Per decifrare lo scontro politico tra Meloni e Santanchè va rivisto “Eva contro Eva”

Mar 26, 2026 - 07:00
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Per decifrare lo scontro politico tra Meloni e Santanchè va rivisto “Eva contro Eva”

Uno dei più bei film del Novecento arriva esattamente a metà di quel secolo, e nonostante parli d’un ambiente che allora sarà stato pure vivace ma adesso appare residuale – la rivalità tra la gente di teatro – è così perfetto che è impossibile annoiarsi guardandolo.

Dal titolo, è la storia di Eva, e infatti da Eva comincia, da un premio a Eva, ovvero Eve Harrington, che solo otto mesi prima era una ragazza timida che aspettava sotto la pioggia per veder entrare e uscire Margo Channing dal teatro.

«Margo è una vera star: non sarà mai nient’altro o niente di meno», apprendiamo dal critico che narra i primi sette minuti, quelli in cui stanno premiando questa ragazza di cui ancora non sappiamo niente, e che ci dice che ci parlerà dopo di Eva, ci dirà «tutto quel che c’è da dire di Eva», che poi è il titolo del film: “All About Eve”.

In italiano lo tradussero “Eva contro Eva”, ed erano gli anni Cinquanta ma evidentemente già sapevano come saremmo stati qualche decennio dopo, bisognosi di slogan facili per dinamiche ancestrali: se l’adattatore o il distributore che scelsero quel titolo avessero un nichelino per ogni volta che la formula Eva-contro-Eva è stata usata per titolare una diatriba tra femmine, i loro discendenti fino alla settima generazione potrebbero smettere di lavorare.

Ci sarebbe piaciuto appassionarci all’Eva-contro-Eva che era Meloni contro Schlein, ma non ce l’abbiamo fatta perché Schlein è di quella particolare sfumatura di inadeguatezza che non viene redenta neppure dagli esiti vittoriosi: in genere chi vince ha ragione, chi vince diventa improvvisamente bellissimo e carismatico e molto spiritoso, chi vince ha tutte le qualità, ma Schlein no, Schlein continua a sembrare quella cugina un po’ imbarazzante alla quale troviamo sfinente sederci vicine al pranzo di Natale.

Adesso, però, abbiamo finalmente un’Eva-contro-Eva come si deve, quello tra Meloni e Santanché, dove una scarica l’altra, a scrutinio referendario sì e no terminato, con la rapidità con cui ci si libera della collezione di gufi impagliati del povero nonno a cadavere neanche ancora caldo.

Dove una invoca la sensibilità istituzionale, e l’altra risponde «io non ho sensibilità», una battuta che sarebbe piaciuta a Mank (Joseph Leo Mankiewicz, detto Mank allora da chi lo conosceva e adesso da noi mitomani che vogliamo darci un tono ostentando confidenza con la storia del cinema, era un signore che aveva scritto e diretto robetta come “Eva contro Eva”, come “Cleopatra”, come “Bulli e pupe”).

Nel maggio 2021, mancava un anno e mezzo alla vittoria elettorale di Giorgia Meloni e al suo incarico come presidente del Consiglio, scrissi su questa paginetta che l’autobiografia di Giorgia Meloni era il perfetto testo furbo per un’epoca che vuole specchiarsi, immedesimarsi, riconoscersi. Che Giorgia Meloni era una influencer di quelle che hanno spuntato tutti i ricatti emotivi giusti nel modulo d’adesione allo spirito del tempo.

«L’infanzia di privazioni, compreso un nonno che fa gareggiare lei e la sorella mettendo in paio cinquemila lire che poi non ricevono mai? C’è. La culonaggine (in neolingua: bodyshaming) che la fa irridere dai coetanei cattivi? C’è. Il trauma del padre che la abbandona? C’è. Il cane della sua infanzia, menomato per colpa della scorta d’un politico (scommetterei: di sinistra), cui Giorgia non ha mai smesso di pensare? C’è. I riferimenti alti e bassi, la Garbatella dei “Cesaroni” e di “Caro diario”? Ci sono. La nonna che ogni volta che la vede, anche da obesa, le dice “A ni’, mangia, che sei troppo magra”? C’è. La figlia Gì con la casa piena di giocattoli mentre lei da piccola poteva tenere tutti i giochi che possedeva in una scatola da scarpe? C’è».

Era un libro perfetto per vedere il futuro: certo che gli italiani l’avrebbero votata, certo che l’avrebbe votata l’elettorato d’un secolo i cui abitanti sono assai più emotivi di quanto lo fossero i loro nonni analfabeti. Giorgia era una di noi anche se non lo era. Daniela no.

Daniela Santanchè è, in questo, eroicamente controcorrente. Non ha un momento di emotività mai, di fragilità mai, di contrizione mai. Non importa se non ce li abbia perché non ce li ha davvero o se, essendo di un’altra generazione (ha sedici anni più della Meloni), le sia rimasto quell’ingombro del senso del ridicolo che le impedisce di fare la vittima cui hanno venduto delle borse di Hermès false o altre ingiustizie assortite.

Daniela è del 1961: quando Corrado Guzzanti codificò il manifesto filosofico delle classi dirigenti del secolo successivo – «Ma tu lo sai a che ora mi sono svegliato io stamattina? La bambina ha vomitato!» – era già un’adulta e aveva già piantato il marito Santanchè di cui si sarebbe tenuta il cognome fattosi logo. Daniela Santanchè è, beata lei, impermeabile ai ricatti emotivi del nostro tempo.

