«Amoris Laetitia», verso il matrimonio maturando nella fede

Mar 13, 2026 - 13:00
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«Amoris Laetitia», verso il matrimonio maturando nella fede

«La prima osservazione che vorrei fare è che Amoris Laetizia è stata recepita con un’enfasi posizionata in modo eccessivo sul capitolo VIII, cioè sull’attenzione alla situazione delle coppie risposate o separate. Questo è stato l’argomento di cui si è parlato di più, anche sui media, e sul quale si è investito con una maggiore capacità di innovazione di formazione degli accompagnatori di tali cammini. È certamente importante che si sia scelto di scendere nella vita concreta delle persone, però io dico che questa eco sproporzionata ha fatto sì che altre parti – per esempio sulla genitorialità o sui gruppi di spiritualità – abbiano avuto un rilievo molto minore. Ho, perciò, la percezione che dopo questa grande enfasi su percorsi di eventuali riammissioni ai sacramenti di tali coppie, chi ha poi aderito a questi itinerari sia un numero limitato. Forse, di fronte a questa situazione ci dobbiamo interrogare».

Queste le espressioni con cui l’Arcivescovo ha avviato il suo intervento a conclusione dell’incontro online a 10 anni dalla promulgazione dell’Esortazione post-sinodale Amoris Laetitia di papa Francesco.

Linfa vitale

Progettato dai diaconi permanenti che collaborano con il Servizio di Pastorale familiare che lo ha promosso, l’appuntamento si è aperto con il saluto dei corresponsabili, i coniugi Maria e Paolo Zambon e la preghiera di don Gianluigi Frova che ha subito sottolineato: «Celebrare i 10 anni di un documento pontificio può essere solo una memoria o invece richiamare la sua linfa vitale. Io credo che l’Esortazione faccia parte di quei pronunciamenti che irrorano la vita della Chiesa».

E così, in questa logica, dall’articolato intervento dell’Arcivescovo è emersa una seconda considerazione: «Mi sembra che una ricaduta interessante di Amoris Laetizia, nella nostra Diocesi e nella Chiesa italiana, sia stata l’interpretazione della preparazione del matrimonio come percorso catecumenale, cioè come quel cammino che aiuta a entrare in un modo nuovo nella fede e nell’appartenenza ecclesiale. Voglio sottolineare che la stragrande maggioranza di coloro che chiedono il matrimonio cristiano sono persone conviventi; quindi, nei corsi di preparazione non c’è necessità di spiegare come vivere insieme, ma semmai occorrerebbe chiedersi perché a un certo punto chiedano di sposarsi in chiesa: questa mi sembra un’occasione pastorale molto interessante, perché riguarda più la maturazione della fede che la preparazione alla convivenza».

Una testimonianza essenziale

Da qui una terza osservazione di monsignor Delpini: «Di fronte alla crisi dell’istituto matrimoniale, sia a livello civile si naturalmente sacramentale, si ha a volte l’impressione che i nostri documenti – e anche i nostri discorsi – siano riservati a un gruppo di persone buone, ma in sostanza privilegiate. Mentre la normalità dei rapporti tra uomini e donne e anche nel mettere al mondo i figli, cammini in un modo estraneo ai nostri valori. Dunque, io penso che la prospettiva futura sia quella di testimoniare la bellezza dell’amore consacrato davanti a Dio nel matrimonio con tutto quello che comporta nell’amore, nella genitorialità e nell’educazione dei figli. Il cardinale Martini diceva che il matrimonio non è qualcosa da difendere, ma una scelta da promuovere. Considerando il contesto complessivo in cui siamo, in cui tanti valori e tante acquisizioni della tradizione cristiana sono diventati evanescenti, un poco inafferrabili e difficili da orientare, la responsabilità è quella di una testimonianza dell’essenziale, ossia che l’amore tra uomo e donna è una vocazione al matrimonio».

Il delegato Cei: «Uno sguardo di compassione»

«Con AL c’è stato un rifiorire di relazioni, di bisogno di inclusione, mettendo al centro la misericordia di Dio in modo ricco di fantasia e diversificato in tutta Italia. Ritessere reti che avessero al centro la parola è stato cruciale. Chi si avvicinava a questi contesti non lo faceva più applicando etichette, ma riscoprendo lo stupore», ha spiegato padre Marco Vianelli, direttore dell’Ufficio nazionale per la Pastorale della Famiglia della Cei.

