Votate al referendum pensando alle prossime generazioni, non alle prossime elezioni

Non sono né stupito, né stranito dal fatto che molti sinceri garantisti, pur favorevoli in via di principio alla separazione delle carriere dei magistrati, propendano in via di fatto per l’astensione o per il No al referendum, più per la repulsione della retorica elettorale della destra – per la serie «Vota Sì se vuoi Carola Rackete all’ergastolo, i clandestini in Albania e Carmelo Cinturrino al Quirinale» – che per le perplessità sul contenuto della riforma, in cui si rimpastano ingredienti (sorteggio e corte disciplinare compresi) suggeriti o digeriti in passato anche dagli attuali contrari e diventati improvvisamente indigesti nella ricetta Nordio-Meloni.
Non mi sfugge neppure il dispetto che suscita l’usurpazione del tema garantista da parte degli eredi dei cappi e delle monetine di Tangentopoli, dei teorici del nuovo diritto penale d’autore e dell’unicuique suum dei diritti e delle pene, che discrimina indagati, imputati e condannati in ragione di speciali criteri di meritevolezza, che però hanno sempre casualmente a che fare con caratteristiche etnico-censuarie.
D’altra parte, sono convinto che la possibile vittoria del No al referendum non scongiurerebbe affatto il pericolo di un ulteriore scatenamento giustizialista della destra, privandola del paravento garantista e dell’abbrivio del trionfo. Se dovessi scommettere, lo farei sullo scenario esattamente contrario: archiviata dal voto popolare la foglia di fico della separazione delle carriere dei magistrati, la coppia di fatto tra Andrea Delmastro e Nicola Gratteri, momentaneamente divisa dal referendum, si ricomporrebbe d’incanto e tornerebbe a macinare una cultura penale da brivido, all’insegna della più disinibita fascisteria politico-giudiziaria.
Invece se vincesse il Sì? Succederebbe probabilmente la stessa cosa, ma con minore legittimazione per il capo-palazzo di Via Arenula – non che questo di per sé lo freni, lo so – e con più frustrazione che trasporto per il procuratore di Napoli, che la sua vestale giornalistica Marco Travaglio ha sobriamente definito «uno degli ultimi fuoriclasse della magistratura» e che passerà alla storia come uno dei più accaniti e fantasiosi troll del fronte del No, dalla declamazione televisiva di un’intervista di Falcone inventata (gliel’avevano raccomandata come vera e il fuoriclasse c’era cascato) alla classificazione finemente criminologica dei sostenitori del Sì (quella dove «indagati» e «delinquenti» sono sinonimi, alla faccia della Costituzione più bella del mondo).
Allo stesso modo, se vincesse il No e miracolosamente – non illudetevi – franasse la maggioranza di centro-destra e il fronte dei contrari sulla spinta del risultato referendario vincesse le elezioni politiche, cosa succederebbe? Succederebbe esattamente la stessa cosa: continuerebbe (si guardi ai precedenti) la stessa degradazione della giurisdizione a benzodiazepina politica e la stessa mortificazione dello stato di diritto a prêt-à-porter della legalità emergenziale.
Se il fronte del No vincesse pure le elezioni avremmo d’incanto uno stop alla proliferazione di reati, aggravanti e aumenti di pena, il panem et circenses di qualunque populismo? Ovviamente no, cambierebbe semplicemente la faccia o la maschera dei cattivi irredimibili da inserire nel programma: «buttare la chiave».
I garantisti preoccupati della paranoia panpenalistica bipartisan della politica italiana dovrebbero onestamente ammettere che il risultato del referendum da questo punto di vista sarà irrilevante. E lo stesso dovrebbero fare – sia chiaro – quanti, troppo allargandosi, promettono che la vittoria dei Sì squadernerebbe le magnifiche sorti e progressive della giustizia liberale, di cui la separazione delle carriere si può considerare una condizione necessaria, ma tutt’altro che sufficiente.
