Il debito americano si regge sempre più su hedge fund e stablecoin

Febbraio 23, 2026 - 20:30
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Il debito americano si regge sempre più su hedge fund e stablecoin

Il mondo dovrebbe essere giustamente preoccupato degli effetti destabilizzanti del debito americano. Principalmente per due motivi. In primo luogo, per la sua crescita sempre più vertiginosa, anche dovuta alla volontà di Trump di aumentare del 50 per cento le spese militari nel 2027, portando il bilancio del Ministero della Guerra a 1.500 miliardi di dollari. Di conseguenza, sempre meno acquirenti internazionali vorranno comprare obbligazioni statunitensi emesse a sostegno delle crescenti spese militari. La quota dei bond in mano straniera è già scesa dal 50 per cento del 2015 al 31 per cento di oggi.

In secondo luogo, perché è in corso un pericoloso cambiamento dei detentori delle obbligazioni – T-bond di vario tipo – emesse dal Treasury. Si sta passando dai governi e dalle banche centrali delle maggiori economie mondiali ad acquirenti speculativi e, a dir poco, opachi. Come avevamo già riportato, gli hedge fund con base nei paradisi fiscali, dal 2022 a oggi, ne hanno acquistato per oltre 2.000 miliardi, diventando il primo detentore di titoli di Stato statunitensi.

Adesso anche le criptovalute si sono «avventate» sui titoli di Stato Usa. Il Financial Times riporta che Tether, la più grande stablecoin con sede a El Salvador, nel 2025 ha acquistato T-bond per 28,2 miliardi di dollari, diventando il settimo maggiore acquirente offshore. Questo supera i nuovi acquisti della Cina. Le partecipazioni in titoli del Tesoro di Tether e Circle (il secondo più grande gruppo di stablecoin) superano ampiamente quelle degli investitori della Corea del Sud e dell’Arabia Saudita.

Non è una tendenza momentanea, ma una scelta conseguente alla politica dell’Amministrazione Trump. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, la considera una buona cosa, perché è convinto che «le stablecoin possano assorbire l’emissione di debito americano in continua crescita». Ritiene, inoltre, che il settore potrebbe presto espandersi dagli attuali 300 a 3.000 miliardi di dollari.

La Bank of America, citando uno studio finanziato dal Dipartimento del Tesoro, ha avvertito che addirittura 6.000 miliardi di dollari di depositi potrebbero abbandonare il settore bancario e migrare verso le stablecoin, se fosse loro consentito di pagare interessi, anche indirettamente, ai detentori.

Le stablecoin, come l’USDC da 70 miliardi di dollari di Circle, sono ancorate alla moneta statunitense e garantite da riserve come buoni del Tesoro statunitensi a breve termine o da depositi bancari assicurati. Sebbene il pagamento diretto degli interessi ai detentori di detti token sia vietato dalla legge Genius Act del 2025, il settore ha trovato una soluzione alternativa attraverso la partecipazione di terze parti, come le piattaforme di scambio di stablecoin. Circle, ad esempio, non paga alcun interesse ai detentori di USDC, ma Coinbase, la piattaforma di scambio di beni digitali con sede a San Francisco e con asset per oltre 40 miliardi di dollari, a determinate condizioni, lo fa, con un tasso di circa il 3,5 per cento. Circle, a sua volta, paga a Coinbase una commissione per la custodia e altri servizi relativi a USDC, sovvenzionando di fatto gli interessi che i detentori ricevono.

Emittenti e piattaforme, a loro volta, possono usare sia le stablecoin sia i titoli del Tesoro in loro garanzia come sottostante per emettere dei derivati finanziari. Una potenziale catena di prodotti finanziari speculativi che, si teme, nemmeno il miglior San Gennaro potrebbe proteggere e garantire.

Oltre al pericolo che i prodotti derivati basati sulle stablecoin possano fallire e trascinare con sé i titoli del Tesoro, le grandi banche commerciali, come la JPMorgan Chase, sono «terrorizzate dall’idea di perdere i depositi al dettaglio a favore di prodotti legati alle stablecoin, poiché questi ultimi pagano interessi più elevati», scrive il Financial Times. La crescita delle stablecoin ridurrebbe i depositi e i prestiti bancari. Secondo alcuni studi, centinaia di banche regionali andrebbero in crisi se dovessero essere costrette ad alzare i tassi d’interesse per mantenere i depositi in fuga.

Anche il Bank Policy Institute, l’organizzazione apartitica di ricerca e promozione politica che rappresenta le principali banche americane, teme che questa fuga penalizzi gli istituti di credito e «aumenti il rischio di una crisi finanziaria».

Interessante notare che, dall’altra parte del Pacifico, le cose sono diverse. La Cina è da tempo cauta nei confronti delle criptovalute. Il 6 febbraio, la Banca Popolare Cinese ha ribadito il divieto deciso nel 2021 sulle attività legate alle criptovalute e ha anche chiuso le porte all’emissione all’estero di stablecoin ancorate al renminbi.

Ci si torna a interrogare sul controllo della valuta nazionale e sulla supervisione delle attività finanziarie. La chiave è la sovranità. Le stablecoin non possono bypassare la banca centrale. Il rischio che esse eludano i controlli sui capitali è reale.

Nell’ultimo periodo, le criptovalute e le stablecoin sono crollate. Nei passati 6 mesi, il valore delle azioni di Circle ha perso quasi il 70 per cento. Il bitcoin è sceso di quasi il 50 per cento dal suo picco. Nonostante ciò, perché Trump e Co. insistono nel promuovere le criptovalute? Dopo un anno sull’ottovolante trumpiano e dopo i tanti scandali inimmaginabili, perché tanta insistenza? Un po’ di sana dietrologia: forse perché, alla prossima grande crisi finanziaria, gli Usa pensano di poterla comunque scaricare sul resto del mondo.

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