Canoni e pratiche di bellezza nella storia: sembrano incredibili, ma sono veri
Pelle bianca e immacolata, glass skin, occhi con la doppia palpebra e naso alto sono i requisiti minimi per essere considerati belli in Corea del Sud. Sappiamo anche che apprezzano la magrezza estrema nelle donne, infatti è diventato virale sui social il frammento (molto pericoloso) di un podcast dove si diceva che il peso ideale di una donna inizia con il 4. Ma la Corea del Sud non è l’unico Paese dove i canoni di bellezza femminile sembrano impossibili da raggiungere.
Labbra piene e turgide, seno sodo e prosperoso, vitino da vespa abbinato a fianchi che farebbero impallidire la Venere Callipigia è un altro modello di bellezza femminile molto ricercato. Vedi alla voce, Ballerina Body. Si oppone però al ritorno di quell’estetica femminile Anni 90 e Y2K che invece esaltava la magrezza estrema e che oggi sta tornando. Merito anche di un aiutino chimico che pende il nome di Ozempic, Mounjaro o Wegovy.
E questi sono solo esempi che possiamo osservare oggi. Tuttavia l’usanza di modificare il corpo femminile per farlo aderire a un preciso ideale di bellezza è una pratica che attraversa i secoli e le culture.
Il make up e altre pratiche di bellezza
Dai rituali cerimoniali alle prime forme di skincare e make up, nel corso dei secoli e attraverso le diverse culture, il concetto e i canoni di bellezza femminile hanno influenzato diverse pratiche.

Dita von Teese – Foto IPA
Nelle civiltà arcaiche, la bellezza era spesso considerata segno di favore divino o di elevazione spirituale. Nell’Antico Egitto si utilizzava il kohl, o kajal che nasceva dalla polvere di antimonio, non solo per una questione estetica, ma per motivi pratici e religiosi. Il kohl infatti, serviva a proteggere gli occhi dal sole, ma anche dagli spiriti maligni. C’è poi Cleopatra, regina d’Egitto passata alla storia perché grazie alla sua bellezza aveva fatto capitolare Giulio Cesare e Marco Antonio.
Nell’Antica Grecia invece, la bellezza era una questione di armonia. Nello specifico si parlava di sezione aurea, il rapporto matematico che definisce proporzioni armoniose e da secoli si considera lo standard di bellezza e perfezione estetica.
La morte ti fa bella
Quella di applicare il trucco per apparire belli è una pratica millenaria, ma che non sempre è stata sicura. Le primordiali formule di make up e skincare infatti, contenevano ingredienti come arsenico, mercurio, piombo e belladonna. Ogni prodotto che si applicava per apparire bella infatti, soprattutto per avere la pelle bianca, era un modo per avvelenarsi e avvicinarsi alla morte.
Nel XVI secolo, nell’Inghilterra elisabettiana, si utilizzava il Venetian Ceruse, o biacca veneziana, un composto di aceto e piombo che creava uno strato bianco sul viso e doveva aiutare a nascondere le cicatrici del vaiolo. In realtà era un lento suicidio.
Nel XIX secolo invece, in epoca vittoriana, si usava l’arsenico per schiarire la pelle, la Belladonna, che portava alla cecità, applicata negli occhi per far apparire le pupille più grandi e mercurio e piombo per creare una base chiara.
Il costo della bellezza? L’avvelenamento da piombo applicato sulla pelle ne peggiorava l’aspetto, così che diventava necessario applicare più trucco per nasconderlo, innescando così un letale circolo vizioso. Il mercurio invece provocava danni ai reni, ulcere e perdita di denti.
Le modifiche al corpo per aderire a canoni di bellezza femminile
La bellezza è un concetto che trascende il tempo e le culture. Gli standard di bellezza potevano essere molto diversi tra le culture, ma avevano tutti un elemento in comune. La modifica del corpo femminile.
Il piede di loto, per esempio, è un’antica e dolorosa pratica cinese praticata soprattutto tra il X e il XX secolo. Questo rituale consisteva nello spezzare le ossa del tarso e fasciare i piedi delle bambine sotto la pianta per renderli minuscoli e deformarli. Il loto d’oro era simbolo di bellezza e di status sociale elevato e la pratica è rimasta in vigore fino al 1928, anno in cui è stata vietata ufficialmente, portando così ad un progressivo abbandono della tradizione.
