Trump non ha detto nulla di nuovo nel suo discorso alla nazione

Nella notte Donald Trump è tornato a parlare agli americani con un discorso dalla Casa Bianca. Il tono era quello delle grandi occasioni, pomposo, esagerato, ma il contenuto molto meno: nessun annuncio decisivo, nessuna strategia chiarita, nessuna vera novità. Solo la ripetizione di una linea comunicativa ormai più che nota, in cui si mostrano i muscoli, si elogia al forza militare esibita in Medio Oriente, si prospetta una vittoria imminente. Tutto, come sempre, accompagnato da una notevole dose di ambiguità in ogni frase.
Trump ha ripetuto che la guerra contro l’Iran «si sta avvicinando alla sua conclusione», pur senza indicare una data né spiegare quali siano, concretamente, gli obiettivi americani. Poco dopo, però, ha promesso una nuova escalation: «Colpiremo molto duramente nelle prossime due o tre settimane». Come dire, la guerra è quasi finita, ma il meglio deve ancora venire.
Qualcuno sarà rimasto deluso, perché Trump non ha fatto annunci rilevanti. Però ha descritto l’operazione militare come un successo schiacciante, invitando gli americani a «mettere il conflitto in prospettiva». Un’espressione che ha accompagnato con un elenco delle guerre del passato – Vietnam, Iraq, Seconda guerra mondiale – per ricordare che questa, dopotutto, è iniziata solo da poche settimane.
Il problema è che, al di là della retorica, una via d’uscita non si vede. Trump ha oscillato ancora una volta tra aperture diplomatiche e minacce militari: da un lato ha detto che «i negoziati sono in corso», dall’altro ha avvertito che, in assenza di un accordo, gli Stati Uniti colpiranno «tutte le centrali elettriche iraniane, duramente e simultaneamente». È lo stesso schema che si ripete da più di un mese: pressione militare massima, ma senza una strategia dichiarata né un obiettivo politico definito.
Anche sul piano militare, le affermazioni del presidente appaiono parziali, come ha notato il New York Times. Trump ha sostenuto che la capacità iraniana di lanciare missili e droni sia «drasticamente ridotta». Eppure, sottolinea ancora il quotidiano statunitense, l’Iran continua a colpire nella regione e mantiene una parte significativa del proprio arsenale. Allo stesso modo, la retorica sull’imminente minaccia nucleare resta controversa: secondo le agenzie di intelligence americane, Teheran potrebbe produrre materiale fissile in tempi relativamente brevi, ma trasformarlo in un’arma richiederebbe mesi, se non più di un anno.
Nel discorso c’è poi un passaggio particolarmente rivelatore, quello sullo stretto di Hormuz. Trump ha sostenuto che «non abbiamo bisogno» del petrolio che passa da lì, invitando altri Paesi a occuparsi della sicurezza delle rotte energetiche. È una semplificazione che ignora un fatto elementare: il prezzo del petrolio è dettato da domanda e offerta a livello globale. Anche se gli Stati Uniti non hanno materialmente bisogno del greggio dal Golfo, un’interruzione delle forniture fa salire i prezzi ovunque – e quindi anche il prezzo della benzina americana.
Non a caso, i mercati hanno reagito immediatamente al discorso. Il Brent ha superato i centosei dollari al barile prima di ripiegare, mentre il WTI ha sfondato quota cento. Le borse asiatiche hanno aperto in calo, segno che gli investitori si aspettano un conflitto più lungo e costoso. Esattamente il contrario della narrazione presidenziale.
Trump, del resto, ha quasi ignorato le conseguenze economiche della guerra. Quando le ha menzionate, le ha liquidate come temporanee, insistendo sul fatto che l’economia americana resta «la migliore di sempre». Una posizione che contrasta con le previsioni di molti economisti, che iniziano a rivedere al ribasso la crescita e al rialzo inflazione e disoccupazione, con il rischio – se il conflitto si prolungasse – di una vera recessione.
C’è poi un’assenza significativa nel discorso: Trump non ha ripetuto la minaccia, avanzata poche ore prima in un’intervista a un giornale britannico, di un possibile ritiro degli Stati Uniti dalla Nato. Un silenzio che non cancella la dichiarazione, ma ne sottolinea la natura tattica: agitata quando serve, accantonata quando conviene.
Dopo aver parlato diciannove minuti, Trump ha lasciato la sensazione di aver voluto solo alterare la percezione della realtà. Trump continua a tenere insieme due messaggi incompatibili: la guerra è sotto controllo e quasi vinta, ma richiede ancora settimane di bombardamenti massicci; la diplomazia è aperta, ma non necessaria; l’impatto economico è trascurabile, ma i mercati dicono il contrario. Non è una strategia e, almeno per ora, non basta a spiegare dove stia andando questa guerra, né come dovrebbe finire.
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