«La sfida più grande è relativa al tema dell’integrazione, che ha ancora bisogno di una riflessione di grazia e di fantasia, perché chiede a tutta la comunità credente di cambiare lo sguardo in un mondo immerso nella distrazione di massa e in grandi preoccupazioni. Guardare con uno sguardo accogliente e di compassione, nel senso del patire insieme, ha ancora bisogno di riflessione. Il rischio è che ci si fermi solo ad alcuni contesti di fragilità, mentre c’è tutto il tema dell’adolescenza, dell’integrazione della diversità, delle ferite del Covid che ancora sparge veleno. Non ci salviamo da soli, abbiamo bisogno di una pastorale integrata, per non semplificarla e ridurla, contaminando mondi e temi diversi. Nell’esperienza familiare si intrecciano scuola, lavoro, malattia, anzianità e giovani e la grammatica giusta per dialogare con la complessità. In questo, Amoris Laetitia ci offre alcune regole di base», ha concluso Vianelli, con un auspicio condiviso dagli interventi degli altri relatori.

Il richiamo alla misericordia

Tra loro i coniugi Giovanna e Roberto Martelli, impegnati da anni nella Pastorale Familiare decanale appartenenti alla parrocchia di San Michele di Busto Arsizio e attualmente stretti collaboratori del Servizio diocesano: «Vogliamo passare alla misericordia, ascoltandoci e ascoltando la parola di Dio, da cui siamo chiamati a partire e a confrontarci. I nostri verbi sono: ascoltare, accorgersi, accompagnare stando accanto e spezzando il pane, aspettare, annunciare, accogliere e pregare, perché il nome del quotidiano per noi è il Vangelo».

Per don Gabriele Gioia, prevosto di Varese, occorre affrontare le sfide dell’oggi: «AL è dentro in un camino di Chiesa che vuole evangelizzare nell’oggi, che sa parlare della bellezza della vocazione alla famiglia, al matrimonio, ma senza negarsi a un confronto con il presente. Sponsorizzo molto i gruppi familiari: la soggettività della famiglia – non oggetto solo di cura, ma soggetto di pastorale con coppie guida e l’accompagnamento di altre famiglie – si può affrontare nella preparazione al matrimonio, ma anche nel camminare insieme nella pastorale battesimale. È questa la sinodalità che ho sperimentato nella pastorale familiare».

Una sinodalità il cui stile, infatti, è chiaramente anticipato in documenti di papa Francesco come l’Esortazione. «La spiritualità della famiglia può diventare un cammino concreto di santificazione con uno stile di essere Chiesa attraverso relazioni “calde” come l’empatia e l’affetto. Una Chiesa dove si percepisce il volersi bene: dobbiamo fare ancora tanti passi, ma questi sono promettenti».

Il prezioso lavoro dei Gruppi Acor

Infine, Alessandra e Giulio Gaetani, referenti diocesani per i gruppi Acor, nati nel 2008 con l’episcopato del cardinale Tettamanzi per rispondere al numero sempre maggiore di persone separate o divorziate: «Ormai le famiglie in Acor si sentono una Chiesa in uscita e un ospedale da campo che si rivolgono a tutti credenti. Acor aiuta a ravvivare un cammino di fede o a iniziarlo».

Insomma, in anni recenti – come non ricordare la splendida lettera del cardinale Tettamanzi «Agli sposi in situazione di separazione, divorzio e nuova unione», pubblicata nell’Epifania del 2008? –  sono cambiate davvero tante cose. Come dimostra l’esperienza di una coppia che ha deciso di risposarsi abbracciando il cammino di Acor: «Le parole di AL sono state un incitamento a rimettere in discussione tutto ciò che avevamo vissuto. Così, con l’aiuto di un sacerdote, abbiamo analizzato i traumi vissuti, meditando sulle ombre. Il discernimento ci ha illuminato e di questa luce avevamo bisogno. La nostra non è solo la storia di un naufragio triste, ma la storia di due biciclette un po’ sgangherate che hanno creato un tandem capace di portare con sé anche altre persone».

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