L’Ohaguro in Giappone
La pratica di tingersi i denti di nero in Giappone si chiama Ohaguro e per oltre un millennio – e fino al 1870 – ha rappresentato un ideale di bellezza, eleganza e status sociale.
I denti neri infatti, venivano equiparati alla pregiata lacca nera giapponese e creavano un forte contrasto con la pelle dipinta di bianco che, altrimenti, li avrebbe fatti apparire giallastri.
La tintura nera si otteneva dalla limatura di ferro ossidata in aceto o tè e, diversamente da quanto si possa credere, non era dannosa per la salute. Anzi, aiutava a preservare i denti, perché fungeva da sigillante naturale che proteggeva lo smalto e impediva l’insorgere di carie e malattie gengivali.
Lo sbiancamento della pelle in Tailandia

Foto IPA
In Tailandia, così come in gran parte dell’Asia, la pelle chiara è un tratto molto ricercato, perché non solo è considerata bella, ma la si associa a un elevato status sociale. In Occidente invece, è l’opposto e qualcuno considera ancora l’abbronzatura come sinonimo di benessere e ricchezza. Questo retaggio culturale è però recente e nasce negli Anni 80, quando il benessere economico permetteva di passare più tempo in vacanza (ad abbronzarsi) che in ufficio.
La storia della letteratura ci racconta però una storia diversa. La carnagione bianca, diafana o pallida come simbolo di bellezza, purezza e nobiltà è un topos ricorrente. Basti pensare a come Dante descriveva Beatrice, la donna angelo, oppure Petrarca che parlava di pelle bianca come la neve, passando poi per il romanticismo, dove la donna ideale è pallida, fragile e spirituale, o al decadentismo, dove si parla di pelle di porcellana.
Nel 2010 andava in onda su MTV il programma The Price of Beauty e in questa docu-serie, Jessica Simpson andava in giro per il mondo a scoprire i diversi standard di bellezza e rituali locali con l’obiettivo di scoprire cosa considerano bello le diverse culture e cosa le persone sono disposte a fare per essere belle.
In un episodio compariva una donna tailandese che aveva la pelle perennemente danneggiata dall’uso di creme sbiancanti di cui aveva fatto uso per aderire a questo canone di bellezza.
Modificare il corpo per aderire ai canoni di bellezza femminili
Anche quella di modificare il corpo per aderire ai canoni di bellezza è una pratica che trascende il tempo e le culture.
In Myanmar ci sono le donne giraffa. Appartengono alla tribù dei Kayan e il loro tratto di bellezza distintivo è proprio il lungo collo. Le bambine iniziano ad indossare delle pesanti collane in ottone già in tenera età, aggiungendone di anno in anno fino a quando si raggiunge la lunghezza di collo desiderata. Più lungo è il collo, più la donna è attraente e con migliori prospettive sul mercato matrimoniale.
In alcune tribù dell’Etiopia si usa inserire un disco labiale nel labbro inferiore delle donne. Il primo piercing lo si realizza tra i 15 e i 18 anni, dove si inserisce un piccolo perno che, nel tempo, si sostituisce con uno di diametro più ampio, portando a una malformazione definitiva. Anche in questo caso, più il disco è ampio, maggiore è la bellezza di una donna.
Ma non sono solo le tribù che intervengono sul corpo femminile. Basti pensare al corsetto, in uso tra il XVI e gli inizi del XX secolo. Questo strumento deriva a modellare temporaneamente il busto femminile per ottenere la vita da vespa.
In realtà l’uso prolungato portava ad atrofia muscolare, indebolimento della schiena, lesioni, dolori oltre a problemi di respirazione e digestione. La versione moderna è il waist trainer, una fascia elastica compressiva molto stretta per modellare il corpo e avere vita minuscola e fianchi pronunciati.
Gli standard cambiano, ma l’idea di un corpo da costruire rimane una costante.
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