Come la dinamite è diventata l’arma contro il potere dello Stato

Il viaggio di Pëtr Kropotkin attraverso la frontiera siberiana non si limitò a gettare le basi per idee che sarebbero state utilizzate contro il potere statale centralizzato, ma contribuì anche a trasformare l’identità dello Stato nazionale russo. Pochi decenni dopo il suo ritorno a San Pietroburgo, lungo lo stesso percorso che Kropotkin aveva tracciato attraverso i monti Jablonovyj furono posati i binari della Transiberiana, ancora oggi la ferrovia ininterrotta più lunga al mondo. Prima della Transiberiana, la Russia era di fatto una nazione europea di medie dimensioni, con una sterminata e remota frontiera che avrebbe potuto costituire un Paese a sé, proprio come gli Stati Uniti prima della costruzione della ferrovia transcontinentale. Collegare le ricche e popolose città di Mosca e San Pietroburgo alle risorse agricole e minerarie delle steppe asiatiche fu uno degli atti decisivi nella formazione della Russia moderna.
Progetti ingegneristici titanici come la Transiberiana non erano solo opera di esploratori e topografi temerari quali Kropotkin e la sua guida. Anche il valico più promettente richiedeva lo spostamento di enormi quantità di terra e roccia per fare strada al ferro e al vapore. E dove non si trovava un passaggio praticabile, bisognava scavare gallerie attraverso granito, gneiss e scisto. Fu la dinamite di Alfred Nobel a rendere tutto questo possibile.
Nessun esperimento chimico condotto nel diciannovesimo secolo ebbe un impatto tanto significativo sulle infrastrutture del mondo quanto la miscela di nitroglicerina e diatomite da lui inventata. I detrattori di Nobel lo accusavano spesso di alimentare l’industria bellica, probabilmente perché suo padre aveva lavorato nel campo delle munizioni. Tuttavia, la dinamite si rivelò un elemento marginale nella storia della guerra: il suo utilizzo principale rimase confinato all’ingegneria e ai lavori pubblici, permettendo un’impennata senza precedenti nella costruzione di gallerie ferroviarie, sistemi fognari e metropolitane in tutto il mondo, grandi progetti che sarebbero stati impossibili senza le esplosioni controllate della dinamite.
Quasi tutti i successi ingegneristici dell’epoca – la metropolitana di Londra, il ponte di Brooklyn, la ferrovia transcontinentale americana, il Canale di Panama – fecero ampio affidamento sul nuovo esplosivo. (In parte, l’invenzione di Nobel contribuì anche all’ascesa dell’agenzia investigativa di Allan Pinkerton, che dipendeva dalla rapida espansione delle reti ferroviarie). Anche le attività minerarie beneficiarono della polvere sicura di Nobel: nuovi giacimenti di carbone, essenziali per alimentare l’era industriale, divennero accessibili grazie alla sua invenzione. A metà degli anni Settanta dell’Ottocento, Nobel vendeva i suoi esplosivi nei mercati di tutto il mondo. Il giovane chimico ambizioso era diventato un gigante dell’industria.
Attratto dalla vivace scena letteraria e filosofica di Parigi, Nobel si trasferì in Francia e acquistò una dimora sontuosa vicino al Bois de Boulogne, con un giardino d’inverno a grandi vetrate e un laboratorio all’avanguardia. I giorni in cui mescolava composti su una chiatta galleggiante erano ormai lontani. A Parigi coltivò rapporti con intellettuali del calibro di Émile Zola, che si ispirò a lui per un personaggio del suo romanzo Il ventre di Parigi. Ma il suo straordinario successo commerciale ebbe scarso effetto sul suo temperamento: Nobel conservò infatti la malinconia nordica che lo contraddistingueva e rimase soggetto a profondi stati depressivi. Trascorreva lunghe e solitarie ore nel laboratorio parigino, dedicandosi alle sue ultime innovazioni. Era noto come «il milionario più solo al mondo»
In parte quella tristezza era dovuta al fatto che Nobel non riusciva ad affrancarsi – e a separare il proprio nome – dalla terribile violenza che da tempo accompagnava la sua ossessione per la nitroglicerina. Sebbene il suo utilizzo in campo militare fosse stato trascurabile, la forma compatta del cilindro di dinamite rendeva possibile una nuova forma di violenza politica. «Come arma, non richiedeva particolari sforzi o abilità» ha scritto la storica Beverly Gage. La dinamite era economica, facilmente reperibile e semplice da usare. Come una pistola o un coltello, poteva essere agevolmente nascosta e trasportata per essere utilizzata in momenti strategici. La dinamite dava al suo possessore la possibilità di agire nell’anonimato; le bombe potevano essere piazzate sulla soglia del nemico o lanciate da lontano. Ma, soprattutto, forniva alla classe operaia una potenza di fuoco paragonabile a quella degli eserciti statali.