Quello che cambia sicuramente, a seconda della vittoria del Sì o del No, riguarda il completamento ordinamentale del principio di parità processuale tra accusa e difesa, davanti a un giudice terzo e imparziale, stabilito dall’articolo 111 della Costituzione. Oggi occorre presumere l’elemento soggettivo, cioè l’imparzialità per riconoscere al giudice una oggettiva terzietà, mentre domani sarebbe la terzietà oggettiva a garantire, agli occhi del giudicato, l’imparzialità del giudice.
Non so che ne pensino i garantisti per il No, per l’astensione o per il Boh, ma l’idea di essere giudicato da un signore, che non deve chiedere alla mia controparte togata e ai suoi compagni di corrente agognati riconoscimenti di carriera, mi lascerebbe decisamente più tranquillo circa l’imparzialità del suo giudizio.
Sarei inoltre sollevato all’idea che un giudizio civile finito in Cassazione non trovasse come rappresentante della Procura generale il giudice che mi aveva dato torto in primo grado (passaggio consentito dalla legge Cartabia) e a cui un collega aveva dato torto in appello.
Sarei poi ulteriormente rassicurato, oltre che da passaggi di carriera azzerati e da un Csm duplicato, da un’Alta corte disciplinare non costretta, come l’attuale Csm, a perdonare e non radiare dall’ordine giudiziario magistrati condannati in via definitiva per avere ripetutamente vandalizzato le automobili dei colleghi o tentato di estorcere con la minaccia ai testimoni incolpazioni ai danni degli indagati. Non ho fatto, sia chiaro, alcun esempio di fantasia. Ho fatto, ahimè, cronaca.
La vittoria del Sì avrebbe inoltre un’ulteriore, duplice e ancora maggiore significato: eviterebbe di decretare la sconfitta storicamente definitiva di ogni riforma liberale in materia di giustizia (se ne riparlerebbe dopo la prossima era glaciale) ed eviterebbe di costituzionalizzare, per via traversa, la sovrintendenza della democrazia italiana da parte di un corpo separato di chierici togati – il corrispondente del Consiglio dei Guardiani dell’Iran sciita – che hanno usurpato alcuni poteri e abusato di altri, fino a esercitare, in un rapporto diretto con l’opinione pubblica, una guardiania generalizzata sulla salute morale della Repubblica, d’intesa con una libera stampa (absit inuiria verbis), di cui, come diceva Massimo Bordin, si sarebbero dovute separare fortune e carriere – alla pari dei giudici – da quelle dei magistrati requirenti.
Poi, proprio come nell’Iran komeinista, anche nella magistratura corporata italiana il fanatismo e l’affarismo vanno a braccetto – non da oggi o da Luca Palamara: da decenni – e quindi le sue rappresentanze mentre si impegnano nell’amministrazione di sostegno della Repubblica, trafficano su promozioni e ascensioni nell’empireo del potere togato con un manuale Cencelli correntizio implacabile e insensibile a qualunque principio che non sia di appartenenza, cioè “con criterio molto vicino alla mentalità e al metodo mafioso”, come disse nel 2019 il pm Nino Di Matteo, un altro fuoriclasse prestato adesso alla propaganda per il No.
Non escludo affatto che dentro l’attuale maggioranza ci sia chi vorrebbe una giustizia trumpiana o orbaniana e non penso neppure che le intenzioni del cosiddetto Campo Largo – do you remember Fofò dj Bonafede? – siano molto più raccomandabili. Sono invece decisamente sicuro che il Sì al referendum non cambierebbe nulla di queste intenzioni, ma certo non le trasformerebbe in realtà, e che al contrario fisserebbe un punto, che tornerà utile da subito per centinaia di migliaia di utenti involontari e involontari dei Tribunali e potrebbe tornare ancora più utile quando mai la politica italiana, anche fuori dalle minoranze orgogliosamente garantiste, si svegliasse dal sonno dogmatico della giustizia a furor di popolo.
Non solo gli statisti, ma anche i garantisti devono operare – per stare all’adagio degasperiano – pensando alle prossime generazioni, non alle prossime elezioni.
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