Perché il nord-est della Siria è tornato centrale negli equilibri del Medio Oriente

Gen 31, 2026 - 17:30
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Perché il nord-est della Siria è tornato centrale negli equilibri del Medio Oriente

Quando lo Stato siriano rientra nei giacimenti e nelle dighe a est dell’Eufrate, non sta semplicemente riconquistando territorio: sta tentando di ricostruire statualità. Petrolio, gas e infrastrutture critiche non sono solo asset economici, ma strumenti di governo. Per questo il nord-est siriano è tornato improvvisamente centrale nel gioco geopolitico regionale: lì si misura la distanza tra controllo militare e capacità di governare davvero.

Dopo la fase 2014–2019, segnata dalla sconfitta territoriale dell’ISIS, l’area a est dell’Eufrate si era strutturata come un sistema separato di fatto. Le Forze Democratiche Siriane, sostenute dagli Stati Uniti in funzione anti-jihadista, avevano costruito una forma di amministrazione che poggiava su una leva decisiva: il controllo delle risorse energetiche. Quelle rendite garantivano stipendi, servizi essenziali, sicurezza e soprattutto un potere negoziale verso Damasco e verso gli attori esterni.

In un Paese devastato dalla guerra, l’energia era diventata politica allo stato puro. Il recente cambio di mappa – con il ritorno delle forze governative siriane e di alleati tribali arabi su campi petroliferi, impianti del gas e nodi infrastrutturali come l’area di Tabqa – altera questo equilibrio.

Non è un evento locale, ma uno spostamento strutturale: colpisce la principale fonte di autonomia materiale delle SDF e restituisce a Damasco la possibilità di trasformare la sovranità rivendicata in capacità fiscale, industriale e amministrativa. È il passaggio dalle milizie alla contabilità pubblica, dalla sicurezza alla governabilità.

Il tempismo conta. Questo avviene mentre Washington insiste sulla tenuta della tregua e su un percorso di integrazione ordinata, preoccupata che un vuoto di sicurezza riapra spazi all’ISIS e produca instabilità regionale. Allo stesso tempo Mosca ricalibra la propria presenza: il ridimensionamento del presidio russo a Qamishli va letto come una scelta razionale, non come una ritirata. La Russia concentra capitale militare e politico dove il valore strategico è massimo – Hmeimim e Tartus – e riduce l’esposizione in aree periferiche, instabili e sempre più sirianizzate. La costa è la scacchiera; il nord-est una pedina diventata costosa.

In questo quadro, la variabile tribale assume un ruolo chiave. Il coinvolgimento di attori arabi locali non è solo militare, ma politico: serve a costruire legittimità sul terreno, a ridurre fratture accumulate negli anni tra amministrazioni curde e comunità arabe, e a dare al riassorbimento statale una base meno coercitiva. Senza questo passaggio, il rischio è che il controllo degli asset energetici si traduca in un costo di sicurezza permanente.

Il nodo più sensibile resta Kobane. Per i curdi è memoria e identità politica; per Damasco un test di sovranità; per Ankara una minaccia da contenere. Qui il cessate-il-fuoco appare fragile e la gestione della transizione è legata a dossier esplosivi: campi di sfollati, carceri con detenuti legati all’ISIS, catene di comando ibride. Se questa architettura entra in crisi, la perdita di governabilità può essere più rapida della riconquista territoriale. Gli scenari restano aperti.

Nel migliore dei casi, il controllo delle risorse diventa leva di integrazione funzionale: manutenzione degli impianti, ripresa graduale della produzione, servizi essenziali garantiti, sicurezza condivisa. In questo percorso l’energia agisce come canale pragmatico di normalizzazione, riducendo l’incentivo a interferenze esterne quotidiane. Nel peggiore, invece, la sottrazione delle rendite innesca sabotaggi, frammentazione e conflitto a bassa intensità ad alto impatto, con infrastrutture trasformate in bersagli e la sicurezza derivata – quella che tiene lontano l’ISIS – che collassa.

La partita, quindi, non è chi ha preso i campi, ma chi riuscirà a governarne le conseguenze. La Siria entra in una fase in cui energia e sicurezza tornano a essere il linguaggio centrale della politica. La differenza tra controllo e sovranità effettiva passerà dalla capacità di trasformare un cambio di mappa in una catena operativa stabile, mentre attorno si muovono Stati Uniti, Russia, Turchia e attori regionali. In Medio Oriente, come spesso accade, il petrolio non decide tutto. Ma senza petrolio, oggi, non si governa nulla.

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Redazione Redazione Eventi e News