Trump rischia di svuotare il meccanismo europeo costruito per difendere Kyjiv

Con Donald Trump alla Casa Bianca è come quella campagna Adidas che riprendeva Muhammad Ali: impossible is nothing.
Quando il Washington Post ha riportato giovedì che il Pentagono sta valutando di dirottare verso il Medio Oriente le armi destinate all’Ucraina attraverso il Prioritized Ukraine Requirements List (Purl), il meccanismo attraverso cui i Paesi partner acquistano armamenti americani per sostenere la resistenza di Kyjiv, la notizia ha fatto il giro delle cancellerie europee in poche ore. Kaja Kallas, Alta rappresentante per la politica estera dell’Unione europea, ha avvertito che le promesse fatte all’Ucraina devono essere mantenute. Mark Rutte, segretario generale della Nato, ha insistito che il flusso di equipaggiamenti continua. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha detto che le consegne di Patriot non si sono fermate.
Il Purl non è un capriccio improvvisato: nato l’anno scorso su mediazione della Nato, è stato costruito dagli europei come strumento di protezione dall’imprevedibilità dell’amministrazione Trump. I Paesi partner hanno impegnato circa 4 miliardi di dollari per garantire all’Ucraina un flusso continuo di equipaggiamenti americani di alta gamma, dai missili Patriot agli intercettori Thaad. Secondo Rutte, il programma ha coperto circa il 75 per cento delle munizioni per le batterie Patriot ucraine.
Eppure, la storia è più complicata di quanto il titolo del Post suggerisca. Colby Badhwar, esperto di esportazioni di armamenti, ha smontato in parte la lettura allarmistica su due punti distinti. Il primo riguarda la meccanica del programma: il Purl funziona anche come meccanismo di rimpiazzo. Ovvero: gli Stati Uniti cedono dalle proprie scorte per consegna immediata all’Ucraina, e i fondi europei servono poi a ricostituire quelle scorte americane. In questo scenario, il Pentagono che utilizza 750 milioni di dollari Purl per ricostituire i propri inventari non è uno storno fraudolento, ma il programma che opera come previsto. Il secondo punto riguarda il diritto contrattuale: la facoltà americana di modificare i calendari di consegna nell’ambito del Foreign Military Sales per proprie esigenze operative non è un’anomalia dell’era Trump, ma una clausola standard che ogni cliente firma accettando una lettera d’offerta. Washington ha applicato lo stesso strumento in direzione opposta quando ha dato priorità all’Ucraina sugli intercettori Pac-3 Mse e i missili Amraam rispetto ad altri clienti paganti. Non esistono, secondo Badhwar, prove di modifiche recenti ai calendari di consegna Purl, e l’affermazione del Post sulla notifica al Congresso dello storno non risulta suffragata.
Questo non rende il quadro rassicurante. La guerra in Iran – avviata il 28 febbraio da Stati Uniti e Israele in meno di quattro settimane — sta consumando le scorte americane a una velocità che preoccupa i partner Nato. Il Pentagono tenta di accelerare la produzione di interceptor e missili da crociera, ma l’industria della difesa americana non riesce a fare il salto produttivo necessario in tempi brevi. La richiesta supplementare di bilancio che la Casa Bianca si prepara a presentare al Congresso supererebbe i 200 miliardi di dollari.
La lezione strutturale che gli europei stanno imparando riguarda l’architettura stessa dei loro impegni con Washington. I meccanismi costruiti per limitare la volatilità dell’amministrazione Trump restano esposti alla discrezionalità americana, perché quella discrezionalità è scritta nei contratti. Il Purl era la risposta europea al rischio Trump: quel rischio non è scomparso, si è spostato di un livello. Impossible is nothing, appunto.
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