Rinnovabili per la pace, l’Italia ha sprecato l’occasione del 2022 e ora ne paga le conseguenze

La seconda edizione del report Wwf “Rinnovabili, energia per la pace” documenta quanto le fonti energetiche fossili siano esse stesse causa o concausa in conflitti o vere e proprie guerre. È accaduto tra gli anni ’80 e ’90, con la guerra tra Iraq e Iran e le successive Guerre del Golfo, è accaduto con la Guerra civile che ha insanguinato il Sudan per quasi vent’anni a partire dagli anni 80. Anche il conflitto russo-ucraino non ne è esente: la Russia è uno dei maggiori produttori di gas naturale, e buona parte di esso viene o veniva convogliato proprio attraverso l’Ucraina verso l’Europa. Oggi, la crisi energetica è amplificata dalla guerra in Iran e in altre aree cruciali per petrolio e gas, e il blocco dello Stretto di Hormuz è sufficiente per compromettere oltre un quarto dell’approvvigionamento petrolifero mondiale.
In base ai dati del VI Med & Italian Energy Report, stilato dal Politecnico di Torino e da Intesa Sanpaolo, l’Italia è il Paese a maggiore dipendenza energetica in Europa, pari al 74,8%. Per questo deve sganciarsi dalla dipendenza dai combustibili fossili, con: un piano progressivo di rapido abbandono di gas e petrolio; la conferma dell’abbandono del carbone; la rinuncia a nuovi rigassificatori e infrastrutture per i fossili; un reale sostegno alle energie rinnovabili e all’elettrificazione, usando appieno i fondi derivanti dall’Ets (Emission Trading Scheme) e dal reinvestimento nella decarbonizzazione; la spinta dell’acceleratore sul risparmio e l’efficienza energetica.
«Le guerre in atto – sottolinea Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia Wwf Italia – dovrebbero ricordare che la dipendenza da combustibili fossili, disponibili in quantità solo in alcune parti del mondo, estratti con enormi costi sociali e ambientali e bruciati a spese del clima, è una strategia energetica alla corda che produce solo conflitti e rallenta l’innovazione. Anche la crisi climatica aumenta esponenzialmente la possibilità di conflitti, a partire da quelli dovuti alla scarsità d’acqua e di derrate alimentari, quindi i combustibili fossili sono doppiamente responsabili. Oggi dobbiamo rifondare una economia della pace e della cooperazione a partire da risorse energetiche che sono a disposizione di tutti, quali vento e sole. È nell’interesse comune, persino dei Paesi che hanno ingenti riserve di carbone, petrolio e gas: figuriamoci poi di coloro che per i combustibili fossili dipendono da altri. Come dice lo slogan del Wwf, insieme possiamo (together possibile)».
In questi anni però da questo insieme è venuta a mancare la parte istituzionale, come ricorda il rapporto del Wwf. All’alba del precedente shock energetico, innescato nel febbraio 2022 dall’invasione russa dell’Ucraina, gli operatori dell’energia elettrica associati a Confindustria – vale a dire l’associazione “Elettricità Futura”, all’epoca guidata da Agostino Re Rebaudengo – avevano affermato di essere in grado di installare 60 GW di rinnovabili in 3 anni, a patto di ottenere le relative autorizzazioni: sarebbe stata una soluzione strutturale per aumentare la sicurezza e l’indipendenza energetica e ridurre drasticamente la bolletta elettrica. Il settore era ed è pronto a investire: nel 2022 si parlava di 85 miliardi di euro in 3 anni. Questo voleva dire anche 80.000 nuovi posti di lavoro. E 60 GW di nuovi impianti rinnovabili voleva dire un risparmio di 15 miliardi di metri cubi di gas ogni anno, oltre il 25% del gas importato.
A causa del caos normativo in corso e della disinformazione sulla transizione energetica, oggi il risultato è molto diverso rispetto all’auspicato: le installazioni di nuovi impianti rinnovabili nel corso del 2025 si è fermata a 7,2 GW (-3,9%) e la produzione di elettricità pulita a 130.937 GWh (-2,3%), entrambi dati in calo rispetto all’anno precedente.
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