Le interruzioni del transito nello Stretto di Hormuz colpiscono le economie più vulnerabili, il rapporto dell’Onu
Le interruzioni del transito nel Canale di Hormuz implicano rischi per le economie più vulnerabili, per il passaggio dell’energia e per il commercio globale di fertilizzanti, con ricadute sul prezzo del cibo. Lo si legge in un’analisi elaborata dall’ufficio delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo (Unctad), dal titolo “Interruzioni nello Stretto di Hormuz – implicazioni per il commercio globale e lo sviluppo”. Lo studio esamina le implicazioni nel traffico marittimo dovute alla diminuzione dei transiti a Hormuz, uno dei principali corridoi commerciali al mondo, nel quale passano oltre un terzo del petrolio spedito via mare, e volumi significativi di gas naturale liquefatto e fertilizzanti. L’escalation militare ha interrotto questi flussi, aumentando la preoccupazione sulle ricadute sui mercati dell’energia e le catene di fornitura su scala mondiale. L’analisi evidenzia che, come nel caso di altre crisi (ad esempio la pandemia di Covid-19 e la guerra in Ucraina) le interruzioni nel trasporto di prodotti energetici e agricoli si possono diffondere rapidamente e avere conseguenze in tutti i mercati interconnessi.
In questo contesto, sono soprattutto le economie in via di sviluppo quelle più esposte, visto che l’alto debito e l’incremento dei costi di prestito limitano la loro capacità di assorbire shock di prezzi. L’Unctad evidenzia che un terzo del commercio di fertilizzanti (pari a circa 16 milioni di tonnellate) passa per lo Stretto di Hormuz: questo aumenta i timori per l’accesso a tali prodotti da parte di diversi Paesi, di cui molti in via di sviluppo. Tra questi, il rapporto Onu menziona il Sudan, che importa il 54 per cento dei fertilizzanti dalla regione del Golfo e via mare; seguono Sri Lanka (36 per cento), Tanzania (31 per cento), Somalia (30 per cento), Pakistan (29 per cento), Thailandia (28 per cento), Kenya (26 per cento) e Mozambico (22 per cento). Anche Australia e Nuova Zelanda sono soggetti all’impatto dell’interruzione dei flussi, perché importano fertilizzanti dalla regione del Golfo rispettivamente per il 32 e il 26 per cento.
L’analisi ricorda anche l’impatto sul prezzo del petrolio, aumentato ben oltre i 90 dollari al barile, sulle tariffe di trasporto per le petroliere e sui prezzi dei premi assicurativi contro i rischi di guerra. Ad esempio, il rapporto evidenzia che prima della guerra il premio di rischio era dello 0,25 per cento con un costo medio per viaggio di 250 mila dollari. Attualmente il prezzo è aumentato fino a tre volte, con prezzi che possono raggiungere un milione di dollari. Nello Stretto di Hormuz passa il 38 per cento del petrolio commerciato per via navale, il 29 per cento del Gpl, il 19 per cento del gas naturale liquefatto e il 19 per cento di altri derivati della raffinazione, il 13 per cento dei fertilizzanti chimici . Secondo i dati elaborati dall’ufficio Onu, da quando è iniziata la guerra il traffico navale nello Stretto è diminuito del 97 per cento.
Secondo l’Unctad, per ridurre i rischi – non solo commerciali ma anche ambientali – è necessaria “una de-escalation e la salvaguardia del trasporto marittimo, dei porti e di altre infrastrutture civili, mantenendo “sicuri” i corridoi di navigazione secondo il diritto internazionale. L’impatto economico finale, avverte l’agenzia Onu, dipenderà da “durata, scala geografica e intensità” del conflitto.
Leggi anche altre notizie su Nova News
Clicca qui e ricevi gli aggiornamenti su WhatsApp
Seguici sui canali social di Nova News su Twitter, LinkedIn, Instagram, Telegram
L'articolo Le interruzioni del transito nello Stretto di Hormuz colpiscono le economie più vulnerabili, il rapporto dell’Onu proviene da Agenzia Nova.
Qual è la tua reazione?
Mi piace
0
Antipatico
0
Lo amo
0
Comico
0
Furioso
0
Triste
0
Wow
0




