Università e transizione ecologica: ricerca e formazione sono la chiave del futuro sostenibile
Università e istruzione superiore si confermano attori chiave della transizione ecologica: luoghi in cui ricerca e formazione diventano strumenti concreti per costruire un futuro sostenibile
In un contesto segnato dall’aggravarsi della crisi climatica, da disuguaglianze sociali persistenti e da rapide trasformazioni tecnologiche, il cambiamento non è più rinviabile.
È una sfida sistemica che richiede competenze, visione e capacità di incidere sulle politiche pubbliche. Questo è il fulcro del Kick-Off Meeting del Ciclo 41, The Crucial Role of Higher Education for a Sustainable Future, ospitato dall’Accademia dei Lincei a Roma.
Dal dibattito emerge una visione condivisa: l’università non è più soltanto uno spazio di trasmissione del sapere, ma una vera infrastruttura della transizione ecologica.
Un luogo in cui la ricerca scientifica dialoga con la società e la formazione prepara le competenze necessarie ad affrontare sfide complesse e interconnesse. In questo contesto, i dottorati rappresentano uno snodo fondamentale.
Laboratori di sperimentazione e innovazione, capaci di coniugare discipline diverse e tradurre il sapere scientifico in soluzioni operative. Come ha sottolineato Roberto Buizza, della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, “l’approccio interdisciplinare consente di tradurre le evidenze scientifiche in soluzioni pratiche per la crisi climatica“.
La centralità della ricerca emerge anche nel legame tra sostenibilità ambientale e salute pubblica. Paolo Vineis dell’Imperial College di Londra ha ricordato che “educazione e ricerca sono strumenti essenziali per prevenire e mitigare i rischi sanitari legati al degrado ambientale, rafforzando la capacità delle società di rispondere in modo consapevole e informato“.
La responsabilità sociale della conoscenza scientifica
Ricerca e formazione, però, producono impatto solo se riescono a uscire dai confini accademici. Kristy Facer dell’Università di Toronto ha evidenziato come “università, docenti e studenti possono diventare attori attivi del cambiamento“, influenzando “politiche pubbliche e pratiche sostenibili, dal livello locale a quello globale“.
In questa prospettiva, la ricerca non è più astratta, ma si trasforma in strumento concreto di trasformazione sociale ed ecologica. Accanto alla ricerca, la formazione resta il pilastro su cui costruire il futuro sostenibile.
Enrico Giovannini, direttore scientifico di ASviS e docente all’Università di Tor Vergata, ha ribadito che “educare alla sostenibilità significa educare al futuro“, sottolineando la necessità di “ripensare profondamente modelli economici, istituzionali e culturali“.
Integrare la sostenibilità in tutte le discipline, ha aggiunto Giovannini, permette di “sviluppare competenze critiche per immaginare alternative e guidare scelte consapevoli“, formando figure professionali e cittadini capaci di incidere sulle dinamiche sociali e ambientali. In questo percorso, gli studenti assumono un ruolo sempre più centrale.
“Non sono più solo destinatari di conoscenze: sono protagonisti del cambiamento“, ha precisato Giovannini. Percorsi interdisciplinari, mentorship e progetti sul campo consentono di trasformare l’apprendimento in azione concreta, rafforzando il legame tra formazione e impatto sociale.
Anche Daniella Tilbury del St. Catherine’s College di Cambridge ha richiamato il ruolo dei ricercatori come “changemaker, capaci di coniugare competenze scientifiche, responsabilità sociale e visione etica“, sottolineando come il dialogo tra università e attori esterni rafforzi l’efficacia della ricerca e della formazione.
Investire in università, ricerca e formazione significa investire nel bene comune. La transizione ecologica non è un obiettivo settoriale né un progetto isolato, ma un processo collettivo di lungo periodo.
E l’università, oggi più che mai, rappresenta il luogo in cui si costruiscono le conoscenze, le competenze e le visioni necessarie per guidare il futuro sostenibile.
L’Europa delle università sostenibili
Questa visione non è isolata al contesto italiano, ma si inserisce in un quadro europeo sempre più orientato a riconoscere il ruolo strategico delle università nella transizione ecologica.
In diversi paesi europei, gli atenei stanno integrando la sostenibilità come asse trasversale tra ricerca, didattica e governance.
Ne sono un esempio l’Università di Lund in Svezia, classificata come prima al mondo nella classifica dell’agenzia britannica Quacquarelli Symonds (Qs) world sustainability ranking 2026, per l’impegno nella sostenibilità ambientale e sociale e l’Università di Utrecht nei Paesi Bassi, attiva in programmi interdisciplinari che combinano scienze ambientali, politiche pubbliche ed economia, trasformando i campus in laboratori concreti di sostenibilità.
Nel Regno Unito, istituzioni come la University of Cambridge e lo University College of London hanno rafforzato il legame tra ricerca climatica e policy-making, collaborando attivamente con governi e organizzazioni internazionali.
A livello europeo, iniziative come le European universities alliances e progetti finanziati dal programma di ricerca Horizon Europe promuovono una cooperazione strutturata tra atenei, favorendo la condivisione di buone pratiche e l’impatto della ricerca sul territorio.
Un approccio che conferma come l’università europea stia progressivamente assumendo un ruolo guida nella costruzione di un futuro sostenibile, trasformando la formazione e la ricerca in strumenti concreti per la transizione ecologica.
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