La crescita nell’Asia orientale e nel Pacifico rallenta al 4,2 per cento nel 2026, pesa lo shock energetico
La crescita economica nell’Asia orientale e nel Pacifico in via di sviluppo rallenterà dal 5 per cento del 2025 al 4,2 per cento nel 2026, per poi risalire al 4,4 per cento nel 2027. È quanto emerge dall’ultimo rapporto della Banca mondiale, che individua nel conflitto in Medio Oriente e nel conseguente shock energetico uno dei principali fattori di rischio per la regione, insieme alla decelerazione della Cina e all’elevata incertezza legata alle politiche commerciali statunitensi. Per la sola Cina, la Banca mondiale prevede un calo della crescita dal 5 per cento del 2025 al 4,2 per cento nel 2026 e al 4,3 per cento nel 2027, in un contesto di domanda interna contenuta, persistenti difficoltà nel settore immobiliare e indebolimento della domanda esterna. Per il resto della regione, la crescita è attesa in calo dal 4,9 per cento del 2025 al 4,1 per cento nel 2026, con un rimbalzo al 5 per cento nel 2027 legato all’attenuarsi delle tensioni geopolitiche. Le isole del Pacifico cresceranno a un ritmo più contenuto, stimato al 2,8 per cento nel 2026 e al 3,0 per cento nel 2027.
Il conflitto in Medio Oriente figura tra i principali fattori esterni che pesano sulle prospettive regionali. Nella fase immediatamente successiva all’escalation, gli indici del gas naturale sono aumentati del 90 per cento e il prezzo del petrolio del 30 per cento. L’impatto è particolarmente severo per i Paesi importatori netti di energia come Thailandia e isole del Pacifico, dove le importazioni di petrolio rappresentano tra il 5 e il 13 per cento del prodotto interno lordo. Secondo le stime del rapporto, un aumento del 30 per cento dei prezzi del greggio — pari a circa 20 dollari al barile — farebbe salire l’inflazione di 0,62 punti percentuali nelle Filippine e di 0,67 punti in Thailandia nell’arco di sei mesi. A ciò si aggiungono condizioni di finanziamento più restrittive e una riduzione delle rimesse dai lavoratori residenti nei Paesi del Golfo. La Banca mondiale avverte inoltre che un rallentamento di un punto percentuale della crescita del G7 ridurrebbe il prodotto dei Paesi in via di sviluppo dell’Asia orientale e del Pacifico di circa 0,6 punti percentuali.
Sul fronte commerciale, i dazi statunitensi sulle esportazioni regionali restano al di sopra dei livelli del 2024, nonostante una recente sentenza della Corte suprema degli Stati Uniti li abbia ridotti parzialmente, riducendo però anche il vantaggio tariffario dei Paesi dell’Asia orientale e del Pacifico rispetto alla Cina. L’incertezza sulle politiche commerciali statunitensi frena gli investimenti e favorisce uno spostamento verso l’occupazione a breve termine e informale. In controtendenza, il boom dell’intelligenza artificiale rappresenta un elemento di traino per la regione. Le esportazioni di elettronica legata all’Ia sono cresciute significativamente nel 2025 in Malesia, Filippine, Thailandia e Vietnam. Malesia e Vietnam si sono affermate come grandi esportatori di prodotti collegati all’Ia, con queste esportazioni che nel 2025 hanno rappresentato un terzo del rispettivo prodotto interno lordo. Gli investimenti in centri dati sono in accelerazione in tutta la regione. Tuttavia, la diffusione dell’Ia nell’economia reale resta limitata: solo dal 13 al 17 per cento delle sussidiarie multinazionali in Cina e Thailandia utilizza attualmente tecnologie di intelligenza artificiale, contro il 37 per cento negli Stati Uniti.
Il rapporto dedica ampio spazio alla questione della produttività, identificata come nodo strutturale per la crescita di lungo periodo. Negli ultimi due decenni, la crescita regionale è stata trainata principalmente dall’accumulazione di capitale, mentre i guadagni di produttività sono diminuiti. I lavoratori che abbandonano l’agricoltura a bassa produttività non si spostano verso la manifattura ad alta produttività, bensì verso i servizi a bassa produttività. Le imprese di frontiera della regione sono inoltre sempre più distanti dal livello tecnologico globale, in particolare nei settori a elevata intensità digitale. Per invertire questa tendenza, la Banca mondiale raccomanda un approccio in tre pilastri: investimenti in beni pubblici fondamentali come infrastrutture, capitale umano e istituzioni; rimozione delle distorsioni normative nei servizi e delle barriere non tariffarie; e interventi mirati a correggere i fallimenti di mercato, come l’accesso limitato al credito o i bassi investimenti in ricerca e sviluppo. Il rapporto sottolinea che l’efficacia degli interventi mirati dipende in larga misura dall’attuazione preventiva dei primi due pilastri, citando come esempi virtuosi la Corea del Sud nel settore dei semiconduttori e la Cina nello sviluppo dell’Ia attraverso contratti pubblici e accesso ai dati governativi.
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