Il caso Biennale e la differenza tra essere liberali ed essere fessi

Vedremo come andrà a finire lo scandalo sollevato in tutto il mondo dall’annunciato ritorno della Russia alla Biennale di Venezia. Ne avevo già scritto qui, notando come la scelta si inserisse in una lunga serie di attente e molto graduali correzioni di rotta sulla questione della guerra in Ucraina e dei conseguenti rapporti con la Russia da parte del governo italiano. E come la reazione dell’esecutivo apparisse quanto meno tardiva, e probabilmente più dettata dall’enfasi con cui Pietrangelo Buttafuoco aveva maldestramente presentato la scelta in un’intervista a Repubblica che dal merito della decisione. In ogni caso, fino a ieri le dichiarazioni del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, sembravano semplicemente voler mettere agli atti la contrarietà del governo, distinguere le responsabilità e andare avanti, forse nella speranza che tanto bastasse a chiudere il caso. Evidentemente non è bastato, e così si è arrivati alla richiesta di dimissioni, da parte del ministro, della rappresentante del ministero nel cda della Biennale, Tamara Gregoretti, che peraltro ha rifiutato di presentarle. Se non ci fosse di mezzo una tragedia ci sarebbe da ridere, ma non è questo l’aspetto della vicenda che considero più significativo.
L’aspetto che personalmente trovo più incredibile e inquietante è proprio il dibattito che ne è scaturito, o meglio il fatto che se ne discuta, come se fosse una cosa seria, come se ci fosse davvero qualcosa di cui discutere. Al riguardo, mi pare che la sintesi più efficace sia quella trovata da Christian Rocca su Linkiesta, e cioè che «una cosa è essere liberali, un’altra è essere fessi». Fessi, aggiungo io, proprio in senso tecnico, in quanto cioè incapaci di capire che ospitare il padiglione del regime putiniano, organizzato e gestito da persone scelte dal regime, per esporre le opere degli artisti di regime, sta alla difesa della libertà di espressione dell’arte e delle idee come una caricatura sta a un ritratto: è una presa in giro, un’offesa, un oltraggio a quegli stessi valori che si dice di voler difendere, non foss’altro perché gli artisti russi che davvero hanno esercitato la loro libertà di espressione sono in esilio, in carcere o al cimitero. Se dunque i nostri opinionisti liberali volessero davvero difendere la libertà di espressione, dovrebbero essere i più indignati alla notizia che la Biennale intenda riaprire le porte proprio a chi quella libertà conculca ogni giorno, e chiedere semmai al direttore, Pietrangelo Buttafuoco, di invitare gli artisti russi dissidenti, non certo gli uomini del regime e i loro lacchè.
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