Meloni cerca una svolta dopo la batosta, ma non può permettersela

Mar 26, 2026 - 07:00
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Meloni cerca una svolta dopo la batosta, ma non può permettersela

Può darsi che prima o poi – domani, fra una settimana, fra un mese chissà – Giorgia Meloni torni a essere quella implacabile macchina da guerra politica che tanti laudatores hanno descritto in questi anni, trovando anche conferme sulle copertine di grandi magazine internazionali. Donna di infallibile istinto, abile manovriera politica, naturalmente comunicativa, sempre protagonista della scena.

In questo momento, certo, non è così. Anzi, se è vero che lo spessore di un leader si vede più nelle difficoltà che nei successi, Meloni sta dando una prova deludente delle proprie capacità. Si sapeva che non fosse una grande incassatrice, ma il guaio nel quale si è cacciata da sola nelle scorse ore va oltre un eventuale limite caratteriale, e credo che abbia generato sconcerto innanzitutto fra i suoi sostenitori più vicini.

Finché si è trattato di mandar via Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, la mossa di far pagare la sconfitta referendaria a due reprobi direttamente coinvolti può aver avuto un senso. Avrebbe comunque esposto la premier alle critiche che sta ricevendo, per il tempismo e per la plateale contraddizione con quanto diceva pubblicamente in difesa del sottosegretario soltanto pochi giorni fa, ma si sarebbe rimasti nel novero delle cose che si fanno dopo una batosta elettorale.

La vicenda di Daniela Santanchè invece è stata – per ventidue lunghissime ore, che lasceranno un segno – una sofferenza che Meloni si è procurata interamente a gratis. Di cacciare proprio adesso la ministra del Turismo nessuno glielo chiedeva e probabilmente nessuno glielo avrebbe neanche chiesto fuori dalle aule parlamentari, dove si svolgono dibattiti a scarsissimo indice di ascolto pubblico. Invece cera evidentemente troppo pregresso, troppo rancore accumulato e soprattutto tanta ansia di azzerare ogni questione sospesa che riguardasse in qualche modo giustizia, giudici, inchieste, pm. Argomenti che fanno male in queste ore.

E così Meloni ha voluto strafare, pur sapendo di avere in materia di incarichi ai ministri un potere limitato dalla Costituzione. Lallontanamento di Santanché si sarebbe potuto ottenere nel silenzio, in un tempo anche non lungo, gestendo la persona (che è molto difficile) e il suo sistema di relazioni. Invece la premier ha voluto alzare la voce non solo in privato ma anche in pubblico, intimando e infine ottenendo la resa di una ministra che avrà una montagna di difetti, ma nella sconfitta referendaria non ha neanche un centesimo delle responsabilità che ha Meloni stessa (come ha prontamente ricordato nella lettera di dimissioni).

Il risultato è stato che, invece di mostrare al mondo rapidità di recupero e presa ferma su una situazione di crisi, la premier ha evidenziato un deficit di autorevolezza e di credibilità. Se qualcuno aveva previsto che la sconfitta del Sì avrebbe costretto il centrodestra a passare da un regime monarchico a un sistema coalizionale più tradizionale ed equilibrato, sera sbagliato: dalla monarchia la maggioranza di centrodestra è passata, finora, direttamente allanarchia (e parliamo sempre solo del partito della premier, perché ancora non si percepisce nulla dallumiliata Forza Italia né dalla silenziosa Lega salviniana, forse non così dispiaciuta del caos allinterno di Fratelli dItalia).

Ammaccata e ferita, e avendo sacrificato dei fedelissimi (cosa che nei clan non rimane mai senza conseguenze), Giorgia Meloni uscirà comunque da queste giornate amare riconfermata a palazzo Chigi e con davanti a sé diversi mesi per ribaltare la situazione. Qui però si apre un capitolo molto più complicato di quello Santanchè, perché la premier in queste ora è sommersa da consigli e pressioni per ripartire di slancio” che però la spingono in direzioni pericolose.

