La straziante intervista di Del Vecchio, e i misteri misteriosi delle agenzie di comunicazione

«Ogni generazione ha la sua morte lenta in diretta, e si strazia ma non riesce a smettere di guardare. Noi abbiamo avuto Vermicino, i giovani d’oggi hanno [omissis] dalla Gruber». Lo scrivevo su Facebook il 30 gennaio del 2019, e quindi decade l’ipotesi della casualità e va considerata quella della stagionalità: a fine gennaio alla Dietlinde scatta il sadismo, e invita qualcuno che non è in grado di parlare in pubblico.
Perché lo fa? Per rendersi più umana ai nostri occhi, quando soccorre il derelitto suggerendogli le risposte? Perché la tv è ormai tutta a forma di Tg4 di Emilio Fede, e il modo più sicuro di ottenere successo di pubblico è mandare in onda qualcosa che faccia l’effetto «ma cosa cazzo è ’sta roba»? Perché Urbano Cairo le chiede di mettere in onda inserzionisti vanesi convinti che in tv faranno un figurone?
Quest’ultima ipotesi è la più interessante ma, a parte che non so se Leonardo Maria Del Vecchio (il Maria serve a distinguerlo dal padre, il Del Vecchio che ha fatto i soldi) sia inserzionista di La7 o del Corriere, c’è il precedente del 2019: [omissis] era un derelitto senza potenzialità pubblicitarie.
Il fatto è che il Del Vecchio che i soldi li ha ereditati (per brevità da qui in poi: Maria) genera quaranta minuti di tv irresistibili per me, che ho una fissazione per i ricchi ereditari e il loro cervello cui nessuna difficoltà mai ha chiesto di svilupparsi, ma anche per tutti gli altri: sono trentasei ore che i miei conoscenti non parlano d’altro.
Sull’internet, dove ormai non capiscono neanche se gli fai un disegnino, c’è un pieno di commenti sul pestaggio del povero miliardario da parte della Gruber e di Giannini, e io mi chiedo se abbiano visto gli stessi quaranta minuti che ho visto io, gli stessi quaranta minuti che avete visto voi.
Quaranta minuti in cui la Gruber faceva domande ficcantissime come «La lezione più importante che le ha insegnato suo padre?» o «Era un po’ il preferito, lei, di suo padre?», o «Ci spiega lei in poche parole chi è Leonardo Maria Del Vecchio?», e lui rispondeva come lo studente ciuccio cui facciano una domanda che riguarda un secolo cui la classe non è arrivata col programma: «Come giustamente ha detto lei… eeeehhhh… un imprenditore autonomo… eeeehhhh… come me e come molti… eh…».
Sono due giorni che chiedo a chiunque una spiegazione, ma l’unica mi sembra sia: Urbano Cairo ha fatto un accordo con Hbo. Mandare in onda Per Brevità Maria che non riesce a rispondere neanche alla domanda a piacere serve a farci correre a rivedere Kendall Roy. Chi ha guardato “Succession” sa di cosa parlo: la terza puntata della terza stagione.
È quella in cui, dopo essersi compiaciuto come un beota dei tweet che lo attaccano perché se parlano male di te vuol dire che sei nella conversazione collettiva, dopo essersi compiaciuto della comica che lo prende per il culo per la stessa ragione, Kendall – il figlio che s’illude d’avere valore in sé e non solo come erede di suo padre – decide di andare ospite da quella comica, poi all’ultimo se la fa sotto e dice a una della redazione che lui però è ricco e conosce tutti e può chiamare Jay Z così non avranno un buco in trasmissione.
Quelli che lavorano per Kendall Roy si trovano – come sempre accade a chi lavora per i ricchi non di prima generazione, nella loro favolosa, implacabile imbecillità – in una posizione impossibile: non possono incoraggiarlo a schiantarsi ma neanche dargli torto. Qual è la giusta via di mezzo per non farsi licenziare?
Giovedì sera, mentre chiedevo come fosse possibile che il tapino miliardario si trovasse in uno studio televisivo dove avrebbe dovuto saper accroccare frasi di senso compiuto, e mi rispondevano che c’è una ex dirigente della comunicazione di Cairo che è andata a fare la dirigente da Per Brevità Maria, e quindi probabilmente è stata lei a dirgli «andiamo dalla Lilli», io non mi capacitavo: può essere che il Kendall di Hbo, che alla fine capisce che non sarà abbastanza efficace in tv e si tira indietro, sia più sveglio dei Kendall Roy della realtà?
Poi ieri ho trovato un articolo secondo cui la società di comunicazione cui si è affidato Per Brevità Maria sarebbe quella di Sarzanini, società nota per due ragioni. Perché la sorella del proprietario è vicedirettore del Corriere; e perché è la società che ha seguito la comunicazione della Ferragni da quando la Ferragni, in termini di comunicazione, ha smesso di azzeccarne una. Ma Per Brevità Maria non è amico dell’ex marito della Ferragni? Non poteva chiedere a lui dell’efficacia comunicativa di Sarzanini? E, soprattutto, possiamo avere un video della fine della registrazione, un filmato di Sarzanini che va da Per Brevità Maria e gli dice «Sei andato benissimo»?
Io Leonardo Del Vecchio lo capisco, perché sono stata una studentessa ciuccia, e le mie interrogazioni somigliavano moltissimo alla sua apparizione a “Otto e mezzo”, e i professori che mi benvolevano soffrivano quanto la Dietlinde, che pur di aiutarlo gli ha messo vicino Massimo Giannini. Massimo Giannini che al primo intervento rende chiaro che non ha capito il testo di “Ragazzo fortunato”, e pensa non capire i testi di Jovanotti, chissà se ti mettono nelle cuffie Battiato che fatica.