L’invenzione di Nobel rese possibile un nuovo tipo di distruzione, compiuta nelle città e nei palazzi d’Europa non da soldati ma da rivoluzionari e anarchici, molti dei quali si ispiravano agli scritti di Pëtr Kropotkin. La stampa li ribattezzò «il Club della Dinamite». E così, il primo capo di Stato a essere ucciso dall’invenzione di Alfred Nobel fu proprio l’uomo che, molti anni prima, aveva mandato Kropotkin in Siberia per dimostrarsi “utile”: lo zar Alessandro II.
Il giovane falegname Batyškov non passava inosservato negli alloggi della servitù al Palazzo d’Inverno. Appena ventiduenne, era alto, con una folta chioma, guance rosee e il sorriso facile. Figlio di un contadino, non era abituato alla raffinatezza urbana di San Pietroburgo, ma era un ottimo falegname e ben presto fu incaricato di compiere riparazioni nell’enorme complesso, sede del potere dei Romanov dal 1734. Sembrava soddisfatto del nuovo impiego: corteggiava le cameriere e si aggirava per le immense stanze reali al primo piano del palazzo, restaurando mobili e svolgendo altri lavori manuali dove necessario. Qualche settimana dopo l’inizio del lavoro, nell’autunno del 1879, i suoi colleghi notarono che aveva contratto una qualche influenza stagionale: le sue guance rosee divennero pallide e sudaticce, e iniziò a lamentare forti emicranie. Poi, un giorno, annunciò ai suoi compagni di stanza che si sarebbe sposato e portò un gigantesco baule, destinato al corredo della futura sposa, nei suoi alloggi angusti nel seminterrato. Conduceva una vita frugale, investendo tutti i risparmi nell’acquisto di camicie da notte e sottovesti che conservava nel baule per la fidanzata. L’imminente matrimonio parve giovargli: le sue guance riacquistarono colore e le emicranie scomparvero.
Il lavoro gli garantì presto una profonda conoscenza della struttura elaborata del palazzo, oltre mille stanze disposte lungo le rive del fiume Neva. Il seguito della famiglia reale – le dame di compagnia, i cortigiani e i parenti dei Romanov – viveva e svolgeva le sue mansioni nel maestoso primo piano, mentre il piano terra e il seminterrato ospitavano le cucine, le officine e gli alloggi della servitù. Un’unità di cinquanta guardie finlandesi occupava il piano terra, proprio sopra gli alloggi di Batyškov nel seminterrato; sopra il corpo di guardia, separata da spesse lastre di granito, si trovava la Sala da pranzo gialla, dove occasionalmente lo zar riceveva gli ospiti per offrire loro un ambiente più intimo. (Intimo, se non altro, rispetto all’immensa sala da pranzo principale del palazzo, che poteva accomodare oltre mille invitati seduti).
Agli occhi del giovane e affascinante falegname che viveva nel seminterrato, tale disposizione delle stanze era particolarmente interessante per un motivo preciso: sotto le vesti di pizzo che componevano il corredo della sua futura sposa immaginaria erano nascoste centinaia di libbre della miglior dinamite prodotta da Alfred Nobel.
Batyškov, il cui vero nome era Stepan Nikolaevič Chalturin, era stato recentemente reclutato nell’organizzazione terroristica clandestina chiamata Volontà del Popolo. Poco tempo dopo gli era stato affidato un ruolo chiave in un’operazione sotto copertura per assassinare lo zar, destinata a protrarsi per mesi. Ogni mattina Chalturin lasciava il palazzo per incontrarsi di nascosto con il suo supervisore, il radicale Aleksandr Aleksandrovič Kvjatkovskij, che gli consegnava uno o due candelotti di dinamite mentre lui condivideva le ultime informazioni raccolte dall’interno del palazzo. Inizialmente Chalturin nascose gli esplosivi sotto il cuscino, ma ben presto la scorta divenne troppo ingombrante per passare inosservata; inoltre, il suo colorito grigiastro e i continui mal di testa non lasciavano dubbi sul fatto che dormire per mesi sopra una sostanza tossica come la nitroglicerina non fosse sostenibile a lungo. Come copertura, inventò la storia del fidanzamento e del corredo per giustificare la presenza del baule chiuso a chiave e stipato in un angolo della sua stanza.
Per il primo mese il piano procedette senza troppi ostacoli. In seno a Volontà del Popolo infuriava un dibattito sulla quantità esatta di dinamite necessaria per aprire una breccia nel corpo di guardia e infliggere un colpo fatale agli occupanti della Sala da pranzo gialla. Il gruppo valutava anche le implicazioni morali legate alla distruzione del corpo di guardia implicato nell’attacco finale contro lo zar. Chalturin stimava che l’esplosione avrebbe ucciso almeno cinquanta sentinelle, una previsione che si rivelò fin troppo prudente. Nella sua fredda logica, tale bilancio di vittime collaterali significava una cosa sola: era meglio peccare per eccesso nell’accumulare dinamite in modo da assicurarsi, come disse ai compagni, che le guardie «non morissero invano».
Poi, un bel giorno, senza nessuna spiegazione il supervisore Kvjatkovskij smise di presentarsi agli incontri quotidiani.
Tratto da “Dinamite”, di Steven Johnson, ed. Neri Pozza, pp. 45, 26,00€
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