L’Ucraina, l’Europa, e la resa dei conti globale

Sono trascorsi quasi quattro anni da quando la Russia ha lanciato la sua guerra di aggressione contro l’Ucraina. Il contrasto storico rimane stridente: in meno di quattro anni, le truppe sovietiche hanno marciato su Berlino, hanno issato la loro bandiera sul Reichstag e, insieme agli Alleati, hanno sconfitto la Germania nazista. La Russia di oggi, malgrado abbia ereditato gli arsenali sovietici, nonostante abbia impegnato quasi il quaranta per cento del bilancio sulla difesa, e pur avendo convertito la sua economia in una macchina da guerra che ha ampliato la produzione militare-industriale, non è riuscita a raggiungere il suo obiettivo primario: soggiogare l’Ucraina. Ha fallito nel piegare un Paese che è entrato in guerra con armamenti minimi (in parte a causa del veto di otto anni sulle vendite di armi a Kyjiv da parte del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama) e che ha dovuto implorare l’Occidente per ogni singolo proiettile d’artiglieria. Dalle missioni diplomatiche di Volodymyr Zelensky all’instancabile impegno della società civile, l’Ucraina ha cercato di persuadere l’Europa che questa guerra non riguarda solo la sua sopravvivenza, ma l’architettura di sicurezza dell’intero continente. Tuttavia, il messaggio fatica ancora a risuonare in molte capitali europee, dove persiste il discorso sulla stanchezza della guerra (war fatigue).
Il sostegno occidentale si è concretizzato, ma negli stretti confini della strategia della gestione dell’escalation, introdotta dal Presidente degli Stati Uniti Joe Biden e ampiamente mantenuta da Donald Trump. Quest’ultimo non solo ha ridotto gli aiuti militari statunitensi, ma ha anche introdotto una nuova regola: qualsiasi arma americana destinata all’Ucraina deve essere acquistata o da Kyjiv o dai governi europei.
Nel corso degli anni, la Russia ha conquistato e devastato quasi il venti per cento del territorio ucraino. Ma per Putin, la guerra non è mai stata veramente una questione di terra. L’obiettivo strategico – ancora lontano – è quello di privare l’Ucraina della sovranità, e di trasformarla in una seconda Belarus o Georgia, territori dove l’influenza russa può essere mantenuta senza l’uso di carri armati, semplicemente insediando un governo compiacente. Essere filorussi nello spazio ex-sovietico non è solo una postura geopolitica; è un modello politico: corruzione radicata, repressione o eliminazione della società civile, sistematiche violazioni dei diritti umani, chiusura dei media indipendenti e una macchina propagandistica che erode il dissenso e persino la capacità di pensiero critico.
In questo contesto, l’Ucraina non solo ha resistito militarmente, ma ha difeso libertà universali che i cittadini della Belarus hanno già perso e che i georgiani, per ora, faticano a preservare. Sono stati anni straordinariamente difficili: eroica resistenza militare; immenso sacrificio civile; soldati uccisi al fronte; famiglie che vivono sotto la costante minaccia di droni e missili balistici; notti trascorse nei rifugi antiaerei; altri che, esausti, restano a casa nonostante i rischi. Eppure la società civile ha continuato a salvaguardare la vita democratica, mobilitandosi ogni volta che le decisioni governative minacciavano le riforme richieste per l’integrazione nell’Unione europea. Anche in tempo di guerra, le agenzie anticorruzione ucraine rimangono attive ed efficaci, smascherando casi che coinvolgono alti funzionari.
La Russia, incapace di raggiungere i suoi obiettivi in Ucraina, nel frattempo ha segnalato una crescente disponibilità a un’escalation oltre il campo di battaglia. Per tutto il 2025, le incursioni di droni russi nello spazio aereo europeo sono diventate sempre più frequenti e sfacciate, e si sono viste nei cieli di Polonia, Danimarca, Belgio, Romania, Slovacchia e Moldavia. Alcuni droni russi si sono schiantati sul territorio Nato; altri sono stati intercettati poco prima dell’impatto. Non si tratta di incidenti, ma di test precisi per vagliare la prontezza della difesa aerea e la risolutezza politica dell’Europa. Test progettati per sondare anche la reazione della Nato e per far venirr ansia tra i cittadini europei. Lungi dal contenere il conflitto, Mosca ha chiarito di essere pronta ad allargarlo, usando i droni come strumenti politici per minare l’unità europea e per segnalare che i confini della guerra non sono fissi.