Massimo Giannini che farebbe sembrare un gigante del pensiero un po’ chiunque, Massimo Giannini che sembrava essere lì a vagliare se Per Brevità Maria fosse all’altezza della chat del 25 aprile, Massimo Giannini che a un certo punto gli ha detto che, volendo comprare Repubblica e poi comprando invece il Giornale, lui – lui Maria – dimostra di non avere una certa idea di mondo.
E non è tanto la scemitudine dell’idea che gli editori debbano avere la stessa visione del mondo di chi legge quel che pubblicano, idea secondo la quale Jeff Bezos è un paladino della democrazia e delle inchieste perché s’è comprato il Washington Post. È la dicitura «una certa idea di mondo», che mi fa tornare in mente quel che dice la più intelligente delle mie amiche quando si parla di qualche incapace la cui carriera è stata creata da Ezio Mauro: «Non parliamo abbastanza dei mandanti».
Chi ha truccato Per Brevità Maria, che in faccia aveva una quantità di correttore da farlo sembrare uno con un naso finto? Se in ogni sua frase non ci fossero stati dieci «eeeehhhh», se non avesse detto «Ho 31 anni ma lavoro da quando ne ho 21» (da quando ne avevi, Maria, da quando ne avevi: non li hai più, non puoi usare il presente), se avesse saputo l’italiano o l’inglese (dice che ha iniziato come commesso, solo che non dice «commesso», dice «sale associate», solo che in inglese si dice «sales associate», e comunque perché diavolo devi dirlo in inglese), se l’eloquio di Per Brevità fosse stato non dico quello di Carmelo Bene ma anche solo quello di Flavia Vento, avremmo notato meno quant’era fatto male il trucco?
(La risposta a «perché diavolo devi dirlo in inglese», naturalmente, è «perché il tuo modello comportamentale è Guido Nicheli», come evidente quando la Dietlinde gli chiede perché abbia lasciato l’autista ad aspettare la polizia dopo aver fatto un incidente in cui guidava lui, e lui dice che aveva un impegno di lavoro importante, e la polizia dopo un’ora e mezza ancora non era arrivata. Stefania Sandrelli avrebbe detto: io questa storia delle tue megamance la trovo così cafona).
Decenni fa Marco Ferrante sbobinava programmi televisivi per una rubrica del Foglio intitolata “Scene di conversazione”. Per Brevità ne sarebbe il protagonista perfetto. «Come mìdia company per me vuol dire creare un prodotto che si venda, che si possa vendere a… aziende, che non sia solo, che non sia frammentario. Cosa intendo. Portare ad aziende non solo una consulenza ad esempio su… il… sul marketing, non solo il talent, non solo che, su che giornali o su che mìdia, ma portargli un pacchetto completo, e quindi creare un’agenzia mìdia che possa unire talent… eeeehhhh… strategic marketing, e mìdia, e in base all’azienda e alle richieste dell’azienda suggerire su quali mìdia poi uscire e quale sia la strategia migliore».
I momenti strazianti sono stati tanti, ma mi piace ricordare quello in cui Italo Bocchino gli dice quant’è stato bravo a non portare all’estero i sette miliardi della sua eredità (essendo la successione ancora bloccata, credo non ne abbia avuto la chance), e poi aggiunge che lui – lui Bocchino – non sa neanche quanti zeri abbiano sette miliardi. Riconoscendo un fratello di assenze a scuola, Maria s’illumina, «questa è sicuramente un’ottima domanda», solo che poi non riesce a rispondere, trascina le finali delle parole per prendere tempo in attesa che gli suggeriscano dal secondo banco, è tutto un «eeeehhhh», tutto un «mmmm», e la Dietlinde esasperata inizia a completargli le frasi: sì, va bene, vuole restituire a questo paese.
Per Brevità dice che compra giornali, anche se John Elkann (quarta generazione) non gli ha voluto vendere Repubblica, perché vuole che la figlia seimesenne «un giorno possa avere le informazioni da firme autorevoli e non da tiktoker». Come si vede che non leggi certe firme autorevoli, Maria. Come rivaluteresti i tiktoker, Maria. Come ha ragione quella mia amica che dice che dovremmo concentrarci sui mandanti, Maria.
Dice anche che, quando a fine pandemia si è messo a investire nella ristorazione, anche lì gli dicevano che era un settore morto. Nessuno, dei tre poco ricchi in studio, gli dice Maria, ma cosa stai dicendo, ma quando mai la ristorazione è stata come i giornali, da quale TikTok sarebbe stato sostituito l’andare a cena, ma chi te li prepara questi, diresti tu, talking point, ma chiunque sia licenzialo.
«Da che parte sta il suo cuore?», chiede Giannini, che un po’ da grande voleva fare la romanziera d’appendice e un po’ non ha ancora capito se questo povero miliardario venga buono solo per invitarli in barca o anche per entrare nella chat del 25 aprile. Per Brevità balbetta cose (pure giuste, ma le dice comunque malissimo) sul Dna delle aziende, e a quel punto la Dietlinde decide che è il momento della grande domanda: ma lei chi vota?
Ed è in quel momento che Maria smette d’essere Kendall Roy e pure Guido Nicheli, e svela l’identità fin lì nascosta: il Ruggero Mazzalupi di “Ferie d’agosto”. Per Brevità Del Vecchio risponde: «Ho votato entrambi, ho votato Renzi e ho votato la Meloni», e l’Italia capisce che Ennio Fantastichini non è morto. Ruggero Mazzalupi che, quando il vicino comunista gli dava del fascista, diceva con l’allegria di chi se ne fotte «io i partiti li ho votati tutti», Ruggero è tra noi. Con sette miliardi da ereditare. Speriamo ci inviti a Ventotene: alla conversazione provvedo io.
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