La beauty clinic coreana è a Milano: tutto quello che c’è da sapere
Non ricordo esattamente quando è stato il primo momento in cui ho iniziato a vedere i creator di TikTok raccontare dei loro viaggi a Seoul per fare trattamenti di bellezza, ma credo siano almeno due anni di tam tam incessante. Anche Kim Kardashian ha ceduto al trend, ma per chi ancora non ha prenotato il volo, c’è una buona notizia. È arrivata la prima beauty clinic coreana a Milano: filosofia di bellezza asiatica, ma adattata alla esigenze della pelle occidentale.
Qui estetiste e medici estetici si prendono cura di ogni tipo di pelle con un approccio personalizzato, perché «la pelle asiatica e la pelle occidentale sono diverse. C’è bisogno di un approccio specifico, ma soprattutto che si basi su un percorso graduale e non nel fare quindici trattamenti in una settimana», specifica Jing Hu, co-founder di Ottodays.
La filosofia estetica coreana applicata alla quotidianità

Bora posa per il beauty device SHURINK HOME Lift2Glow, a Seoul, in Sud Corea – Foto Getty Images
Chi è abituata a un percorso di trattamenti diviso tra estetica tradizionale e medicina estetica scoprirà presto che Ottodays si posiziona in un territorio nuovo. L’arrivo della beauty clinic coreana a Milano porta con sé un’idea diversa di cura della pelle: un lavoro graduale, costante e guidato, dove ogni macchinario è inserito in una progressione studiata. In Corea è un modello consolidato, radicato nella prevenzione più che nella correzione.
L’approccio parte dal presupposto che la pelle sia un sistema vivo che risponde a ciò che si fa ogni giorno, non solo a ciò che si corregge in ambulatorio. È qui che la fondatrice sottolinea il primo grande gap culturale: «In Corea è normale iniziare presto, anche a vent’anni, con macchinari non invasivi per prevenire i problemi della pelle». Un concetto che da noi è ancora percepito come avanzato e quasi superfluo.
La consulenza come base del protocollo
Prima dei trattamenti arriva la fase più determinante: la consulenza. Il percorso inizia con un’analisi dermatologica he studia tonalità, densità, texture, profondità e qualità del derma, ma anche abitudini e stile di vita. Dopo uno scatto in HD con un macchinario che fa una foto del viso ed evidenzia i problemi cutanei superficiali e latenti, si passa al colloquio con l’esperta che aiuterà ad individuare le diverse opzioni di percorso. L’intento è individuare la vera natura del problema per risolverlo all’origine e non lavorare solo sul sintomo.
«Non basta vedere un brufolo e toglierlo. Prima bisogna capire perché è uscito e dove», racconta Hu. Il risultato è un protocollo costruito sulla singola persona, capace di modulare frequenze e macchinari e di allungare o accorciare i cicli in base alle esigenze.
L’esperienza dentro una beauty clinic coreana a Milano

La clinica Ottodays in Via Niccolini, 33 a Milano – Foto Courtesy Press Office.
Nel percorso standard della beauty clinic convivono idratazione profonda, stimolazione, macchinari a energia controllata, ossigenazione e massaggi drenanti. La seduta non è una corsa a inserire più dispositivi possibili, anzi. Dopo ogni fase la pelle viene osservata e misurata. «Una pelle che esce seccata da un trattamento non mostra subito il risultato», spiega la founder. «Per questo dopo molti macchinari arriva sempre un momento di recupero, pensato per ripristinare la barriera e permettere ai successivi di lavorare meglio».
Altra particolarità è la modularità: si inizia con macchinari più soft e solo dopo settimane si passa a quelli più intensi o correttivi. Non è un modello adatto a chi vuole tutto e subito: è una scuola di disciplina estetica. Con risultati che non appaiono artificiali, ma uniformi e fisiologici.
La medicina estetica come gesto quotidiano
L’abbiamo visto anche su TikTok: nelle strade di Seoul, ma anche dell’Asia in generale, la medicina estetica convive con l’estetica tradizionale e non è circondata da reticenze. In Italia il tema resta più privato e distaccato.
«In Cina e Corea la medicina estetica è normale come fare una pulizia del viso. Qui c’è ancora molta privacy», racconta la fondatrice. «La differenza non è solo sociologica, ma influenza l’intero percorso della pelle: in Asia si lavora sulla prevenzione, da noi sulla correzione tardiva».
L’aspettativa italiana è spesso quella di un intervento risolutivo. In Corea ci si prepara molto prima e la tecnologia fa il resto. «Se arrivi a 60 anni e non hai mai fatto niente, non si può chiedere al macchinario di fare il miracolo».
La beauty clinic coreana a Milano e la questione genetica
Altro elemento chiave del metodo è la consapevolezza che la pelle non è la stessa in tutto il mondo. Le occidentali hanno spesso più ossatura e meno grasso sottocutaneo, con capillari fragili e reattività maggiore. Le asiatiche hanno più melanina, una struttura più compatta e una predisposizione alle macchie. Ciò cambia il modo in cui si scelgono macchinari e trattamenti. «Gli occidentali hanno più ossatura e meno grasso, ma più fragilità dei capillari», spiega Hu.
Per questo i percorsi vengono localizzati e su alcune pelli occidentali si evita la stratificazione eccessiva in un’unica seduta. Il focus resta la funzione barriera, spesso trascurata in occidente tra peeling ripetuti, laser e skincare acido-centrica.
Protezione solare, capillari e abitudini italiane
Un capitolo inevitabile riguarda il sole. In Italia l’abbronzatura è un valore estetico positivo, mentre in Corea rappresenta un segno di danno. Il filtro solare in Asia è un pilastro quotidiano, ma in Italia ancora troppo spesso lo si percepisce come stagionale. Tra gli obiettivi della beauty clinic coreana c’è anche quello di lavorare sull’educazione cosmetica e sulla protezione ambientale, compresa quella dall’inquinamento urbano che influisce su ossidazione, macchie e invecchiamento.
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