Così, la guerra si avvicina a una nuova fase pericolosa. Dopo quasi quattro anni, nessuna delle due parti ha trovato una strada per la vittoria, eppure entrambe si preparano a continuare la guerra anche nel 2026. L’Ucraina entra nel nuovo anno affaticata, ma non spezzata. Ha respinto tre importanti offensive russe, inclusa la costosa e inefficace battaglia dell’estate 2025, in cui gli assalti russi di piccole unità sono stati distrutti da droni, artiglieria e linee difensive preparate ucraine. Le forze ucraine, sebbene provate dalla carenza di soldati addestrati e dai turni di rotazione al fronte, rimangono capaci di prevenire sfondamenti russi su larga scala. La campagna di attacchi a lungo raggio dell’Ucraina ha già disattivato una parte significativa della capacità di raffinazione russa e ha interrotto ripetutamente aeroporti e hub logistici ben dentro il territorio russo. Questi attacchi costringono Mosca a deviare risorse sulla difesa nazionale e indeboliscono gradualmente la base finanziaria del suo sforzo bellico. Tuttavia, le vulnerabilità dell’Ucraina rimangono sostanziali: la mobilitazione è politicamente difficile, le fasi di addestramento sono in ritardo e a molte brigate mancano l’equipaggiamento e il tempo necessari per integrare le nuove reclute. Una questione decisiva nel 2026 sarà se l’Europa si impegnerà finalmente ad addestrare le truppe ucraine all’interno dell’Ucraina stessa, un passo che Kyjiv cerca da tempo, ma che i governi dell’Unione europea evitano ancora per paura di provocare un’escalation. Se l’Europa procederà, l’Ucraina potrà ricostruire rotazioni coerenti e schierare brigate meglio preparate; in caso contrario, la qualità delle sue unità in prima linea continuerà a erodersi.
La Russia, da parte sua, entra nel 2026 con un esercito che è simultaneamente vasto e svuotato. Perdite immense (oltre un milione di vittime) non hanno prodotto guadagni territoriali commisurati al costo. La tattica del Cremlino di lanciare piccoli gruppi d’assalto nelle zone di fuoco ucraine ha portato solo ad avanzamenti marginali, e in tutti questi anni la Russia non ha catturato una città importante. Le entrate petrolifere stanno diminuendo, le sanzioni mordono e gli attacchi a lungo raggio dell’Ucraina creano interruzioni sempre maggiori nella produzione di carburante. Ma senza un’applicazione più rigorosa delle sanzioni da parte di Europa e Stati Uniti, grazie alle flotte navali ombra e ai partner non occidentali, probabilmente la Russia manterrà un flusso finanziario di cassa sufficiente a continuare la guerra ad alta intensità.
Putin rimane riluttante a dichiarare la mobilitazione generale, consapevole del rischio sociale. Sembra invece accontentarsi della postura di “guerra infinita” (forever war): operazioni al fronte a intensità inferiore inquadrate come una lotta esistenziale per il futuro della Russia, volte a prevenire qualsiasi resa dei conti politica interna.
L’incapacità della Russia di vincere in Ucraina non la rende meno pericolosa. Al contrario, il 2026 vedrà probabilmente un’intensificazione dell’escalation della grey-zone, la guerra ibrida, di Mosca contro l’Europa. Le incursioni di droni di fine 2025 sono state degli avvertimenti precoci. Ciò che ci aspetta potrebbe includere ulteriori violazioni dello spazio aereo, attacchi informatici alle infrastrutture critiche, sabotaggi negli Stati baltici e del Nord Europa, falsificazioni delle identità Gps e rinnovate campagne di disinformazione e strumentalizzazione dei flussi migratori. L’obiettivo è chiaro: aumentare la percezione della minaccia sul territorio europeo, costringere i governi a ridurre l’assistenza all’Ucraina e rendere più profonde le divisioni interne all’Unione europea.
In questo scenario, il 2026 potrebbe diventare l’anno dello stallo pesantemente militarizzato. L’Ucraina potrebbe tenere la posizione con il sostegno europeo, la Russia potrebbe continuare a combattere sotto stress economico e umano, e l’Europa potrebbe affrontare una pressione sempre maggiore. Il confine tra la prima linea dell’Ucraina e la sicurezza europea continuerebbe a sfumare, preparando il terreno per un anno teso e incerto.
E anche se per un miracolo il 2026 dovesse portare a un cessate il fuoco, questo sarebbe probabilmente fragile e temporaneo. Qualsiasi pausa permetterebbe semplicemente alla Russia di riorganizzarsi, ricostruire le capacità militari e rafforzare l’economia in preparazione di una nuova offensiva. L’Ucraina e in realtà anche l’Europa si trovano di fronte alla prospettiva di diventare negli anni a venire una zona di conflitto pesantemente militarizzata, con una Russia aggressiva ai loro confini.
Questo è lo scenario che l’Europa teme di affrontare apertamente. Farlo significherebbe accettare una scomoda verità: l’unica vera soluzione sia per la guerra in Ucraina sia per il più ampio conflitto tra la Russia e l’Europa è il collasso del regime di Putin, che a sua volta dipende dal collasso dell’economia russa. L’Occidente ha sempre avuto gli strumenti per raggiungere quest’obiettivo, ma ha costantemente esitato a usarli. Diciannove cicli di sanzioni – incrementali, caute – significano che il modello è la paura di innescare il caos in Russia e di scatenare conseguenze imprevedibili.
Così, il 2026 potrebbe diventare l’ anno della resa dei conti, un anno in cui questa realtà non potrà più essere ignorata. Oppure potrebbe essere un altro anno in cui l’Europa nasconde la testa sotto la sabbia mentre affronta l’enorme costo di sostenere l’Ucraina in una brutale guerra di logoramento. In tal caso, il prezzo non sarà in definitiva misurato in dollari o euro, ma vite umane che gli ucraini continuano a sacrificare in difesa del loro Paese, della loro libertà e della stabilità dell’Europa stessa.
Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Lo scudo democratico”, ordinabile qui.
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