Ricopio di nuovo da quell’articolo sull’autobiografia di Giorgia Meloni: «I sensi di colpa della madre moderna che ha un’intervista alla radio ma proprio in quel momento la figlia pianta un capriccio e gliela tolgono di torno piangente e lei deve parlare del recovery fund mentre guarda la piccina che pieni di pianto ha gli occhi e “in quel momento mi sono sentita un verme”».

La Santanchè non te la immagini che si sente (o anche solo: dice di sentirsi) in colpa per aver trascurato il bambino (Lorenzo Mazzaro, ormai trentenne) per un comizio o anche solo per una serata al Billionaire: la Santanchè te la immagini che del capriccio non si accorge perché il bambino, come si faceva nel Novecento, l’ha ammollato a tate svizzere.

(Poiché il lessico delle tate ci viene trasmesso dal più gran romanzo del Novecento, “Vestivamo alla marinara” di Susanna Agnelli, è con un brivido che in questo momento penso al «Don’t forget you are an Agnelli» che le nanny inglesi dicevano a Suni, e a come suonerebbe un «Don’t forget you are a Mazzaro» – i nomi sono un destino, e dal chiamarti come il Mazzarò di Verga non c’è ricchezza che possa emendarti).

Naturalmente, come tutti voi, non conosco né la Santanchè né la Meloni, e quindi nulla di ciò che ipotizzo ha a che vedere con come sono davvero loro nel segreto delle loro vite private (che spero abbiano: mi pare che con la sparizione della dimensione privata per gli esseri umani tutti non stiamo facendo abbastanza i conti). Tutto quel che scrivo, non solo oggi, attiene alla proiezione pubblica delle loro figure, a come vengono percepite, a come decidono di porsi quando fanno delle scelte d’immagine.

Quindi, da un punto di vista di posizionamento e di percezione, quella tra Santanchè e Meloni può essere vista come la lotta tra il vecchio mondo e il nuovo. Ma basta spostare l’angolazione dello sguardo e diventa invece una questione in cui nuovo e vecchio sono invertiti: la Meloni la figura istituzionale d’un tempo, quella col senso dell’opportunità; la Santanchè l’influencer contemporanea che, con piglio teppista, forte dei like e delle borse fotogeniche e della memoria corta del pubblico, intende approfittarsi del suo potere.

Non so quale delle due interpretazioni sia più vicina alla realtà (come tutti voi, non so niente), ma mi interessa il dettaglio di Karen Richards. Karen è la moglie del drammaturgo che ha scritto la pièce fuori dalla rappresentazione della quale staziona Eva, e sul palco della quale è protagonista Margo. Karen è quella abbastanza fessa da credere al pulcinobagnatismo di Eva, al suo essere una devota ammiratrice, al suo posizionamento di ragazza timida che non osa tener testa all’attrice famosa.

Karen è quella che si fa fottere: ne serve una in ogni drammaturgia, altrimenti non si innesca l’azione e non abbiamo una storia. Karen è la crepa attraverso la quale Eva entra nel loro mondo, e trionfa col suo gattamortismo. Margo a Eva non crede per più di tre minuti, e Karen fa quel che le amiche buone fanno con le amiche stronze: tentare di convincerla che le sue siano solo paranoie, e pentirsene quando vien fuori che la stronza aveva ragione.

Ci sono molte cose che “Eva contro Eva”, uscito al cinema in Italia settantacinque anni fa, può insegnarci sulla società di oggi. Margo Channing che pensa sia tutto finito perché ormai è una decrepita quarantenne dovrebbe essere una dinamica antica, ora che le donne a quarant’anni iniziano a pensare al primo figlio, e invece siamo circondate da trentenni che si fanno il botulino. La fan che è assai più pericolosa di chi ti disprezza è una lezione che dovremmo aver ormai imparato, e invece eccoci qui a chiamare «hater» quelli che ci dicono «brutto cesso», invece di preoccuparci di quelli che ci dicono che siamo le più belle del mondo nonché dei mancati Nobel.

Ma oggi voglio concentrarmi su un altro dettaglio. Nella prima scena – quella in cui, dopo soli otto mesi dall’essere arrivata pulcina bagnata nei camerini, Eva è diventata la premiata giovane star del teatro americano – applaudono al premio il critico che ha capito il doppio gioco di Eva, il regista che Eva ha tentato di separare da Margo, il commediografo che Eva ha tentato di separare da Karen.

Le uniche a non applaudire sono Karen e Margo. Perché “Eva contro Eva”, nonostante ciò di cui hanno tentato di convincervi migliaia di titoli di giornale, non è la storia di come sia impossibile che due femmine riescano a coesistere. “Eva contro Eva” è la storia di quanto a lungo una donna riesca a portarti rancore se ti approfitti dell’occasione che ti ha dato.

Ed è anche la storia di perché Delmastro si sia dimesso con più prontezza della Santanchè: di quanto le donne possano essere attaccate al loro ruolo e al loro potere, che siano quello di star teatrale o quello di moglie, quello di ministro o quello di presidente.

E adesso decidete voi se Daniela Santanchè sia più Eva (che poi mentiva: si chiamava Gertrude), o più Karen.

A entrambe, Karen e Eva, ognuna gatta morta a modo suo, si addice tantissimo il «Non ti nascondo un po’ di amarezza […] ma nella vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri» con cui si è dimessa la Santanchè, per non parlare di quel gattamortismo in purezza che è «Tengo di più alla nostra amicizia»: Margo non l’avrebbe detto mai.

Resta quindi solo Giorgia per, nel rifacimento della commedia, interpretare quella scena in cui Margo Channing sale su un scala un po’ ubriaca e dice agli ospiti alle sue spalle: «Allacciatevi le cinture: sarà una serata movimentata».

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Redazione Redazione Eventi e News