L’Iran mette in dubbio la sua partecipazione alla Biennale di Venezia

«Alla luce degli ultimi fatti la presenza dell’Iran nella questa edizione della Biennale di Venezia non è ancora confermata». A scriverlo è l’Istituto culturale dell’Iran a Roma rispondendo a una domanda di Linkiesta via mail.
A meno di due mesi dall’apertura della manifestazione, fissata per il 9 maggio, nell’elenco ufficiale delle 99 partecipazioni nazionali, pubblicato mercoledì 4 marzo, compariva soltanto un’informazione sulla presenza (solo possibile, a questo punto) dell’Iran: il commissario è Aydin Mahdizadeh Tehrani, direttore generale delle Arti visive del ministero della Cultura e dell’orientamento islamico. Curatore, artista, tema e sede sono ancora ignoti.
Il vuoto colpisce per contrasto con quasi tutti gli altri padiglioni, già annunciati nei dettagli. Sappiamo, per esempio, che la Russia presenterà il suo progetto “The tree is rooted in the sky” ai Giardini e che la curatrice è Anastasiia Karneeva, classe 1982, esponente dell’élite russa, figlia del generale ex Kgb Nikolai Volobuev, oggi vicedirettore generale del colosso della difesa Rostec, e socia di Ekaterina Vinokourova, figlia dell’attuale ministro degli Esteri Sergey Lavrov.
Circostanze che hanno spinto, alla luce della guerra che da quattro anni Mosca muove contro l’Ucraina, la Commissione a minacciare il taglio dei finanziamenti e i ministri di 22 Paesi, tra cui l’Ucraina, a chiedere ai vertici della Biennale di riconsiderare la partecipazione della Russia. La vicenda è diventata politica, con il ministro della Cultura Alessandro Giuli che ha ribadito pubblicamente la propria contrarietà alla scelta e la risposta del presidente della Fondazione, Pietrangelo Buttafuoco, che ha difeso con decisione l’autonomia dell’istituzione veneziana. In una lettera al Foglio, Buttafuoco ha annunciato che alla Biennale ci sarà uno spazio «dedicato ai dissidenti» («questo è già prossimo con ben due cantieri») – cosa ben diversa dai dissidenti ospitati dai loro Paesi. In un’intervista al Sole 24 Ore, Federico Mollicone, deputato di Fratelli d’Italia e presidente della commissione Cultura della Camera, ha auspicato un ripensamento, da parte degli organizzatori, sulla presenza dei padiglioni di Russia e Iran.
La Biennale non ha risposto alle richieste di informazioni di Linkiesta sulla presenza iraniana prima che questo articolo venisse pubblicato. Invece, l’Istituto culturale dell’Iran ha spiegato che la partecipazione «non è ancora confermata».
L’unica informazione disponibile riguarda Mahdizadeh Tehrani, un burocrate. Il suo percorso passa per l’industrial design all’Università d’Arte di Teheran, la pedagogia, l’economia creativa, la direzione del consiglio di supervisione sul giocattolo educativo. Quando era stato nominato, nella primavera del 2025, aveva promesso una discontinuità rispetto alle difficoltà del 2024: quell’anno cinque pittori scelti per allineamento ideologico avevano trasformato il padiglione in un comunicato stampa sulla Palestina, allestito in una sede periferica e ignorato dalla critica internazionale. Il nuovo programma prevedeva bandi pubblici, un consiglio di esperti indipendenti, separazione netta tra indirizzo politico del governo ed esecuzione artistica. Una piccola rivoluzione procedurale, almeno nelle intenzioni.
Poi il 28 febbraio gli Stati Uniti e Israele hanno attaccato l’Iran. In poche ore il ministero della Cultura e dell’Orientamento islamico ha pubblicato un appello a tutti gli operatori culturali affinché lavorassero per «rafforzare il morale nazionale» e «neutralizzare la guerra psicologica contro il popolo indifeso». Il ministero del Patrimonio culturale, invece, ha invitato gli iraniani nel mondo a protestare contro la «distruzione del patrimonio di civiltà da parte dei regimi aggressori sionista e statunitense». Trecento artisti hanno firmato una dichiarazione che commemora l’ayatollah Ali Khamenei, morto negli attacchi, come «imam martire della rivoluzione». Il sistema delle arti visive iraniano è entrato in modalità mobilitazione, con una retorica unificata e una pressione istituzionale verso la produzione culturale come strumento di resistenza.
In questo quadro, l’incertezza sulla presenza iraniana potrebbe indicare che sono ancora in corso discussioni interne aperta su cosa Teheran voglia dire a Venezia quest’anno. La tentazione di ripetere il 2024 – o di amplificarlo, con il lutto nazionale come tema – potrebbe essere forte. Ma il regime ha anche un interesse opposto: i padiglioni palesemente propagandistici vengono ignorati dal circuito critico internazionale, il che vanifica lo scopo diplomatico-culturale dell’intera operazione. Sono due obiettivi difficilmente compatibili. La Biennale apre il 9 maggio, e a Venezia si vede subito quale dei due ha prevalso.
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