Trasformare l’adulterio in arma politica è la furbizia più scema della sinistra italiana

Aprile 4, 2026 - 03:30
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Trasformare l’adulterio in arma politica è la furbizia più scema della sinistra italiana

Anche voi, lo so, avete pensato a Maurizio Costanzo. A quella frase che diceva sulle incapaci in tv, sul fatto che una volta i commendatori alle amanti aprivano una boutique, adesso un programma in televisione.

Io ci ho pensato – più che leggendo i titoli sull’intervista in cui una signora che non avevo mai sentito nominare, Claudia Conte, avrebbe detto d’essere l’amante d’un ministro in carica – vedendo il tweet (o come si chiamano ora) di Mario Giordano, che stigmatizzava fossimo passati dall’amichettismo all’amantismo (che il dio delle parole orrende abbia pietà di noi tutti).

Pensa essere Mario Giordano e illudersi che sia una novità, che non sia ciò che è più accaduto dall’emancipazione in poi, che non siano decenni che va così: non più il visone come Alberto Sordi all’amante nel “Vedovo”, devi regalarmi, ma una carriera.

La mia interpretazione dei fatti è: non è vero niente. Ci ho pensato subito, quando la signora Conte è stata intervistata da una roba chiamata “Money Talks” (ho amato molto che tutti i giornali riportassero «ha detto a “Money Talks”», acciocché quelli di uno dei centocinquantamila podcast in lingua italiana si convincessero d’aver fatto bingo, tutti ci citano: quel che i consulenti per la brand awareness non vi dicono è che, anche se il vostro marchio ce lo nominano in cento, comunque non corriamo a diventare vostri clienti, comunque ci dimentichiamo di voi nel rumore di fondo entro pochi secondi).

Ci ho pensato perché nei giri che frequento è comparso recentemente un caso non autocertificato ma per il resto analogo. Una tizia non sa lavorare ed è pure arrogante, e tutti tuttissimi ti dicono: eh, certo, sa che può permetterselo perché è l’amante del Gran Capo. Mi fa molto ridere perché sono stata giovane e arrogante, e tutti hanno pensato sempre fossi l’amante dei Gran Capi assortiti, e in verità vi dico: il più gran trucco femminista è convincere l’ufficio in cui lavorate che siate intoccabili in quanto amanti d’un potente, e senza neanche incomodarvi a smutandarvi per il potente.

Dunque questo tizio con occhiali da sole chiede a questa Conte conto di cose che avrebbe letto su una sua relazione col ministro Piantedosi (ma quindi di questa tizia che non ha alcun ruolo di rilievo nel mondo si era già parlato sui giornali, oltre che nei podcast? È dunque questa la profezia di Andy Warhol che si avvera, ognuno è famoso per qualche nicchia mentre il resto del mondo ne ignora l’esistenza?). E lei dice che non può negarlo, dice che è molto riservata, ridacchia con quel che sembra imbarazzo, gli chiede se lui sia fidanzato.

C’è un’altra ipotesi, contigua a quella «non è vero niente ma la signora ha capito che è l’unico modo per rendersi intoccabile»: che la signora Conte abbia chiaro come funzioniamo noi scalzacani dei giornali, e che se una tizia non nega d’avere una «relazione» con un ministro (che può voler dire tutto, d’amicizia di parentela di stima: c’è tantissimo margine d’ambiguità) ci precipiteremo a urlare all’adulterio, e lei a quel punto potrà alzare quattro spicci da un po’ di querele.

Sarei in brodo di giuggiole se lo schema fosse questo, e la prego di non querelarmi per averlo ipotizzato: bisogna pure che, con tante eroine della dolenza che fatturano dicendo al genere femminile quant’è fragile e vittimizzato, ogni tanto ci sia qualcuna che mette su un’impresa fondata sulla certezza dell’altrui maldicenza. Il manuale di autoaiuto di una che spiega come farsi sputtanare e farci i soldi io lo comprerei subitissimo.

Vorrei poi rivolgere un affettuoso pensiero a tutti quelli – non intelligentissimi, ma che inspiegabilmente si percepiscono tali – che gongolano per «un nuovo caso Boccia» (ve lo ricordate lo scandaletto relativo all’allora ministro Sangiuliano? Gli scandaletti da un quarto d’ora sono così frequenti che le sue tracce nella nostra memoria sono ormai sommerse: non sono passati neanche due anni e sembra di parlare di Ciro Cirillo).

La sera dopo il referendum, ero in compagnia di rispettabile gente di sinistra di quella con tutte le idee giuste, e a un certo punto uno di loro, ovviamente elettore del Pd, ha detto a proposito di Elly Schlein, ch’egli voterà comunque perché a Bologna c’è una disciplina di partito forgiata nel secolo del Pci, una frase che è subito diventata il mio nuovo «maledizione, perché non l’ho scritta io».

È, ha detto l’uomo che per il resto della serata ho invidiato, la prima segretaria di partito creata con l’intelligenza artificiale. E io per qualche giorno ho pensato che, per non prendere tranvate nelle tornate che contano e gridare alla vittoria nelle tornate che sono solo simboliche (non mi convincerete mai che le funzioni dei pubblici ministeri vengano percepite come un cogente problema dall’elettorato che non lavora nei giornali), la sinistra si sarebbe dovuta procurare una segretaria meno svizzera.

Poi è arrivato il caso Conte, e ho capito che no, non c’è speranza: dalle settimane in cui scambiarono Rosaria Boccia per Rosa Luxemburg i commentatori di sinistra non hanno imparato niente, nientissimo. Hanno smesso di pensare che la via al governo in un paese di ladri passasse per il tacciare l’avversario di corruzione; e hanno iniziato a pensare che, in una repubblica fondata sull’adulterio, si possa guadagnare consenso dicendo che se sistemi l’amante è scandaloso.

Decenni di commedia all’italiana buttati nel cesso. Forse, invece che l’educazione sessuale, bisogna pensare a mettere nei programmi scolastici Dino Risi. Ma anche solo Renzo Montagnani.

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