Il caso Niscemi, i disastri previsti e la democrazia dell’azzardo morale

Gen 31, 2026 - 17:30
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Il caso Niscemi, i disastri previsti e la democrazia dell’azzardo morale

Ha perfettamente ragione Mario Lavia a sostenere che il disastro di Niscemi «non può non essere un fatto politico». Come la gran parte dei disastri ambientali della storia nazionale – terremoti compresi – è stato un evento di cui era incerto solo il “quando” e non il “se”, di cui erano prevedibili le conseguenze e di cui erano noti gli interventi di mitigazione del rischio, a cui si sarebbe dovuto provvedere (e ovviamente non si è provveduto).

La catena di responsabilità del disastro, che non è scriminata dalla natura eccezionale dell’uragano che si è abbattuto sulla provincia nissena, descrive perfettamente quella politica dell’azzardo, che caratterizza a tutti i livelli il funzionamento della democrazia italiana.

È un paradigma consolidato e trasversale, che in ogni campo – dalla spesa previdenziale al dissesto idrogeologico, dal debito pubblico al rischio sismico – produce catastrofi irreparabili per il fatto stesso di volere disaccoppiare chi percepisce i benefici e chi sostiene gli oneri di determinate scelte pubbliche, moltiplicando quindi gli incentivi alla negligenza e al parassitismo e, alla fine, allo scaricabarile delle colpe al momento del redde rationem.

A metà degli anni Ottanta, Marco Pannella iniziò a denunciare apertamente il “rischio Vesuvio”, non come sfortunato destino del territorio napoletano, ma come responsabilità precisa di una classe politica che in parte incentivava e in parte autorizzava l’urbanizzazione indiscriminata e abusiva delle pendici del vulcano, indifferente al fatto, da tutti conosciuto, di creare le condizioni per una catastrofe umanitaria di proporzioni colossali.

Non è casuale che nello stesso periodo Pannella e i radicali iniziarono a fare le Cassandre sulla sostenibilità del debito pubblico italiano e sulla bomba finanziaria che la politica dei disavanzi annuali a due cifre stava buttando sulle nuove generazioni. Il fenomeno, al di là delle apparenze, era esattamente il medesimo.

Oggi nella zona rossa del Vesuvio – cioè nell’area in cui l’evacuazione preventiva è l’unica misura di salvaguardia della popolazione – vivono circa seicentosettantamila persone, più di tre volte quelle che vi vivevano all’inizio del Novecento. Significa che circa mezzo milione di persone sono nel frattempo andate a vivere dove, in caso di eruzione, la prospettiva più favorevole – e neppure certa – è quella di scappare in tempo per salvare la pelle e di perdere tutto il resto, a partire dalle abitazioni e dalle attività economiche. Perché è accaduto tutto questo? Perché istituzioni e cittadini hanno ritenuto di scommettere sul fatto che un’eruzione del Vesuvio come quella del 1631 e del 1794 non si sarebbe ripetuta in tempi tali da chiamarli a rispondere delle loro scelte e a pagarne le conseguenze.

Visto che l’azzardo morale non è solo sleale, ma anche irrazionale e tende a sottovalutare la possibilità che lo scarico di costi e responsabilità vada a buon fine, la storia politica italiana è piena di scelte pubbliche e collettive azzardate, che sono ricadute in buona parte su chi le aveva compiute, come è nel caso della comunità di Niscemi, in cui si è continuato a costruire e a non intervenire per le necessarie bonifiche nell’illusione che la sorte fosse più benigna, malgrado le manifeste avvisaglie del pericolo incombente.

Le dispute di queste ore su chi porti la responsabilità della situazione che si è venuta a creare sono il consueto e intollerabile teatrino, in cui certo eccelle Nello Musumeci, che nulla sapeva da Presidente della Regione e tutto sembra avere appreso il pomeriggio del 25 gennaio; non c’è però nessuna delle forze politiche che hanno governato la Sicilia e l’Italia negli ultimi decenni che sia senza peccato e possa scagliare la prima pietra.

Calenda propone di commissariare la Regione Sicilia, che è certo un esempio da manuale di inefficienza amministrativa e di irresponsabilità politica e la cui formale rappresentanza democratica degli interessi e dei diritti dei siciliani è – non da oggi – lo schermo di un enorme e incontrollato sistema di voto di scambio e depredazione e spreco di risorse pubbliche.

Ma il “modello Niscemi” è un fenomeno che oltrepassa i confini dello Stretto. La frana del territorio e quella della politica sono due facce della stessa medaglia.

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Redazione Redazione Eventi e News