La sconfitta di Meloni e la fine del riformismo costituzionale

Mar 25, 2026 - 01:00
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La sconfitta di Meloni e la fine del riformismo costituzionale

Come al solito, un minuto dopo la certificazione della sconfitta, tutti ricordano i numerosi precedenti analoghi e si domandano come sia mai potuto venire in mente a Giorgia Meloni di lanciarsi in un simile azzardo. Compresi quelli che l’avevano applaudita e invitata a proseguire sulla stessa strada già imboccata dagli sfortunati predecessori. Ma chissà che non sia davvero la volta buona per liberarci di questa trentennale ossessione del cosiddetto riformismo costituzionale, espressione che in un paese civile dovrebbe essere considerata un ossimoro, essendo la certezza e la stabilità delle regole, e tanto più delle regole fondamentali scritte nella costituzione, la base di qualunque democrazia liberale degna di questo nome.

Non dico che non abbia ragione Christian Rocca (e non solo perché dirige la pregiata testata che pubblica questa newsletter) quando scrive che Meloni ha pagato la subordinazione a Donald Trump, e il fatto che negli ultimi tempi Trump abbia dimostrato chiaramente di essere Trump: certamente ha pesato anche quello, con la guerra e l’inflazione, ma io penso che sarebbe finita allo stesso modo anche se alla Casa Bianca ci fosse stato ancora Joe Biden e non ci fosse stata nessuna guerra.

Sono trent’anni che gli apprendisti stregoni del maggioritario giustificano ogni stortura del sistema con lo stesso argomento con cui i comunisti di tutti i tempi e di tutte le latitudini hanno sempre giustificato i guasti del socialismo reale: la ricetta è perfetta, è stata solo applicata male (o peggio: non abbastanza).

Questo interminabile dibattito sulle riforme istituzionali è figlio della necessità di adeguarle al cambiamento del sistema elettorale, cioè della consapevolezza che il principale vulnus alla Costituzione è stato inflitto allora, nel 1993, con il maggioritario, che ha alterato proditoriamente tutti gli equilibri, i pesi e i contrappesi previsti dalla nostra carta fondamentale.

Se adesso, finalmente, anche nel circuito degli opinionisti comincia a farsi largo la consapevolezza del fatto che insistere oltre su questa strada non è più possibile, perché saremmo ben oltre i confini dell’accanimento terapeutico, non resta che un ultimo passo: rimettere finalmente le cose a posto con una vera legge proporzionale (senza premi di maggioranza, senza coalizioni precostituite, senza trucchi e senza inganni, ovviamente).

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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