L’analisi Bce: le tariffe doganali imposte da Trump pesano per il 95% sulle tasche di consumatori e aziende Usa

Donald Trump ha fatto male i suoi calcoli. Oppure, ha fatto bene i suoi e quelli della sua cerchia di amici di cui fa parte magari anche qualcuno che fa insider trading, ma non i calcoli che interessano a consumatori e imprenditori statunitensi. Secondo un’analisi della Banca centrale europea contenuta in un’anticipazione del bollettino economico in pubblicazione questo giovedì, l’aumento dei dazi imposti dal presidente americano (peraltro bocciati perché illegittimi dalla Corte suprema Usa) sta avendo un impatto molto limitato sui prezzi praticati dagli esportatori stranieri, mentre la maggior parte dei costi viene assorbita dalle imprese e dai consumatori americani. Ancora più precisamente, in base ai calcoli dell’Eurotower soltanto il 5% dei costi aggiuntivi generati dai dazi è stato finora sostenuto dagli esportatori, mentre il restante 95% sta gravando sulla catena di distribuzione e sui consumatori finali statunitensi.
Stando all’analisi della Bce, «da gennaio a novembre 2025, l’aliquota tariffaria effettiva prevista dalla legge è aumentata in modo significativo, passando dal 3% a oltre il 18». E «i costi dei dazi ricadono principalmente sulle imprese e sui consumatori statunitensi e che solo il 5% di tali costi è sostenuto dalle imprese straniere». Inoltre viene sottolineato dall’Eurotower che gli esportatori verso gli Stati Uniti stanno assorbendo solo una piccola parte dei costi legati all’aumento dei dazi: «Nel complesso, i valori unitari delle merci importate, al netto dei dazi, mostrano un coefficiente di trasferimento medio pari a 0,9. Ciò significa che un aumento del 10% dei dazi comporta solo un aumento dei prezzi del 9,5%. Pertanto, solo una piccola parte dell’aumento dei dazi viene assorbita dagli esportatori. Il coefficiente di trasferimento è significativamente più basso se si considerano settori specifici. Tuttavia, non emergono differenze significative nella stima del trasferimento dei dazi da parte dei principali partner commerciali».
Per quanto riguarda l’accennato impatto sui settori, specifici, l’analisi della Bce segnala che ci sono differenze significative tra i diversi comparti produttivi. In particolare, i calcoli di Francoforte mostrano che il settore automobilistico ha subito una profonda riorganizzazione delle catene di approvvigionamento, con gli Stati Uniti che si sono progressivamente distaccati da Cina e Unione Europea, privilegiando invece Canada e Messico. Mentre le importazioni di auto da questi due Paesi sono aumentate, quelle da Ue e Giappone hanno registrato un calo sia nei volumi che nei valori unitari. Ma il dato fondamentale è questo: «Mentre i dazi stanno ridisegnando la geografia delle relazioni commerciali con gli Stati Uniti, i relativi costi ricadono principalmente sugli importatori e sui consumatori nazionali. Risulta che i costi associati all’aumento dei dazi vengono trasferiti lungo la catena dei prezzi, con i consumatori che attualmente sostengono circa un terzo dell’onere tariffario. E se si prevede che i dazi più elevati rimangano in vigore per un periodo più lungo, i dati disponibili provenienti da indagini condotte presso le imprese statunitensi suggeriscono che queste trasferiranno una quota maggiore dei costi legati ai dazi sui consumatori. Nel lungo periodo, tale quota potrebbe salire a oltre la metà, man mano che le imprese statunitensi esauriscono la loro capacità di assorbire i costi. Inoltre, se la misura in cui gli esportatori assorbono i dazi rimane limitata, come indicato sopra, ciò implica che le imprese statunitensi assorbirebbero circa il 40% dei maggiori costi tariffari nel lungo periodo».
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