Body shaming in famiglia è reato: la Cassazione condanna un padre per maltrattamenti
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Body shaming in famiglia è reato: perché la sentenza della Cassazione aiuta il cambio culturale per la tutela della salute mentale dei giovani.
La Corte di Cassazione ha stabilito un principio di grande rilevanza giuridica e sociale: il body shaming può configurare reato quando, in contesti familiari caratterizzati da autorità e dipendenza psicologica, si traduce in vessazioni reiterate che ledono in modo significativo l’integrità morale e psicologica della vittima.
La decisione segna un importante mutamento di prospettiva: la tutela penale dell’integrità della persona non riguarda solo la sfera fisica, ma anche quella psicologica e morale, soprattutto quando le vittime sono minori e le parole offensive provengono da chi ha un ruolo educativo.
Il caso
Con la sentenza n. 30780 del 15 settembre 2025, depositata dalla Sezione VI penale della Corte di Cassazione, i giudici hanno rigettato il ricorso di un padre già condannato in primo e secondo grado per aver rivolto alla figlia undicenne offese costanti e degradanti legate al suo aspetto fisico.
La pronuncia conferma la decisione dei giudici di merito: non si è trattato di semplici discussioni o espressioni isolati, ma di prolungate denigrazioni verbali, che hanno prodotto un clima familiare umiliante e psicologicamente opprimente nei confronti della minore. Quest’ultima, secondo l’impostazione consolidata dalla Suprema Corte, ha subito una lesione dell’integrità della propria persona, idonea a configurare un vero e proprio reato di maltrattamenti in famiglia ai sensi dell’articolo 572 del codice penale, nonostante l’assenza di violenza fisica.
La percezione del corpo è al centro del disagio giovanile
Negli ultimi anni, il rapporto tra i giovani e la percezione del proprio corpo è divenuto un indicatore significativo del benessere psicologico delle nuove generazioni. La pressione sociale, amplificata da social media e modelli estetici irrealistici, incide in modo profondo sulla costruzione dell’identità corporea di adolescenti e giovanissimi, con conseguenze che vanno ben oltre l’apparenza.
Numerosi studi internazionali mostrano che una fetta significativa di adolescenti sviluppa insoddisfazione corporea e difficoltà psicologiche legate all’immagine del proprio corpo. Relazioni tra percezione negativa del corpo e sintomi depressivi o comportamenti autolesionistici sono documentate e persistono anche nella fascia 13-18 anni.
In molti casi, la percezione di un corpo “imperfetto” non è semplicemente una fase passeggera dell’adolescenza: essa può essere associata a disturbi alimentari, ansia e bassa autostima, condizioni che gli specialisti riconoscono come segnali di vulnerabilità psicologica. Ad esempio, i dati ospedalieri italiani evidenziano un aumento significativo dei ricoveri di adolescenti in difficoltà con il proprio corpo, in particolare ragazze.
Parallelamente, il fenomeno del ricorso alla medicina estetica tra giovani è in crescita e riflette una diffusa insoddisfazione corporea. Indagini su adolescenti tra i 13 e i 18 anni indicano che fino al 15,8% delle ragazze e al 3,3% dei ragazzi ha già fatto ricorso a trattamenti di medicina estetica.
La pressione per conformarsi a standard di bellezza irrealistici è spesso alimentata da immagini filtrate e confronti sociali online, fenomeni noti come body image disturbance o “dismorfismo da selfie”, che descrivono una profonda insoddisfazione del proprio corpo e un’ossessione per l’aspetto modificato digitalmente.
Il body shaming in famiglia è reato: perché la sentenza della Cassazione è un passo avanti
In questo scenario sociale complesso, la famiglia rimane il primo contesto in cui si forma la personalità di un individuo. Il modo in cui i genitori, tutori e adulti significativi parlano di corpo, aspetto fisico e autostima influisce profondamente sullo sviluppo emotivo e psicologico dei figli.
L’affermazione giuridica secondo cui il body shaming in famiglia è reato rappresenta un significativo passo avanti nella protezione dei diritti fondamentali dei giovani, incluso il loro diritto alla salute mentale. In un contesto in cui molti adolescenti faticano con la propria immagine corporea e mostrano segnali di disagio psichico, riconoscere legalmente la gravità delle offese basate sull’aspetto fisico – anche verbali – è un segnale forte.
Non si tratta solo di una questione legale, ma di una sfida culturale più ampia: promuovere un ambiente familiare e sociale in cui i giovani possano sviluppare una sana relazione con il proprio corpo e con sé stessi, liberi da giudizi che possono segnare negativamente il loro equilibrio psicologico.
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