” e condannava “la deportazione di massa indiscriminata”». 

Una presa di posizione gradita al Papa e a cui la Casa Bianca si è sentita in dovere di reagire per bocca di Tom Homan, il duro (e peraltro credente) “zar del confine”: «La Chiesa cattolica è in errore», senza per questo impressionare i vescovi che a febbraio sono tornati alla carica con un’istanza amicus curiae alla Corte Suprema (una specie di nostra costituzione di parte civile), chiedendo di bloccare l’ordine «immorale» col quale Trump avrebbe voluto abolire lo ius soli. 

In questo clima, il tradizionale ruolo di mediazione del Vaticano nei conflitti si è fatto più difficoltoso. Il Papa ha rifiutato l’invito a far parte del Bord of Peace per Gaza, anche come semplice osservatore, e la Casa Bianca ha bollato la decisione come «profondamente deplorevole». Fino all’ultimo, Leone e il segretario di Stato Pietro Parolin hanno cercato di convincere Trump ad accettare una soluzione concordata in Venezuela, cioè l’esilio per Nicolás Maduro. Sembrava fatta, ma solo pochi giorni dopo, la risposta è stata il blitz armato. Adesso la diplomazia vaticana è all’opera su Cuba e nessuno può aver dimenticato il viaggio apostolico del 2015 di Francesco nell’isola caraibica e negli Stati Uniti (presidente Barack Obama). La mediazione ha portato all’avvio di colloqui, le speranze si sono accese a Città del Vaticano, ma lunedì Trump è tornato a minacciare e ad augurarsi di poter «avere l’onore di prendere Cuba in qualche forma».

E poi c’è l’Iran. Leone XIV ha parlato di «atroce violenza», mentre i cardinali statunitensi hanno criticato la spettacolarizzazione della guerra con i post su Truth in stile videogiochi. Posizioni sempre più lontane, ma con un dato incontrovertibile: diminuisce il consenso per Trump e cresce quello per un Papa che è già riuscito a stemperare le tensioni nella Chiesa, e anche a farsi apprezzare per il suo approccio discreto.

Il settantenne che persino a Chicago pochi conoscevano, che di malgrado aveva accettato gli incarichi curiali e che di notte studia tedesco su Duolingo come un qualsiasi mortale, secondo un sondaggio condotto da Gallup in 61 Paesi è oggi il leader con il più alto indice di gradimento nel mondo. Ciò potrebbe finire per incidere anche nell’America delle religiosità ultraconservatrici. Che l’argine alla politica del “wrecking ball” diventasse uno che ha fatto il missionario in Perù per vent’anni nessuno lo aveva previsto.

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