Cina: la Banca mondiale prevede una crescita al 4,2 per cento nel 2026, pesano immobiliare e domanda interna debole
La crescita economica della Cina rallenterà dal 5 per cento del 2025 al 4,2 per cento nel 2026, per poi risalire leggermente al 4,3 per cento nel 2027. È quanto prevede l’ultimo rapporto della Banca mondiale, che attribuisce la decelerazione alla persistente debolezza della domanda interna, alle difficoltà irrisolte nel settore immobiliare e all’indebolimento della domanda esterna. Il rallentamento cinese è inoltre identificato come uno dei principali fattori che frenano la crescita dell’intera regione Asia orientale e Pacifico. Sul fronte della politica industriale, il rapporto rileva un quadro contraddittorio. La Cina ha fatto ricorso a sussidi diretti e incentivi fiscali per sostenere produttività e innovazione, ma i sussidi diretti risultano concentrati prevalentemente sulle imprese statali e sono associati a una diminuzione della produttività e dell’innovazione. Gli incentivi fiscali mostrano invece effetti positivi su produttività, occupazione ed esportazioni, suggerendo che la forma degli interventi pubblici conta quanto la loro entità.
Nel campo dell’intelligenza artificiale, Pechino si è affermata come protagonista globale nello sviluppo di modelli Ia, con un orientamento crescente verso l’autosufficienza tecnologica. Il rapporto cita come fattore di vantaggio competitivo l’accesso delle imprese cinesi ai dati governativi attraverso contratti pubblici, che ha consentito lo sviluppo di nuovi software commerciali. Tuttavia, la diffusione effettiva dell’Ia nell’economia reale resta limitata: solo dal 13 al 17 per cento delle sussidiarie di multinazionali operative in Cina utilizza attualmente tecnologie di intelligenza artificiale, contro il 37 per cento negli Stati Uniti. La Banca mondiale individua infine una serie di sfide strutturali che la Cina dovrà affrontare per sostenere la crescita nel lungo periodo: il rallentamento dei guadagni di produttività, la necessità di migliorare istituzioni e infrastrutture e la dipendenza eccessiva dall’accumulazione di capitale come motore di crescita, a scapito dell’innovazione e della trasformazione strutturale.
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