Scorrendo i giornali di destra, che se non altro definiscono il clima che si respira in quella parte del mondo politico, si trova un podi tutto ma un tema prevale sugli altri: come facciamo, nello stesso tempo e in pochi mesi, a recuperare tutto il consenso perso nelle regioni del Sud abituate allassistenzialismo e dominate dallimpiego pubblico improduttivo, facendoci però forti del consenso mantenuto nelle province (non nelle città) del Nord-Est iperproduttivo ed efficiente?

Il paragone che viene citato non è certo Donald Trump – diventato un innominabile – bensì Javier Milei, l’argentino con la motosega, l’anarco-capitalista riuscito nell’impresa di farsi votare in massa da coloro ai quali voleva togliere ogni copertura pubblica, salvo avere adesso un indice di consenso molto basso.

Certo, una Meloni-Milei, brutale e scorretta, farebbe impazzire di gioia personaggi un poestremi ma con qualche popolarità, tipo Giuseppe Cruciani. Sicuramente avrebbe la copertura piena dei giornali darea. Rianimerebbe la “comunità”, oggi colpita anche dal sacrificio di alcuni pezzi forti. Darebbe una soddisfazione a quelli che oggi morettianamente la implorano “di’ qualcosa di destra” (s’è letta anche questa citazione letterale, fra i commenti del day after).

Ma è una svolta pensabile? Dopo quasi quattro anni di governo segnati da prudenza di bilancio e scrupoloso rispetto delle famose compatibilità, si può immaginare un simile rovesciamento?

Nel carattere di Giorgia Meloni una vocazione alla Milei potrebbe anche esserci. Almeno quando sale su un palco per arringare i sostenitori, si vede tornare in lei prepotente listinto plebeo, il ricorso alla voce stentorea e al lessico aggressivo. Un tratto comune con i leader della destra dogni latitudine, tra i quali sicuramente s’è fatta notare.

Peccato che, nel posto che occupa e che vuole continuare a occupare, questa Meloni barricadera possa sbilanciarsi molto meno dellomologo argentino. A cominciare dal fatto che i motivi per i quali gode in Europa di un credito residuo sono esattamente quelli opposti: le copertine illustri e i colleghi europei sono rimasti negli scorsi anni piacevolmente sorpresi proprio perché Meloni non ha fatto ciò che ci si sarebbe aspettato dalla capa di una destra estrema.

E poi i margini concessi dal bilancio italiano sono pressoché inesistenti. Gli effetti positivi sui dati di crescita trascinati dal Pnrr sono ormai esauriti. LItalia non può permettersi né di sbracare sulla spesa pubblica (per accontentare questi famosi, eventuali, meridionali delusi) né di dare altri colpi al già fragile sistema di welfare, per soddisfare gli impulsi dei columnist anarco-liberisti di casa nostra.

Diciamo meglio: lItalia non potrebbe permettersi simili svolte, perché naturalmente lultima legge di bilancio prima dellanno elettorale è la più esposta alle ventate della disperazione e al Mef sono già rassegnati a dover abbassare la guardia. Ma anche ammesso che Meloni, per tirarsi fuori dallattuale pantano, volesse rovesciare lapproccio fin qui seguito col suo ministro dellEconomia, sarebbe davvero questa la cosa giusta da fare politicamente ed elettoralmente? Tanto per dirne una, piacerebbe a Marina Berlusconi e al sistema Mediaset un centrodestra che si avvia alla conta armato di motoseghe? Gli italiani normali” – non quelli già schierati a prescindere, che sono ovviamente una minoranza – sono davvero pronti per unavventura che, pur fra tante chiacchiere e proclami, la destra qui non ha mai davvero tentato? E, infine, linevitabile corollario autoritario che accompagnerebbe una svolta argentina” della premier non avrebbe forse come risposta un ricompattamento ancora più solido di tutti gli altri”, di quei quattordici milioni di italiani che per molto meno già si sono fatti sentire domenica scorsa?

In conclusione, questa ipotetica via duscita dalla batosta referendaria, qualora Meloni volesse dare retta ai suoi opinionisti, prima ancora di essere imboccata somiglia già tanto a un vorrei ma non posso”.

Strana coincidenza: esattamente la stessa camicia impotenza nella quale la presidente del consiglio si è chiusa in queste ore. Dunque, una condizione esistenziale, più che un accidente momentaneo.

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