La transizione verde può creare 375 milioni di nuovi posti di lavoro nel prossimo decennio

Febbraio 24, 2026 - 14:30
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La transizione verde può creare 375 milioni di nuovi posti di lavoro nel prossimo decennio

La transizione verso un’economia a basse emissioni potrebbe creare circa 375 milioni di nuovi posti di lavoro nel prossimo decennio, specialmente nei settori dell’energia, dell’edilizia, dell’agricoltura e della manifattura. A segnalarlo è un nuovo report del World resources institute, secondo il quale la crescita maggiore è prevista nell’adattamento a fronte della crisi climatica e nell’agricoltura rigenerativa. Si tratterebbe, tra l’altro, di nuovi posti di lavoro che andrebbero a compensare ampiamente le perdite previste invece nel settore dei combustibili fossili. E, ulteriore considerazione che emerge da questo report, questa stima di crescita occupazionale generata dalla transizione low-carbon riflette un aumento del 20% dei posti di lavoro in quei settori in un momento in cui l’intelligenza artificiale e altri fattori minacciano di ridurre la forza lavoro.

Tuttavia, i ricercatori del World resources institute (ultra quarantennale organizzazione globale di ricerca) segnalano anche che per cogliere questa opportunità, i governi devono investire urgentemente nello sviluppo delle competenze (re-skilling) e in politiche inclusive per donne e comunità marginalizzate. Viene infatti sottolineato nel report che senza un’adeguata formazione, il mondo rischia una carenza di competenze che potrebbe rallentare le azioni necessarie a far fronte alla crisi climatica e all’adattamento rispetto agli eventi meteo estremi da essa innescati.

Sebbene la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio dovrebbe generare un aumento netto dei posti di lavoro, infatti, comporterà anche un notevole ricambio occupazionale. Un totale di 630 milioni di lavoratori potrebbero essere interessati da cambiamenti lavorativi, viene evidenziato. «Ciò è particolarmente evidente nel settore energetico. Sebbene il settore creerà alla fine 20 milioni di posti di lavoro nell’elettrificazione, nello sviluppo delle energie rinnovabili e nell’espansione della rete elettrica, ci sarà una minore domanda di posti di lavoro legati all’estrazione di combustibili fossili».

L’economia sta cambiando, evidenziano in particolare gli autori dell’indagine, «i paesi che si adatteranno rapidamente attireranno investimenti, ridurranno i costi e creeranno posti di lavoro buoni e stabili, mentre quelli che esiteranno rischieranno semplicemente di rimanere indietro». Il tema sottolineato è che mettere le persone al centro della strategia climatica non è solo un dovere etico, ma una necessità per rendere la transizione economicamente e politicamente sostenibile: «La transizione verso un’economia nuova e più resiliente, a basse emissioni di carbonio, mira in ultima analisi a migliorare la vita delle persone, sia oggi che in futuro. Questo vale per molti aspetti: respirare aria più pulita, ridurre le bollette energetiche, alleviare la congestione del traffico e proteggere le comunità dall'intensificarsi delle tempeste, degli incendi e del caldo torrido. Se cogliamo questa enorme opportunità, potremo anche garantire posti di lavoro ben retribuiti, economie locali più forti e un futuro più sicuro per i lavoratori e le loro comunità».

Nel documento viene sottolineato che ancora troppi governi devono impegnarsi maggiormente per migliorare i dati e le analisi sul mercato del lavoro e «mobilitare una risposta politica meglio finanziata e più integrata». Questo infatti, al momento, non sta ancora avvenendo su larga scala. «Solo la metà dei piani climatici nazionali dei paesi, o “Ndc”, fa riferimento a strategie di sviluppo della forza lavoro; solo l’1% offre mezzi concreti per finanziarle. Anche le strategie aziendali sono scarse in materia di sviluppo di competenze verdi». Esempi virtuosi non mancano nel mondo: viene citato il caso delle Filippine, paese che «ha fatto dei lavori verdi una priorità legislativa, sancita in politiche come il Green jobs act, il Piano di sviluppo filippino e il Piano per il lavoro e l’occupazione. Ma in generale, a livello globale, serve un cambio di rotta. Si legge nel report: «Lo sviluppo della forza lavoro e l’istruzione sono cronicamente sottofinanziati, spesso considerati una spesa piuttosto che un investimento ad alto rendimento. I paesi a basso reddito spendono meno dello 0,1% del Pil in programmi per il mercato del lavoro. Sebbene i paesi ad alto reddito spendano di più, la percentuale è in calo da oltre due decenni. I governi e le aziende devono collaborare per allineare la politica fiscale agli obiettivi occupazionali e creare gli incentivi giusti affinché le imprese investano nelle capacità dei propri lavoratori. Anche le istituzioni finanziarie, come le banche multilaterali di sviluppo, hanno un ruolo da svolgere nell’integrare gli investimenti nella forza lavoro nei finanziamenti per il clima e lo sviluppo».

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Redazione Eventi e News Redazione Eventi e News in Italia